God bless America

" Photografy by Daria Unida"

    

                                                                          

Babette arrivò a Saint-Jean-Cap-Ferrat in una giornata bagnata di sole, avvolta da un cielo turchese compatto ed intenso, per trascorrere le vacanze estive con la madrina di battesimo Amélie Martin.

Amélie Martin era una donna di quarantacinque anni, elegante, dai modi gentili e titolare di un incredibile savoire faire.

Aveva voluminosi capelli biondi che raccoglieva sulla nuca in morbidi chignon, pelle color biscuit, e occhi grandi, azzurri e limpidi come un cielo di montagna, i quali si tingevano di grigie sfumature al minimo cenno di malinconia, proprio come un cielo montano.

Possedeva una virtù che le faceva onore, una generosità senza precedenti, lontana anni luce da quella ostentata ai quattro venti da coloro che fanno beneficenza esclusivamente per apparire.

La villa di Amélie, poiché di una villa si trattava, era tinta in giallo paglierino, occhieggiata da imposte azzurro polvere, decorata da disegni liberty ispirati alla natura, e da vetrate colorate, che riflettevano il verde lussureggiante dell’immenso giardino che la circondava, con annessi capanno per gli attrezzi, orto e pollaio.

Il cancello d’ingresso era posizionato a nord, sul viale alberato che circumnavigava la penisola di Saint-Jean-Cap-Ferrat, mentre a sud l’incredibile giardino digradava verso la spiaggia “Les Fossettes” la più bella di tutta la penisola, e ovunque si volgesse lo sguardo si vedevano solo oleandri, bounganville e palme ondeggianti.

Al centro di quel magnifico rigoglio verde brillante, scintillava l’acqua cristallina di una piscina rivestita da vere pietre di turchese.

L’interno della villa era arredato con oggetti raffinati e preziosi, abbellita da tende di taffetà e tappeti antichi.

Di sicuro non era un luogo per deboli di portafoglio, ed era talmente chic che persino gli scarafaggi dovevano prenotare per frugare nell’immondizia.

Il personale di servizio era formato dalla governante Claire, la quale faceva parte della casa come fosse stata assunta dalla creazione divina, dal giardiniere e custode Adrien, dalla cuoca Annette, dalla sua aiutante Sofie, da Florence e Pauline cameriere, e da Marcel, giovane chauffeur, che all’occorrenza svolgeva qualsivoglia mansione, e che, lasciatemelo scrivere, era di una bellezza imbarazzante, di cui però non si rendeva conto.

Amélie era cresciuta felice, libera di esprimere la propria creatività, e per questo suo dono, i genitori che la misero al mondo dopo i quarant’anni, la lasciarono partire per Parigi in giovane età, dove frequentò, con eccellenti risultati, l’Ecole National supérieur des-beaux-arts.

In quel fantastico periodo Amélie incontrò Clotilde, futura mamma di Babette, che divenne la sua più fidata amica, anzi, la sorella che Amélie aveva sempre desiderato.

Mentre studiava nella città più romantica del mondo, Amélie conobbe Gérard, un pittore di arte astratta, più grande di lei di dieci anni, che le fece brillare gli occhi e rimescolare la pancia, e che la guidò con successo alla conoscenza dell’arte amatoria.

Gérard però era un libertino di dubbia reputazione, affascinante e accattivante, ma inaffidabile quanto basta per non prendersi cura neppure delle tre olive nel proprio Martini.

Nonostante le differenze sociali, tra i due nacque, anzi, per meglio esprimersi, esplose una sconvolgente attrazione fisica, che li portò in breve tempo a condividere una mansarda in un palazzo elegante nel centro di Parigi, abitato esclusivamente da artisti bohèmien.

Mentre Gérard dipingeva quadri che non riusciva neppure a regalare, Amélie si affermò come restauratrice di opere d’arte, e per due lunghi anni mantenne il pittore inconcludente e i suoi troppo vizi, fino al giorno in cui, rientrando a casa in anticipo di due ore per un mancato appuntamento di lavoro, trovò Gérard tra le candide braccia di una giovanissima madamoiselle.

Alla domanda:

<< E lei chi è?>> Gérard rispose che si trattava di Corinne, sua musa ispiratrice, e che, se le andava, nel letto c’era posto anche per lei. Detto tra noi, credo sia stata una mossa sbagliata.

Inutile aggiungere che Amélie fece le valige tornando poi di filato presso la casa genitoriale, a Saint-Jean-Cap-Ferrat.

Dal quel giorno giurò a sé stessa di stare lontana dai maschi come dalla peste, e ad eccezione di avance inconcludenti da parte di uomini improbabili in cerca di dote, il destino l’aiutò a mantenere fede alla promessa, ma non si perse d’animo e senza smettere di guardare le stelle e sognare, portò la sua vita a divenire un susseguirsi di successi lavorativi e personali.

Lavorò quindi con impegno accudendo i suoi genitori sino alla fine dei loro giorni terreni.

L’ultima ad andarsene fu la madre, la quale la lasciò orfana di qualsivoglia parente, anche da parte paterna. A volte capita, ma credo che non sempre si riveli una inconsolabile disgrazia.

Pochi mesi dopo i funerali dell’amata madre, Amélie ricevette una lettera da parte di un tale di nome Anthony Martin, il quale sosteneva di essere suo cugino di secondo grado.

Consapevole di non avere cugini di sorta, ma generosa e gentile, Amélie invitò monsieur Martin per un incontro chiarificatore, presso la sua dimora a Saint-Jean-Cap-Ferrat.

Monsieur Martin accettò, e si presentò con la moglie Céline, incinta di otto mesi.

Ricolma di compassione per la storia strappa lacrime della coppia, e lo stato interessante di Céline, li pregò di fermarsi per l’intero fine settimana, e pensando di non rivederli mai più, diede loro, al momento del congedo, una sostanziosa regalia in denaro.

Dalla nascita della loro primogenita Colette, a cui rifilarono il secondo nome di Amélie, Anthony e Céline trovavano mille scuse per mettersi in contatto con Amélie, la quale lusingata d’essere così fortemente gradita nelle loro vite, si lasciò travolgere da richieste di aiuto e ospitalità, senza rendersi conto che forse la coppia dei finti cugini, stava approfittando di lei.

Gli amici più cari e anche il personale di servizio, cercarono in tutti i modi di farle capire che la stavano spudoratamente sfruttando, soprattutto Clotilde, che aveva il meraviglioso dono di riconoscere un imbroglio a chilometri di distanza.

Amélie le dava ragione, ma non si risolveva mai a negare l’ennesima richiesta.

Quella assurda storia andava avanti ormai da quindici anni, e negli ultimi cinque anni Anthony e Céline trascorrevano le loro vacanze estive nella villa di Saint-Jean-Cap-Ferrat, durante il mese di luglio.

La stessa Amélie riconosceva di non capire come tutto ciò fosse potuto accadere, dal momento che lei li aveva invitati una sola volta.

Anche l’anno in cui Babette era ospite di Amélie, arrivò la fatidica telefonata di Anthony, puntuale come la morte.

Al trillo del telefono rispose Claire, la quale non poteva esimersi da detestarli apertamente, e appresa la notizia si diresse dritta come un fuso verso lo studio dove Amélie stava lavorando, e Babette sprofondata in una poltrona, leggeva “Persuasione” di Jean Austin. A guardarle vicine sembravano madre e figlia poiché Babette aveva ereditato per empatia gli stessi colori di Amélie.

<< Amélie, le comunico che Anthony e famiglia confermano il loro arrivo per il primo luglio.>> annunciò Claire con tono sarcastico.

Amélie alzò lo sguardo dal quadro che stava restaurando: una tela ovale con il ritratto di una bambina dagli occhi di rana e il labbro superiore sporgente. Sicuramente una rappresentante degli Asburgo.

<< Grazie Claire, non so se ho capito bene, ma forse resteranno con noi anche per tutto il mese di agosto.>>

<< Che meraviglia. Come le cicale!>> ironizzò Claire, con la conseguenza di far ridere Babette che nascose gli occhi azzurri dietro il libro.

<< Certo, come le cicale, ma poi se ne andranno, come sempre.>> replicò Amélie divertita.

Claire incrociò le braccia contro il petto generoso.

<< E ci mancherebbe che si fermassero per sempre. Mi permetta di dire che cinque anni di vacanze a sue spese sono più che sufficienti, e se fossi in lei chiuderei per sempre questo legame forzato, perché ogni volta che vengono qui, ne uscite più stanca e delusa, anzi, ne usciamo tutti più stanchi e delusi, comprese le piante nel giardino. >>

<< Lo so Claire, ma se non li ospito, come potrebbero permettersi delle vacanze? Hanno una prole numerosa. Almeno si divertono un po'.>>

<< Appunto, loro si divertono, noi un po' meno.>> replicò Claire ridendo, poi aggiunse con tono più serio:

<< Tra l’altro non le hanno mai dimostrato un briciolo di gratitudine, e se andassero a lavorare la loro condizione economica non sarebbe poi così drammatica. Se non altro non avrebbero bisogno della gratifica che elargite loro ogni santo mese.>>

Amélie posò il pennello e sospirò:

<< Dici bene Claire e condivido appieno la tua opinione. Ma se non li aiuto che fine faranno? Cinque figlie da mantenere sono troppe. >>

<< Amélie, non fatemi dire cose che non voglio dire! >> esclamò Claire tappandosi la bocca con le mani.

Amélie rise di gusto:

<< Infatti Claire non dirlo. Però hai ragione, ogni estate diventano più chiassosi e invadenti, ed io mi sento come un rametto che si incrina trascinato dalla corrente. Completamente senza energia. Te ne dò atto Claire, ma non so come venirne fuori senza offenderli.>>

Mentre parlava i suoi occhi azzurri si riempirono di umida tristezza e Babette ne rimase particolarmente colpita.

<< Ottima ragione per chiudere definitivamente i cordoni della borsa e anche il cancello di casa.>> concluse Claire intenzionata a non mollare, ma lo proferì con infinita dolcezza poiché conosceva Amélie da quando era stata assunta in quella casa a soli diciotto anni, e Amélie era solo una quattordicenne.

Cresciute insieme ambedue provavano un profondo sentimento di stima reciproca, e da quando i genitori di Amélie erano passati a miglior vita Claire la proteggeva come fosse stata una sorellina minore.

 

********

 

Il primo giorno di luglio Babette si svegliò quando le dita sottili e delicate dell’alba iniziarono a tendersi a est e dalla finestra penetrava il profumo della lavanda e il ronzio delle piccole api paffute.

Era stato un risveglio dolcissimo fino a quando René aveva incominciato ad abbaiare furiosamente al trillo del campanello e Babette senti passi che scendevano le scale, sussurri vari e porte che sbattevano.

Quale essere si presenterebbe davanti alla vostra porta, alle sei del mattino?

Sicuramente un essere poco incline a rispettare il prossimo, cioè Anthony Martin.

Quando Babette scese al piano di sotto dopo essersi lavata e vestita più veloce che poteva, per vedere cosa mai stesse succedendo, trovò la casa e la servitù in subbuglio e Marcel che trascinava valige, valigette e borsoni vari.

Babette ne approfittò per ammirare i muscoli di Marcel che guizzavano sotto le maniche della camicia e quando si spostò sulle scale per farlo passare lui le regalò un sorriso smagliante, di conseguenza lei si girò su sé stessa, trovandosi senza volere a dare una scorsa fugace alle natiche di Marcel.

“Un piacere per gli occhi” pensò Babette sorridendo tra sé e sé.

Florence e Pauline correvano da tutte le parti e Claire vestita d’ordinanza accoglieva gli ospiti con un falso sorriso stampato sulle labbra, il quale si sa, è un suggestivo mezzo di comunicazione, invitandoli ad entrare come se fossero vampiri succhia sangue, discendenti di Dracula.

Anthony era accompagnato dalla moglie Céline e dalle cinque figlie:

Colette, Géraldine, Giselle, Ivette e Janine, in scala dai quindici ai sei anni, le quali si presentarono in tutta la loro disarmonia.

Appena Babette le vide, un brivido involontario le percorse la spina dorsale, facendole provare per istinto un’antipatia immediata, sentendo dentro di sé che quelle ragazzine avrebbero portato solo guai, ma per non dispiacere Amélie sorrise dando loro il benvenuto con estrema gentilezza, con la conseguenza di rimanere impalata in mezzo all’ingresso perché volutamente ignorata dall’intera famiglia, la quale passò oltre senza degnarla di uno sguardo.

Poco dopo Céline tornò indietro ticchettando sui tacchi a spillo, tutta trucco sbavato e gioielli fasulli, e le ordinò di servire la colazione alle “sue creaturine affamate”.

Claire arrivò in suo soccorso, puntualizzando che Babette era la figlioccia di madame Amélie, di conseguenza un ospite di riguardo, sottolineando con estrema chiarezza che gli ordini al personale di servizio li dava lei, e a lei li dava madame Amélie.

Céline alzò le spalle in un gesto di sgradevole menefreghismo e se ne andò blaterando qualcosa sul fatto che la servitù non era sottomessa come conveniva, lanciando un’occhiata gelida a Babette.

In quel momento il significato della parola “cafona” apparve a Babette in tutto il suo inequivocabile significato.

Sulla discutibile educazione di Anthony e Céline era già stata avvisata da Claire e dal personale di servizio, ma ci rimase male ugualmente poiché abituata al rispetto e alla gentilezza.

Suo padre le ripeteva sempre:

<<Senza educazione non si arriva mai da nessuna parte.>> e lei aveva assimilato il concetto sin nel profondo del suo essere.

Dopo lo squallido incidente Babette aiutò Pauline e Florence ad apparecchiare la tavola per la colazione delle "creaturine".

Nel pomeriggio Babette chiese a Claire qualche informazione sulla famiglia Martin.

<< Abitano in un micro appartamento nella città vecchia di Marsiglia. Una zona così malfamata che gli stessi delinquenti si guardano le spalle per non essere derubati.>> la informò Claire facendola ridere.

<< Ci sono stata di persona insieme ad Amélie, Adrien e Marcel, perché Amélie voleva verificare di persona di cosa avessero davvero bisogno. C’erano piatti sporchi nel lavello, abiti sparsi ovunque, letti sfatti, e fili elettrici penzolanti da un muro all’altro con appese lampadine che gettavano una luce tremula sulle pareti ingiallite. Sembrava di stare all’obitorio. Mi dispiace, ma non avevano nessun tipo di scusa. Anche io sono nata in una famiglia dai mezzi modesti, ma il primo insegnamento che mi hanno trasmesso i miei genitori è stato l’importanza dell’igiene personale e della pulizia in generale. Comunque sia, Amélie ha fatto pulire e restaurare il piccolo appartamento, arredandolo con gusto e inserendoci tutte le comodità, ma sono convinta che se facessimo un giretto da quelle parti, troveremo disordine e sporcizia.>>

<< Perché non si cercano un lavoro?>> domandò Babette, poiché non concepiva come si potesse vivere di espedienti.

<< Perché Anthony afferma di lavorare, se ingannare il prossimo si possa definire un lavoro, e comunque ogni mese ricevono la buona uscita di Amélie. Non credo quindi che ci voglia un genio per arrivare a comprendere il loro mancato interesse nel cercarsi un lavoro. Hanno trovato la gallina dalle uova d’oro, e di ciò me ne dispiaccio profondamente, credo che Amélie non contempli il danno che sta subendo.>>

Claire si zittì sospirando, poi prese le mani di Babette tra le sue:

<< Sei ormai una mademoiselle assennata e coscienziosa, quindi mi chiedevo se te la senti di aiutarmi a mettere fine a questa storia.>>

<< Conta su di me Claire, davvero. Ti aiuterò senza riserve.>> promise Babette, convinta che bisognava correre ai ripari il prima possibile.

Da quando erano arrivati i Martin, il personale di servizio faceva i doppi turni e lavorava come se non ci fosse stato un domani.

Amélie e Babette consumavano i tre pasti del giorno sempre da sole poiché Anthony e famiglia non seguivano gli orari né le regole della padrona di casa.

<< Anche questa mattina Anthony mi ha chiesto del denaro per saldare dei debiti di gioco.>> confessò Amélie a Babette mentre pranzavano in giardino, all’ombra di palme fruscianti non lontano dalla piscina, dove le cinque creaturine sguazzavano urlando, cercando di affogarsi a vicenda, non riuscendo a fare silenzio neppure sott’acqua, mentre padre e madre distesi al sole, dormivano e russavano come locomotive.

<< So che ho solo diciannove anni e probabilmente non sono ancora in grado di dare consigli, ma secondo il mio modesto parere queste persone stanno approfittando della tua immensa generosità, derubandoti anche del tuo spazio.>> sostenne Babette sperando in cuor suo di non essere inopportuna, anche se comprendeva l’istinto generoso di Amélie, la quale però, lo manifestava troppo spesso con le persone sbagliate.

<< Come sei cara Babette, a preoccuparti di me, ma quelle ragazzine mi fanno una pena infinita. Sai, a volte troppa sfortuna può rendere meschina qualsiasi creatura.>>

<< Può essere, e credo di non avere ancora un’esperienza di vita tale da poter comprendere fino in fondo, ma maman dice sempre che la fortuna è affascinata dalla grande efficienza.>> precisò Babette.

<< Clotilde è saggia, ma non dobbiamo essere egoisti. Nel mondo c’è spazio per tutti.>> dichiarò Amélie a guisa di conclusione guardando la sua amata figlioccia con tutta la tenerezza del mondo, mentre Claire posava sul tavolo due coppe di gelato alle fragole.

<< Appunto, nel mondo c’è spazio per tutti, ma non in questa casa.>> puntualizzò Claire, trascinandole con sé in una risata prolungata.

Amélie sapeva suo malgrado d’essere stata colpita da roboanti saette, e seppure non sopportava più la loro indiscreta invasione, era convinta che fare del bene l’avrebbe resa migliore.

Babette invece stava pensando che se perdi la libertà tutto il resto non conta più nulla.

 

                           ********

 

Nei giorni seguenti il comportamento di Anthony e famiglia divenne deplorevole.

Si alzavano a mezzogiorno, mangiavano quando ne avevano voglia e solo cosa volevano loro, senza nessun rispetto per le disposizioni di Amélie, né per il lavoro altrui.

Entravano ed uscivano senza avvisare non rispettando gli orari della casa, confondendo il giorno con la notte, muovendosi come fossero i padroni, lasciando le loro cose personali sparse ovunque, anche in giardino.

Una mattina Babette vide le mutande di Anthony abbandonate sul corrimano delle scale. Rimasta senza parole andò in giardino dove l’attendeva Amélie per la colazione.

L’intera famigliola dormiva abbandonata sui lettini a bordo piscina tra i resti di un allegro festino notturno.

Allo sguardo interrogativo e stupito di Babette, Amélie diede una spiegazione:

<< Ieri sera hanno festeggiato il compleanno della madre di Céline, stappando bottiglie di champagne e ingozzandosi di torta e pasticcini. Tra un sorso e l’altro si sono addormentati sul posto. >>

<< Ma qui non c’è sua madre.>> esclamò Babette esterrefatta.

<< Infatti, e a quanto ne so, almeno così mi raccontarono quando li conobbi, Céline è orfana.>>

La risata scoppiò irrefrenabile.

<< Questo però non spiega la presenza delle mutande di Anthony sul corrimano delle scale. Mi auguro di cuore che sotto l’accappatoio non sia nudo.>> commentò Babette continuando a ridere.

<< Ti chiedo scusa Babette, spero non ti sia trovata in imbarazzo. Comunque stamane Annette mi ha confidato che ogni mattina trova sul banco da lavoro una lista di richieste culinarie degne di un albergo a cinque stelle. Guarda qui.>> Amélie le allungò un mazzetto di foglietti che Babette lesse ridendo di gusto.

<< Denoto un’impossibile grammatica. Ora però mi spiego perché Annette formula intenzioni poco caritatevoli nei loro confronti, descrivendole con una gamma d’immagini fantasiose e orripilanti, non auspicabili per nessuno, ma la comprendo dal profondo del mio essere.>> considerò continuando a ridere mentre versava lo zucchero nel suo lungo caffè.

<< Annette mi ha giurato che ogni sera prega la Madonna di Lourdes sperando che li faccia sparire per sempre.>> riportò Amélie passando i biscotti a Babette, la quale rise facendosi andare per traverso il caffè.

<< Sai >> aggiunse Amélie battendo la mano sulle spalle della figlioccia << da oggi dovrò chiudere la porta dello studio a chiave perché le ragazzine entrano ed escono senza bussare mentre lavoro, e Giselle due giorni fa mi ha rubato dei pennelli.>>

<< Stai scherzando? Ti rendi conto che non è normale?>> domandò Babette sconcertata.

<< Si, e sono preoccupata.>> rispose Amélie colma di inutile desolazione << e credo che dovrò mettere sotto chiave l’argenteria, i gioielli di mia madre e i documenti importanti.>>

Babette non sapeva come sarebbe andata a finire tutta quella storia, ma era intenzionata a ribaltare la situazione, in un modo o nell’altro, come era sicura che continuare a foraggiare Anthony era un incitamento alla pigrizia e al vizio.

 

********

 

Credo sia arrivato il momento di descrivere i componenti della famiglia Martin, per quanto mi sia possibile, cercando ovviamente di renderveli più simpatici e gradevoli.

Anthony era coetaneo di Amélie ed era proprietario di un fisico segaligno dall’aspetto stropicciato, come se andasse a dormire completamente vestito.

Si pettinava i radi capelli all’indietro, saturandoli di lacca.  Aveva occhi sporgenti e l’unghia del mignolo destro lunga e appuntita. Spiegava a tutti che le serviva per pulirsi i denti quando gli si incastravano pezzetti di carne, poiché molto più pratica di uno stuzzica dente. Per questo motivo passava metà del suo tempo a limarla e lucidarla con amore.

Tutta la felicità di Babette goduta in quella lunga vacanza, derivava dal fatto che non consumava i pasti alla stessa tavola di Anthony, altrimenti avrebbe sicuramente vomitato nel piatto.

Anthony aveva parecchi vizi, ma il fumo era quello che lo imprigionava di più. Quando si muoveva lo seguiva una nuvola puzzolente di tabacco scadente.

Amélie le aveva già chiesto decine e decine di volte di non fumare in camera da letto e a tavola, ma lui sembrava non intendere, come se i ragionamenti logici gli fossero preclusi da sempre.

Quando Amélie gli faceva notare che il fumo era nocivo, lui le rivolgeva uno sguardo vuoto e si accendeva una sigaretta, non avendo neppure la decenza di farlo di nascosto, dimostrando appieno le reali proporzioni della sua colossale stupidità, ma d’altronde non lo si poteva accusare di avere un’attività celebrale, e comunque minchione lo era sempre stato.

Non diceva mai nulla di interessante, e aveva un modo di parlare stentoreo che ipnotizzava, facendo addormentare tutto l’uditorio, anche se Amélie e Babette, costrette ad ascoltarlo, lo facevano con rispettosa cortesia, nonostante avesse una proprietà di linguaggio pari a zero.

Spesso però ammorbava i presenti con la storia del suo sogno nel cassetto, che consisteva nel voler andare a vivere in America, terra dalle mille attrattive e dalle mille promesse. A sentire lui gli americani erano il popolo più evoluto dell’intero universo, e tutti si chiedevano spesso, come mai abitasse ancora in Francia, anche perché partendo avrebbe fatto un dono inestimabile a tutti i presenti.

Detestava Amélie e non faceva nulla per nasconderlo, ma se le serviva del denaro deponeva le armi usando maniere che rasentavano l’untuosità, e si vedeva, perché dove passava lui rimanevano tracce di viscida bava.

Diciamo che era attaccato alla materia come una patella allo scoglio.

Per farla breve aveva il fascino di un porta ombrelli, e di sicuro non stiamo parlando di un porta ombrelli in porcellana di Limoges dipinto a mano.

Céline aveva trentasette anni e l’aspetto fisico di un budino tremolante, divenuto tale per le troppe gravidanze e mantenuto tale, grazie alle quantità di dolci che ingurgitava senza requie.

Babette aveva provato più di una volta ad immaginare il suo aspetto di ragazza, senza ricavarne un ragno dal buco, poiché Céline aveva la faccia tonda come una palla da bowling e camminava trotterellando veloce, come se al posto delle gambe avesse un meccanismo giocattolo.

Si cotonava i capelli come andava di moda negli anni cinquanta e li tingeva in una sfumatura arancio metallizzato, che lei definiva “biondo rosso”, aggiungendo che si serviva del miglior parrucchiere di Marsiglia, il che fece nascere il desiderio in Amélie, nei suoi amici e nel personale di servizio, di chiedere immediatamente l’indirizzo del capace parrucchiere, in modo tale dal tenersene alla larga.

Si spalmava la faccia di fondotinta aranciato e le ciglia erano sempre catramate di mascara indurito perché aveva la pessima abitudine di non detergersi prima di andare a dormire, e il giorno dopo si truccava sui residui del trucco precedente: vi lascio immaginare il risultato.

Completava il make-up con un rossetto arancione catarifrangente, che lei definiva “color tramonto”.

Probabile avesse una visione distorta dei colori. Indossava solo abiti di jersey attillati, mettendo in mostra cose che non si sarebbero dovute vedere, e calzava solo tacchi a spillo, che indossava anche per andare in spiaggia.

Una sera in cui si disquisiva di moda ed eleganza, Anthony precisò che se Céline si fosse vestita o pettinata come Amélie, a lui non sarebbe più piaciuta poiché non sarebbe stata più lei.

Claire passando accanto a Babette con un vassoio di dolcetti, le sussurrò all’orecchio:

<< Certo, perché sembrerebbe una bella donna.>>

Babette dovette schizzare fuori dal salotto per andare a ridere in solitaria.

Se non altro Céline non fumava, ma per compensare la mancanza, masticava perennemente il chewing-gum.

Ogni tanto per riposare la mascella, lo tirava fuori dalla bocca, lo schiacciava con le dita e lo posizionava al sicuro tra i grossi seni, per poi recuperarlo al momento del bisogno.

Florence e Pauline le trovavano appiccicate ovunque.

Amélie cercò di farle comprendere, con la sua infinita pazienza, che non era buona educazione masticare con la bocca aperta producendo rumori molesti, ma furono tentativi di disperata inutilità, caduti nel vuoto.

L’unica cosa che le riusciva bene era sedersi in salotto con mezzo chilo di gelato variegato davanti alla televisione, a guardare per ore telenovelas brasiliane, e palpare il fondo schiena di Marcel ogni volta che le passava accanto.

Raccolti anche i lamenti più che giustificati di Marcel, il quale decise di fingersi omosessuale per tutta la durata delle loro vacanze, recitando in modo perfetto le movenze e gli atteggiamenti femminili, Amélie provò a voler trasformare Céline in una vera "madame" poiché convinta che Céline fosse prigioniera di una ribellione sartoriale e dovesse per questo motivo essere indirizzata verso uno stile più elegante.

Un pomeriggio chiamò a raccolta Babette, Claire, Pauline Florence, Sofie e Annette, e le invitò a scegliere dal suo immenso guardaroba, abiti, scarpe, borse e accessori da regalare a Céline, la quale dopo averli guardati con disgusto, storcendo la faccia in mille smorfie, sentenziò:

<< Siete impazzite per caso? Queste cose sono da vecchia. Non li metto neppure morta. Siete voi che dovete vestirvi come me.>> e dopo averle carbonizzate con lo sguardò uscì dalla stanza avvolta da una cortina di melodramma, barcollando sui tacchi a spillo.

Rimaste sole si guardarono tutte esterrefatte.

<< Vestirci come lei? Ma che caspita ha al posto del cervello? Un’arachide?>> esclamò Annette.

Scoppiarono a ridere e la ridarella le accompagnò per il resto del giorno.

Céline faceva parte di quella congrega di esseri umani che non si fanno mai gli affari propri, intrufolandosi nelle conversazioni altrui, distribuendo consigli non richiesti, facendolo pure con scortesia.

Qualcuno avrebbe dovuto insegnarle la modestia e la riservatezza. Diciamo che il buon gusto e l’eleganza distavano da lei come Giove dal Sole, esattamente 778 milioni di chilometri.

Babette amava la lucidità e l’umorismo, di conseguenza non reggeva i fanatici, i quali sono sempre sull’orlo della farsa, esattamente come Céline.

La primogenita dei Martin aveva quindici anni e si chiamava Colette, come la famosa scrittrice, ma a differenza di quest’ultima, possedeva un vocabolario ristretto e da scaricatore di porto.

Si vestiva come una squillo in erba e si dava tante di quelle arie da sollevare un vento impetuoso quando passava. Tutta ambizione, superficialità e voglia di far nulla.

Il massimo della vita per lei era laccarsi le unghie, fonarsi la frangia, truccarsi come la madre e farsi ammirare e venerare.

Una mattina Amélie la invitò gentilmente a mettere ordine nella stanza che divideva con Géraldine, spiegandole che il personale di servizio aveva fin troppo lavoro da sbrigare.

Colette rispose che non ci pensava neppure, essendo in vacanza. Amélie le fece allora notare che se voleva diventare una brava padrona di casa avrebbe dovuto imparare a prescindere, e l’impudente replicò che possedendo bellezza e vari talenti nascosti, si sarebbe sposata con un uomo ricco sfondato che l’avrebbe mantenuta, facendola riverire da mille serve.

<< I maschi mi ronzano intorno come mosche.>> concluse Colette uscendo dalla sala con una alzata di spalle menefreghista, eredità certa di Céline.

In quel momento Babette avrebbe voluto spiaccicarla contro la parete con il batticarne di Annette, ma ci pensò Claire a ripristinare il buon umore:

<< Stai tranquilla Babette, poiché considerando i suoi molteplici talenti nascosti, sposarsi sarà l’unica scelta possibile, e comunque è risaputo che le mosche ronzano di preferenza sopra le merde.>>

Babette rise sino alle lacrime e per quella volta rinunciò a battere Colette come una fettina di petto di pollo.

La seconda figlia dei Martin aveva tredici anni e si chiamava Géraldine e anche lei aveva un vocabolario di una sola pagina e una grammatica inesistente. La sua capacità di ascolto e concentrazione era nulla, e qualsiasi domanda le veniva posta, prima fissava l’interlocutore con un’espressione da porta chiusa, dimostrando un olimpico disinteresse per qualsiasi cosa, poi quando raramente si degnava di rispondere formulava la sua filosofia di vita in cinque parole, sempre le stesse:

<< Non me ne frega niente.>>

Infatti aveva l’aria di fregarsene di tutto e lasciava che fossero gli altri a darsi da fare, vivendo come una pianta dall’alba al tramonto. 

Nel suo futuro con che cosa avrebbe compensato le sue scarse doti sociali?

Non mangiava niente, ma le sue funzioni vitali continuavano il loro lavoro, ma senza lei dentro.

Indossava ogni giorno e con qualsiasi clima, dei jeans strappati e una maglietta slabbrata di due taglie più grandi, i quali avrebbero avuto bisogno di una energica lavata. Più volte Pauline o Florence avevano provato a trafugarli, per lavarli, ma senza riuscirvi, poiché sembrava che ci andasse a dormire, esattamente come suo padre.

Ultimava il look con un giubbotto di pelle e un paio di stivali texani, ambedue ai minimi termini e che non si toglieva neppure quando andava in piscina o alla spiaggia.

I dialoghi che aveva con il resto degli abitanti della casa erano piatti come l’encefalogramma di un morto e girava per casa con l’aria afflitta e moscia, come gli abiti che indossava.

Sembrava un fantasma abbandonato.

La terza figlia aveva dieci anni, si chiamava Giselle ed era una ladra, dono ereditato da papà Anthony.

Rubava qualsiasi oggetto non fosse inchiodato ai mobili, per questo motivo Claire chiudeva tutto a chiave.

Babette aveva creduto di avere perso il suo braccialetto d’oro, fino a quando Florence lo trovò sotto il materasso di Giselle, cambiando le lenzuola. Nonostante l’evidenza Giselle negò sentenziando che la sua parola valeva quanto la loro.

Un giorno Claire la beccò con le mani dentro la borsa di Amélie e la minacciò di chiamare la polizia. Giselle le rispose che se lo avesse fatto avrebbe riferito d’essere stata aggredita e picchiata e subito dopo si mise ad urlare come un’ossessa.

Arrivarono tutti compresa Céline che la difese a spada tratta, accusando Claire di violenza psicologica, mentre Amélie e Annette si inventavano qualsiasi cosa per farla rinsavire, ma Giselle continuò ad urlare come se un cane rabbioso la stesse riducendo a brandelli.

Alla fine Amélie, Babette e il resto del personale di servizio se ne andarono per non strozzarla con le loro mani.

Appena furono fuori dalla portata di orecchie indiscrete Claire profetizzò:

<< Di sicuro diventerà un’ottima politica.>> ovviamente scatenando l’ilarità generale

La quarta figlia aveva otto anni e si chiamava Ivette, ed era sicuramente la più strana, sicuramente una creatura a sangue freddo, avvezza ai labirinti del male, e ne andava pure fiera.

Babette si era sempre chiesta se veramente potessero esistere bambini cattivi, ma si rispondeva che no, non esistono bambini cattivi, poiché i bambini sono tutti angelici, ma cambiò opinione quando osservò con i propri occhi di cosa era capace.

Catturava le farfalle per ridurle in polvere tra i palmi delle mani. Abbrustoliva gli insetti con l’accendino del padre. Conficcava spilli da sarta sul dorso delle lucertole e le guardava morire mentre si contorcevano tra mille tormenti.

La prima volta che la vide si sentì morire vomitando poi sul prato. Parlò poi con Amélie chiedendole di fare qualcosa per bloccare la moria dei piccoli esseri viventi, e anche Adrien la sorprese più volte a colpire le carpe nello stagno con un bastone, o ad intrufolarsi nel pollaio per percuotere le galline, che per lo spavento facevano le uova già strapazzate.

Tirava le pietre al gatto o cercava di affogarlo, finché il povero gatto che si chiamava Pepe, quando la vedeva arrivare si fingeva morto.

Una sera mentre Amélie e dei suoi amici si godevano un aperitivo al fresco della sera, Babette vide Ivette con un passerotto tra le mani e conoscendo la brutalità della bambina si mise in allarme chiamando Amélie e il resto del gruppo, ma non fecero in tempo neppure ad avvicinarsi poiché Ivette gli aveva già tirato il collo.

Amélie urlò disperata, una sua amica svenne e Babette pianse tutte le sue lacrime. Ne seguì un trambusto generale, nel quale Claire ne approfittò per fare una ramanzina con i fiocchi a Ivette. Ramanzina che sortì l’effetto opposto.

<< La prossima vittima sarai tu, vecchia strega.>> l’apostrofò l’amabile infante.

Amélie e i suoi amici dovettero bloccare Claire, pronta ad assestarle un sonoro ceffone, mentre Babette si sentiva sul punto di abbandonare l’esistenza.

Tutti in casa erano convinti che Ivette fosse posseduta da uno spirito oscuro, e che questo spirito oscuro non se ne sarebbe andato troppo presto.

La quinta aveva sei anni e si chiamava Janine, e solo che per la tenera età avrebbe dovuto instillare nell’animo altrui, tanta, tanta tenerezza.

In realtà era un maschio mancato, la più strafottente e la più brutta, sempre affogata nei mocci. Ogni volta che le si rivolgeva la parola grugniva e sputava addosso al suo interlocutore.

Ogni giorno beveva una quantità di Coca-cola sufficiente a lanciarla nell’infinito spazio per l’eternità, e infatti non dormiva mai per esubero di zuccheri. Non stava mai ferma e durante i pasti correva per tutta la casa mentre Florence la seguiva con il piatto in mano.

Capricciosa sino allo sfinimento non si accontentava mai di nulla, e chiedeva banane in continuazione, che però non mangiava ma nascondeva in luoghi improbabili, facendole marcire.

Tutta la villa era pervasa da un olezzo rancido di banana marcia, che però nessuno riusciva a localizzare.

<< Janine, per l’amore di Dio, dimmi dove hai nascosto la banana. Non senti la puzza? Saremo invasi da tutti i moscerini dell’universo.>> la implorava Claire distrutta dalla fatica.

Janine grugniva e le sputava addosso, poi scappava.

Per farla breve, le figlie di Anthony e Céline erano una confederazione di stronzette che trascorrevano le giornate a combinare orrori, distruggendo tutto ciò che trovavano sulla loro strada.

Dove passavano loro non cresceva più l’erba, in puro stile Attila, e il tutto veniva corredato da urla disumane emesse a squarciagola con vocine gradevoli da sirena antinebbia, le quali rimbalzavano tra le pareti della casa come in una vallata di montagna.

Smettevano di urlare solo per piangere come fontane, qualora le loro assurde richieste non fossero esaudite all’istante, e in quei giorni ad aumentare il disagio arrivò un’afa opprimente che faceva sudare anche da fermi.

Babette si ricordò che al primo sguardo le erano sembrate dei mostrini, e al secondo sguardo anche.

Céline le aveva portate dal suo parrucchiere di fiducia, il quale le aveva  fornite di un taglio di capelli da paggio medievale, ornato da relativa frangetta, che faceva la sua orrida figura su fronti basse e guance da criceto.

Erano l’una la fotocopia dell’altra e tutte e cinque avevano ereditato gli occhi sporgenti del padre e la stupidità della madre, la quale andava fiera delle sue “creaturine” sottolineando che erano così intelligenti che avrebbero potuto fare a meno di frequentare la scuola, anche perché secondo il suo modestissimo parere l’unica cosa piacevole della scuola era il suono della campanella a fine lezione.

 

********

 

Una mattina Florence impegnata da vari lavori, chiese a Babette se poteva gentilmente pettinare Ivette e Janine per renderle presentabili, in vista del pranzo elegante che madame aveva organizzato per i suoi amici.

Babette accettò impegnandosi con fervore, ritrovandosi alla fine stremata e sconvolta come se avesse dovuto infilare dei collant ad un gatto. Un vero incubo.

Le due creaturine scapparono in direzioni opposte al primo avvicinamento di Babette, costringendola ad un tour de force di circumnavigazione di villa e giardino per almeno due volte.

Le rincorse con la spazzola in mano e promesse di gelato a profusione, con risultati esecrabili, tra parolacce e sputi vari da parte di Janine.

Babette si lasciò andare sui gradini della veranda, sudata marcia e con le lacrime agli occhi, e in un momento di totale sconforto urlò con tutto il fiato che aveva in corpo:

<< Andate a farvi pettinare da quella stronza di vostra madre.>> scatenando un putiferio e mille insulti da parte di Céline, ma Babette neppure si difese, neppure ci provò poiché era distrutta come erano distrutti il resto degli abitanti della villa.

Nonostante il deprecabile comportamento delle cinque pesti, Amélie non rinunciò ad insegnare loro le buone maniere: come tenere le posate nel modo corretto, come sedersi senza mostrare le proprie mutande, cercando poi di avvicinarle alla lettura per migliorare lessico e grammatica.

Le coinvolse nella creatività del disegno, della musica, della danza, del cucito, del ricamo e dell’uncinetto. Tempo di attenzione del gruppo: due secondi netti.

Il problema più grande era che Amélie si sentiva l’angelo della salvezza e voleva a tutti i costi instillare in loro sensibilità e grazia. Povera Amélie.

Non ottenendo risultati di sorta, il giorno dopo le spedì in cucina da Annette e Sofie per una lezione di alta cucina, dove scoppiò una guerriglia nei confronti di Sofie, a base di farina e uova.

La povera Sofie scoppiò in lacrime minacciando il licenziamento. Da quel momento Annette interdisse l’entrata in cucina al resto del mondo.

Amélie allora le affidò ad Adrien pensando che un po' di giardinaggio all’aperto potesse rilassarle. Compito arduo e per nulla divertente che Adrien riuscì a portare avanti per almeno venti secondi, in cui fu sbeffeggiato con una sequenza di pernacchie denigranti.

La stessa sera, durante la cena di Amélie e Babette, entrò in sala Céline, la quale aggredì la padrona di casa senza mezzi termini, bloccando qualsivoglia sua iniziativa personale sull’educazione della propria prole, a suo avviso già fin troppo educata e obbligata a sottomettersi ad angherie e regole severissime atte a mozzare per sempre le loro delicate tendenze, limitandone le naturali predisposizioni.

<< Sono venute qui per riposare, giocare e divertirsi, non per lavorare sotto padrone.>> ultimò rossa come un pomodoro, scuotendo la testa in segno di disapprovazione, il che non disturbò affatto i capelli cotonati che rimasero malinconicamente al proprio posto.

Senza aspettare una replica se ne andò nel solito modo melodrammatico. Claire che aveva seguito Céline per evitare che disturbasse madame durante la cena cercò di consolare Amélie a suo modo:

<<Mi piacerebbe sapere quali sarebbero le loro delicate e naturali predisposizioni. Sono stupide Amélie, non vale perdere del tempo con loro, neppure per prenderle a calci nel culo. Sono convinta che per loro Carpe- diem, significhi pesce del giorno.>>

La risata esplose fragorosa, poi fecero un brindisi all’ironia di Claire.

Pochi giorni dopo Annette fu colta da un attacco di esasperazione, ormai aggrappata ai tenui fili della tolleranza a tutti i costi.

Ogni giorno veniva travolta da multiple richieste poiché ogni componente della famiglia voleva mangiare un cibo diverso, e il suo lavoro si allungava a dismisura.

Bloccò Amélie all’inizio della scala emettendo la sua personale sentenza:

<< Per l’amor del cielo, dica ad Anthony e consorte di smetterla di riprodursi.>>

Amélie rise, ma non c’era proprio nulla per cui ridere, poiché sapeva fin troppo bene di aver ospitato un branco di zoticoni ingrati. Decise quindi di parlare a porte chiuse con Anthony e Céline.

Il giorno dopo Céline annunciò che sarebbero partiti per finire le loro vacanze da amici più umani e comprensivi, perché le loro "creaturine" stavano sfiorendo e cadendo in depressione per le troppe regole e le restrizioni, e che pure lei non era poi così lontana dall’ammalarsi seriamente, anzi, stava deperendo poiché aveva perso due chili.

La notizia della loro partenza fu accolta davanti a loro con silenzioso e fintissimo rincrescimento, mentre sull’ipotetico deperimento fisico di Céline avrebbero avuto tutti qualcosa da dire, ma le loro bocche rimasero chiuse, come se fossero cucite con il fil di ferro, seppur avrebbero voluto precisare che perdere due chili su un totale di novanta chili, non è proprio ciò che si possa definire un deperimento.

Presa l’indiscutibile decisione, Céline ordinò a Babette di preparare i loro bagagli.

Possibile che dopo due mesi di vita in comune ancora non avesse capito che Babette non faceva parte del personale di servizio?

Babette però era così felice della loro partenza che collaborò con Pauline e Florence per tutta la mattina, canticchiando spensierata.

Subito dopo il pranzo scattò l’esodo della famigliola in direzione della porta d’ingresso, e come da prassi, uscirono in fila indiana senza salutare, né tanto meno, ringraziare.

Di solito quando le vacanze giungono al termine e gli amici se ne vanno, ci si ritrova tristi, avvolti da un mantello di nostalgici ricordi.

Appena il furgoncino Peugeot tutto scalcagnato dei Martin sparì dietro la curva, tutti i presenti tirarono un sospiro di sollievo, anche il cane e il gatto.

Mentre brindavano per l’inaspettata fortuna, Amélie confessò di essersi pentita di non aver trasformato in gesti i suoi pensieri poco cristiani, poi rise e diede disposizioni per l’organizzazione di una festa, dedicata alla ritrovata libertà.

Babette invece stava mentalmente pensando a qualcosa che mettesse fine all’intrusione dei Martin nella vita di Amélie.

Parlando con Claire la definì “misura preventiva”, arricciando gli angoli delle labbra in un sorriso enigmatico, distraendosi poi nei giorni in avvenire con i baci di Marcel, il quale svestiti i panni di omosessuale, si sentì libero di farle una corte serrata, a cui Babette si abbandonò con piacere.

Anthony, Céline e le "Creaturine" tornarono a casa, ignari della nuvola grigia e colma di fulmini che li seguì sino a Marsiglia.

 

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La prima settimana di Ottobre Anthony ricevette una lettera da parte dell’avvocato Berard Moreau, in cui veniva invitato a presentarsi presso lo studio di Nizza, il 13 Ottobre alle 11.00 del mattino.

Il 13 Ottobre Anthony fu puntualissimo e l’avvocato che era un uomo aitante, elegante e molto capace, lo fece accomodare e gli illustrò la situazione con implacabile chiarezza, annunciando la morte improvvisa di Madame Amélie Martin, avvenuta per una broncopolmonite fulminante che non le aveva lasciato scampo, e siccome la morte non gradisce essere ignorata, bisognava che Anthony ne prendesse atto.

La notizia colse Anthony di sorpresa che però non gli impedì di allargare a tutta la persona il sorriso che gli era apparso sulle labbra.

Strofinandosi le mani pensò di essere l’erede assoluto, e in quei pochi decimi di secondo in cui l’avvocato fece una microscopica pausa, riuscì a considerare che avrebbe venduto la villa e con i soldi ricavati sarebbe partito per l’America.

L’avvocato passò quindi a spiegare che da più di un anno Madame Amélie trovandosi in una condizione economica disperata, aveva dovuto mettere in vendita la villa e chiesto al personale di servizio delle proroghe per i loro stipendi che non pagava ormai da mesi, ma che aveva nascosto questa situazione ad Anthony per non farlo preoccupare.

<< Essendo un amico intimo di madame Amélie, ho comprato la villa lasciando che lei potesse vivererci sino alla morte, e mi sono assunto anche la responsabilità del personale di servizio, i quali hanno mantenuto il loro posto di lavoro. Purtroppo madame ci ha lasciato troppo presto, di conseguenza mi sono fatto carico delle sue spese mediche e di quelle dei funerali, poiché madame non aveva più un soldo. Infatti a Settembre mi sono premurato di farvi avere comunque l'aiuto economico che madame vi donava ogni mese.>>

Ad Anthony caddero le mascelle e rimase con la bocca spalancata. Le cose non stavano certo procedendo secondo le sue previsioni.

Il suo viso sembrava impagliato tanto era lo sgomento. Preso dal nervosismo si accese una sigaretta, tirandola fuori da un pacchetto stropicciato come lui, e ovviamente lo fece senza chiedere il permesso.

Dentro di sé era ricolmo di risentimento e odio nei confronti di Amélie, la quale si era permessa di morire da misera tapina. Si grattò l’orecchio destro con l’unghia lunga e disse:

<<Ma io sono suo cugino, il suo parente più prossimo. Deve spettarmi qualcosa di sicuro.>>

L’avvocato gli spiegò che erano state fatte ricerche in merito, molto approfondite con la collaborazione della Gendarmerie, e che il risultato era negativo. Madame Amélie e Anthony non erano parenti, ma avevano in comune solo il cognome.

<< Lo sa quanti Martin ci sono in Francia?>> domandò l’avvocato, e senza attendere la risposta aggiunse:

<< Non siete parenti, ma madame vi voleva bene, quindi sul letto di morte mi ha fatto promettere di aiutarvi a realizzare il vostro sogno più grande, cioè partire per l’America, e per amor suo ho mantenuto la promessa. Vi faccio dono di sette biglietti aerei, solo andata, più una somma importante per sistemarvi i primi tempi nella vostra cara terra promessa. Il giorno della partenza vi accompagnerò di persona insieme a un gendarme, e resterò sino al momento del decollo. Prendere o lasciare.>>

Anthony non se lo fece ripetere due volte. Uscito dallo studio urlò per la gioia, e arrivato a casa dopo aver comunicato la notizia, fece le valige alla velocità della luce insieme a Céline e le sue "creaturine"

 

The end.

 

Epilogo.

 

Dopo che Berard Moreau vide con i suoi occhi decollare l’aereo, prese l’auto e partì per Saint-Jean-Cap-Ferrat, dove lo stavano aspettando tutti, ma proprio tutti.

Anche Amélie Martin, che per l’occasione aveva radunato i suoi amici più cari.

Era stata Babette a proporre la recita con l’aiuto di Claire, poiché l’unico modo che Amélie aveva per poter rinascere, era morire.

L’equilibrio era stato ripristinato.

Fu un giorno memorabile, in cui la sera scese silenziosa e leggera su un tramonto decorato da uno strato di luna argentata già visibile, e mentre tutti brindavano alla rinascita, Claire offrì a Babette un calice di champagne:

<< Ricordati sempre Babette che dentro una casa tutte le persone regalano armonia. Alcune quando entrano, altre quando escono.>> Babette rise di gusto e brindò con Claire, la quale a discapito della differenza di età, rimase per Babette un’amica speciale per il resto della vita.

 

Immagino che vi stiate chiedendo che fine fecero le cinque meravigliose "creaturine".

Se vi fa piacere vi informo di persona, ma credo che sia più divertente lasciarvi liberi di immaginare.

 

“Ciò che l’uomo possiede veramente

 è quanto ha dentro di sé.

 Quanto ha fuori di sé non dovrebbe avere

 la benché minima importanza,”

                                            OSCAR WILDE.