30 Giugno 2018

Oggi ho visto un bambino che mordeva un bombolone, per l'esattezza una ciambella con il buco.

Di colpo si è aperto uno scenario sul palcoscenico dei tanti ricordi infantili, e di quando mia madre organizzava riunioni assurde per scopi inutili: in questo caso la preparazione delle ciambelle che lei chiamava " Fatti e fritti". Grande originalità.

Ci chiamava a raccolta e ci rapiva chiudendoci in cucina. Chi stava dentro non poteva più uscire, e chi stava fuori non poteva più entrare, ma chissà per quale intreccio del destino, finivamo tutti dentro.

La porta veniva serrata ermeticamente, come la finestra, direttamente dalla polizia scientifica per contrastare gli spifferi malefici, causa della scarsa lievitazione della pasta. Mia madre ci avvolgeva in grembiuli di cotone grezzo e ci copriva la testa con strofinacci a turbante in stile Talebani.

Così conciati ci obbligava a lavarci le mani sino al gomito, come se stessimo per affrontare la nostra prima operazione a cuore aperto.

A quel punto distribuiva ad ognuno di noi un compito. Posizionata una conca in argilla su di una sedia (lei diceva che era un modo per imprimere  più forza all'impasto) uno di noi doveva tenere ferma la conca che si spostava di continuo.

Ognuno in famiglia può testimoniare di aver provato quell'ebrezza.

L'aria dentro la cucina diveniva pesante e caliginosa. Mi pulsavano le tempie e mi girava la testa come se fossi stata sulle montagne russe.

Simulavamo svenimenti a catena, ma senza risultati.

Quando la pasta era pronta mia madre l'avvolgeva in un telo di lino e poi la copriva con la copertina da culla dell'ultimo nato, il quale con la scusa di essere ancora un poppante, veniva esulato da codeste tristi vicissitudini.

Mia madre si asciugava la fronte e si lavava le mani, innalzando con un solo sguardo il veto di totale silenzio.

Nessuno di noi poteva pronunciare una sola parola, poiché per un'infondata tesi, formulata dalla genitrice, il silenzio avrebbe aiutato per osmosi, la lievitazione naturale. Quindi tutti zitti in comunione di riverenziale rispetto.

Mentre me ne stavo chiusa nella soffocante cucina, mi trastullavo in pensieri non proprio  divini, immaginando una morte lenta e dolorosa per la mia carceriera, ma nessuna mi sembrava abbastanza atroce per essere scelta come primaria vendetta.

La suddetta carceriera stendeva una coperta di morbida lana e poi un lenzuolo immacolato sul tavolo e con grande maestria (qui devo darne atto) formava ciambelle perfette con buchi perfetti. Copriva quindi le sue creature-ciambelle e si attendevano altre due ore di lievitazione naturale.

A quel punto tutta l'euforia iniziale andava a farsi fottere, portata via dalla stanchezza, dal caldo e dall'attesa infinita, mentre l'oscurità, fuori dalla finestra avvolgeva tutti i tetti delle case vicine, dando l'opportunità alla prima stella di brillare solitaria.

Solo allo spuntare di altre stelle le creature-ciambelle venivano fritte nell'olio extra vergine, portato ad ebollizione dal fuoco alimentato nella stufa-cucina come in una sala macchine di un transatlantico.

Venivano quindi spalancate porte e finestre e se non riuscivi ad uscire nel tempo record di un nano secondo venivi fulminato sulla soglia da una broncopolmonite fulminante.

In cucina rimaneva solo mia madre con le due sorelle più grandi, scelte per assorbire l'eccesso di olio con la carta paglia e spargere lo zucchero sulle creature ciambelle, le quali poi venivano posate su teglie giganti a formare perfette piramidi, per raffreddare e poter essere gustate.

Ognuno di noi veniva omaggiato di una ciambella nel momento esatto in cui non ce ne poteva fregare di meno, poiché debitamente sfamati da mio padre con calde bruschette al pomodoro e origano.

Ma mia madre non mollava, aveva lavorato e si aspettava che ne mangiassimo almeno una a testa.

Al terzo boccone la lasciavo a metà, palesemente disgustata dallo zucchero e dal gusto delle uova.

L'ex carceriera diventava un gendarme e ti si piazzava davanti finché non la finivi tutta.

<< Nel mondo ci sono milioni di bambini che muoiono di fame.>> mi diceva con le braccia conserte, mentre rischiava di trovarsi sui piedi una pozza molliccia di ciambella.

Come avrei voluto donare a quei bambini tutte le ciambelle!!!!

Il più piccolo di casa non mangiava la ciambella perché sprovvisto degli enzimi per digerire un tale mattone, mentre tutti gli altri ne mangiavano una a testa, compresi mamma e papà, ma nonostante ciò, sul tavolo rimanevano altre tre teglie di ciambelle, le quali venivano

introdotte nelle nostre cartelle come merende scolari per i mesi a venire.

Venivano avvolte amorevolmente nella carta paglia, la quale si ungeva ungendo anche i libri e i quaderni. Alle 10.30 ora della ricreazione, nonostante i morsi della fame che attanagliavano il mio stomaco, buttavo la ciambella nel cestino della carta straccia, dopo aver rivolto una breve preghiera di perdono al Padre Eterno. Ora lo sapete tutti.

Il punto cruciale è che mia madre impastava l'equivalente peso di farina pari a sfamare l'intero Burundi.

Con il passare dei giorni le ciambelle rimaste diventavano di marmo, buone solo a fare da fermaporta, con un aspetto molto simile alla " Luisona " del Bar Sport di Stefano Benni.

Ho passato l'infanzia a pregare Dio di far sparire tutte le ciambelle dalla faccia della Terra, non riuscendo più a mangiarne una. Chi non ci crede può chiedere conferma alla mia famiglia o a mio marito. Un abbraccio da Dada.