Fiori,dolcetti e bugie

                                      

" Foto di Daria Unida"

                                

 

 

Montoggio, Dicembre 1962.

Il funerale della zia Irma si svolse di mattina, poco dopo la nascita dell'alba.

Il corteo che lo seguiva era composto da un gruppo di vecchietti con l'artrosi conclamata e da alcune pettegole del paese, rigorosamente in gramaglie, le quali presenziavano non perché profondamente addolorate, ma per distrarsi dalla monotona piattezza delle loro esistenze.

Quel giorno i profili delle colline sembravano ricalcati con la carta carbone, e nuvole cariche d'acqua nascondevano l'unico debole raggio di sole.

Anna, in piedi sull'orlo della fossa in cui era calata la bara della zia, alzò lo sguardo verso il cielo, dove una massa di nuvole nere, sostava minacciosa.

Stava pensando che non le sarebbe piaciuto finire sotto terra per diventare il piatto principale dei vermi, né avrebbe voluto frasi ridondanti scolpite sulla lapide, quasi sempre lontane anni luce dalla verità.

Nonostante tutto non si era potuta esimere dal farlo per la zia, facendo scrivere:

" Zia per sempre rimpianta." e aggiungendo una fotografia, nella quale il nasone gigante di zia Irma, oscurava tutta la frase.

Aveva poi mormorato un'Ave Maria con pochissima convinzione, ma se non altro le pettegole del paese non avrebbero avuto nulla di cui blaterare.

Mentre studiava come sterminarle tutte con l'insetticida che usava per gli scarafaggi, le nuvole avanzavano compatte come un esercito.

Alzò il mento e una goccia le colpì la fronte, e subito dopo gocce dure come sassi mitragliarono la bara nella fossa.

Il Prevosto, un uomo smilzo con il viso lungo dal riflesso verdognolo, si affrettò a benedire la cassa con l'aspersorio mormorando incomprensibili frasi in latino e disegnando nell'aria un'invisibile croce, dandosela a gambe un secondo dopo, senza salutare nessuno e inciampando nella nera sottana, inseguito da due chierichetti sghignazzanti.

Seguì di conseguenza una gara tra i presenti, i quali ritrovarono di colpo la guarigione delle usurate cartilagini.   

Libera di sorbirsi sconsolate e false condoglianze Anna si annodò il velo nero sotto il mento e lasciò il cimitero affondando le mani negli abissi desertici della giacca grigia appartenuta a zia Irma, la quale puzzava di naftalina con un retro sentore di muffa.

Si fece forza e si incamminò veloce per il pendio della collina, mentre l'acqua la martellava senza tregua.

Dopo la morte improvvisa dei genitori, deceduti in un tragico incidente d'auto, quando lei aveva solo otto anni, venne affidata all'unica parente che le era rimasta, e al suo secondo marito Giovanni detto Nino, il quale pensò bene di morire appena un anno dopo per un infarto fulminante.

Per sua sfortuna zia Irma non possedeva una sola goccia d'istinto materno poiché nel suo DNA era assente la parola "madre", né comprendeva a fondo l'espressione "sangue del mio sangue", di conseguenza la trattò da subito come una domestica, presentandola a tutti in paese come la sua parente povera, aggiungendo a bassa voce che fosse pure ritardata.

Anna lavava la biancheria a mano, stirava e puliva la casa, accendeva il fuoco, cucinava i magri pasti, serviva a tavola, andava a raccogliere legna e la spaccava in cortile con una accetta più grande di lei.

Non giocava mai né aveva distrazioni di nessun genere, a parte accompagnare la zia a messa, la domenica mattina. Per il resto la sua vita era un durissimo codice di regole.

Se fosse stata in competizione con Cenerentola per una gara di disgrazie, avrebbe sicuramente vinto.

Anche lei sognava come Cenerentola, ma non certo un Principe Azzurro, bensì un piatto colmo di spaghetti.

Le scarpe e gli abiti che indossava arrivavano tutti dai sacchi per i poveri che le donne del comitato parrocchiale di Aggio distribuivano il mercoledì pomeriggio con malcelato disprezzo.

Zia Irma era una donnina sparuta e spigolosa, non più alta di un metro e cinquanta e un broncio perpetuo stampato sulla faccia stretta dal naso enorme, il quale divideva occhi piccoli e indagatori capaci di lanciare occhiate artiche e fulminanti. Il suo sorriso più gentile era una profonda smorfia di disappunto.

I capelli erano il suo orgoglio, per questo li portava sciolti e lunghi sulle spalle come fossero un mantello divino. Peccato però che fossero un groviglio crespo grigio topo, che le donavano l'aspetto di scappata di casa, poiché perennemente spettinati.

Aveva l'aria di una pazza in debito di sonno, un vero spauracchio.

Ma questa era la sua parte migliore, cioè quella fisica, poiché era affetta dal morbo dell'avarizia e invalidata da sempre da un virus letale denominato " braccini corti".

I paesani mormoravano che era così tirchia che non si soffiava il naso per non sporcare il fazzoletto, ma era anche in possesso di una smisurata presunzione, di una ristrettezza mentale non comune e una totale mancanza del senso dell'umorismo.

Vivere con lei era divertente come essere torturati.

Nonostante l'avarizia fosse la sua più grande virtù (poiché lei la definiva una virtù), era anche estremamente pigra e poco incline all'igiene.

Ogni mese incassava la pensione del marito, ma non si sapeva dove finissero i soldi, considerando il fatto certo che vivevano come due misere tapine.

Per tutti questi elencati motivi Anna aveva imparato a divenire trasparente nel momento del bisogno. Rimaneva in silenzio e si cibava di nulla, anche perché zia Irma non comprava mai nulla, preferendo scegliere frutta e verdura nelle cassette di legno lasciate fuori dal negozio degli alimentari, le quali erano quasi sempre marce. Ovviamente Anna si rifiutava di mangiarle.

" Chi non mangia ha già mangiato" sentenziava zia Irma mandandola a letto senza cena per educarla alla vita, il che non poteva certo giovare alla fanciulla, la quale era magrissima e cascava dentro gli abiti come fossero sacchi di iuta.

La signora Piera, titolare del negozio di alimentari, presa a compassione, le regalava spesso una striscia di focaccia, facendo in modo che la mangiasse di nascosto nel retrobottega prima di rientrare a casa, poiché zia Irma aborriva i carboidrati.

Spesso il suo piccolo stomaco emetteva un suono gorgogliante e tenebroso, molto simile a quello prodotto dallo scarico del water, riuscendo a far voltare tutti i presenti ovunque si trovasse.

Quando qualcuno chiedeva a zia Irma come mai Anna fosse sotto peso, ella rispondeva che la piccola aveva ereditato il fisico rachitico di sua cognata, cosa lontana anni luce dalla verità.

Quando Anna concluse la scuola media la zia volle a tutti i costi che imparasse a cucire per prepararsi a un futuro lavoro di sartina, che le sarebbe tornato utile per aiutarla economicamente durante la lunga vecchiaia.

Vecchiaia che non riuscì a raggiungere, poiché deceduta per un ictus a soli sessantacinque anni, il quale se la portò via in un nano secondo.

Nei lunghi pomeriggi piovosi Anna rimaneva seduta per ore davanti ad un cuscinetto irto di aghi, esercitandosi nell'arte del rammendo, mentre zia Irma seduta accanto a lei le poneva domande sulla liturgia della messa, sulla catechesi ecclesiastica e sulle parabole del Vangelo, poiché fanatica bigotta, anche se deteneva un primato mondiale che l'aveva incoronata come la più fetente delle pettegole, poiché in possesso di una bocca più grande del cervello, cervello che lei teneva costantemente spento.

Faceva quindi dei segreti altrui, la sua primaria occupazione, diffondendoli per il paese come un gazzettino ufficiale.

Sapeva tutto di tutti e non teneva per sé nessuna informazione, dando anche consigli non richiesti, i quali in realtà erano ordini belli e buoni.

Le sue frecciate c'entravano il segno senza rispetto, e se qualcuno osava commentare la sua opinione in totale discordanza, d'incanto diventava impermeabile e sorda, persuasa d'essere nel giusto.

Anna si era sempre vergognata di questo e ne soffriva moltissimo.

Le sue giornate erano tutte uguali, ripetitive, noiose e vissute in totale solitudine, a parte le volte che zia Irma ribaltava la giornata con racconti edificanti che le faceva l'onore di concederle come fossero confidenze esclusive e doni incommensurabili di DIO.

Peccato però che i racconti fossero sempre gli stessi triti e ritriti, i quali riguardavano la piatta storia della sua esistenza, e anche se ogni volta aggiungeva particolari completamente inventati, rimanevano assolutamente anonimi. Anna ascoltava per l'ennesima volta con l'espressione mascherata di vivo interesse, privata e preclusa da qualsivoglia entusiasmo, simulando le sue vere emozioni.

Lo fece anche il giorno in cui zia Irma le tolse il cuscino dal letto, con la scusa che sarebbe cresciuta più dritta e aggiungendo che non le avrebbe scaldato la camera durante l'inverno per rinforzare il suo sistema immunitario.

Il fuoco veniva acceso nel caminetto solo di sera, quando ella rientrava dal giro di pettegolezzi giornalieri.

Anna aveva sempre le labbra blu per il freddo e gli occhi tristi colmi di lacrime e solitudine.

Aveva preso l'abitudine di spuntare i giorni sul calendario di Frate Indovino con un mozzicone di matita, sognando di potere andare via, e nonostante tutto non rispondeva mai, e mai si ribellava alle perpetue ingiustizie, perché anche se nella sua vita era calato il buio, lei continuava a stringere i denti.

 

*******

 

Anna procedeva a passi veloci lungo la strada saltando le pozzanghere, strada che da Montoggio portava ad Aggio, dove era sita la casa della zia, costruita con un occhio attento al risparmio, e intorno alla quale regnava un'atmosfera mortifera. Doveva percorrere undici chilometri, ma era una buona camminatrice.

Si fermò due ore e mezza dopo davanti alla porta d'ingresso per infilare la chiave nella toppa della serratura, mentre l'acqua piovana le colava di dosso al rallentatore. Era zuppa come una spugna.

Senza togliersi le scarpe e la giacca occupò una delle due poltrone gemelle, in cui non aveva mai avuto il permesso di sedere. Considerò lo squallore della stanza sfilandosi il velo nero dal capo.

Lo spazio era arredato con un tavolo rotondo, quattro sedie, due piccole poltrone con la trama della stoffa usurata dal tempo, e un tavolino tra le due sedute.

I muri della stanza erano tinti in giallino sedativo e nella parete di fronte alle poltrone c'era un piccolo caminetto in ardesia.

Ogni giovedì pomeriggio il salottino diveniva lo scenario del ritrovo delle " Tre bertucce" così veniva definito il gruppetto di pettegole dai paesani.

Il gruppo era composto da zia Irma e una sua carissima amica, tale Assunta, e la figlia Misericordia, emigrate dalla Calabria una ventina d’anni prima.

In quelle occasioni, le “Tre bertucce” bevevano caffè annacquato di scarsa qualità e si rimpinzavano di dolcetti, ovviamente preparati dalle amiche calabresi e assolutamente proibiti ad Anna, poiché portatori certi di carie dentali.

Al di là di codesta cattiveria, il giorno in cui Irma avesse offerto dei dolcetti, l’universo si sarebbe senza ombra di dubbio capovolto.

Consapevole di avere la gonna zuppa aderente ai polpacci, Anna si alzò e salì le scalette di legno strette tra due muri per andare nella sua cameretta, la quale era misera come una cantina abbandonata, e che zia Irma usava come ripostiglio.

Si tolse gli indumenti bagnati e si asciugò con un telo di spugna talmente liso che si poteva guardare attraverso la trama dell’ordito. Le venne il magone.

Ingollò il groppo e si infilò degli abiti ancora più brutti dei precedenti, ma se non altro asciutti. Nonostante non riuscisse ad immaginare il suo presente, né tanto meno il suo futuro capiva che non poteva piangersi addosso per l’eternità.

Scese di sotto e accese il fuoco nel caminetto sperando di poter scaldare almeno il suo corpo.

Zia Irma si era sempre rifiutata di far allacciare il gas e la luce elettrica, definiti da lei invenzioni del diavolo, e di conseguenza d’inverno comprava solo lo stretto necessario e d’estate mandava Anna alla ricerca di cicoria, la quale cresceva spontanea lungo il greto del torrente.

Pensando alla cicoria Anna si accorse di avere fame. In cucina controllò dentro la credenza, ma trovò solo un ragno che cercava disperatamente di risalire la parete di una tazza sbeccata. Per un momento le venne l’impulso di scagliare la tazza contro il muro, ma si costrinse a tenere sotto controllo la rabbia con uno sforzo disumano.

Trovò due cipolle ancora sane dentro una terrina di coccio. Le pulì e le mise in un tegamino per farle bollire, posizionando il tegamino su un tre piedi dentro il caminetto.

Si sedette sulla poltrona appoggiando i gomiti sulle ginocchia e il mento sui pugni chiusi, e mentre aspettava le venne in mente, e non si spiegò il perché, il giorno in cui si fratturò l’indice della mano sinistra e zia Irma, invece di portarla al pronto soccorso o dal medico del paese, le steccò il dito con un pezzetto di legno legandolo poi con uno spago da cucina.

Fu quel giorno, a soli dieci anni che comprese di dover diventare grande in fretta se voleva evitare nuove sventure.

Nonostante zia Irma la trattasse con prepotenza e cattiveria, chiamava sua nipote con l’appellativo di “Amore” pronunciandolo in modo lezioso che di amorevole non aveva proprio un bel niente.

Mille immagini dolorose le affollarono la mente con visioni vivide e sgradite. Due lacrime grosse come caramelle le caddero dalle ciglia con un tonfo sordo.

Scosse la testa per scacciare via i brutti ricordi, mentre la pioggia ticchettava musicale sulla tinozza di metallo, appesa al muro del terrazzo.

L’acqua nel pentolino cominciò ad esplodere in bolle scoppiettanti. Anna prese una forchetta per testare la cottura delle cipolle proprio mentre un pensiero nitido e fulmineo le attraversò la mente.

Zia Irma era ormai un cadavere rigido e stecchito, di conseguenza non avrebbe più potuto contraddirla o costringerla a sorbire brodini insapori, né a farle ingurgitare a forza prugne stracotte per agevolare un’evacuazione di ottima qualità, anche perché zia Irma non aveva mai capito che per poter evacuare bisognava senza ombra di dubbio, mangiare.

L’espressione di Anna cambiò di colpo: da misera e tristissima a sollievo di grazia e leggerezza.

Abituata a sentire la voce stridula della zia echeggiare per casa, tese le orecchie: nulla di nulla.

Solo silenzio, nessuna chiacchiera vacua ad aleggiare nell'etere. Scoppiò di colpo in una sana risata.

Prese il tegamino con le cipolle e si diresse senza indugio in fondo al terrazzo, dove era sito un bagno alla turca dentro ad un bugigattolo dai muri color senape, il quale invitava simpaticamente al vomito.

Rovesciò il contenuto e tirò la catena arrugginita che pendeva senza manopola. Tutto venne risucchiato dal vortice dello scarico, compresi due fogli di un quotidiano che Anna strappò da un chiodo fissato alla parete.

Grazie a questo aveva la pelle del sedere sempre arrossata, poiché secondo il modestissimo parere di zia Irma, la carta igienica era destinata agli smidollati.

Rientrò in casa sorprendendosi del senso di libertà che provava in quel momento, come se la schiavitù che la teneva legata alla parente dispotica si fosse spontaneamente smaterializzata.

Cosa avrebbe fatto ora di tutta quella libertà?

Per prima cosa doveva cercare dei soldi per comprarsi del cibo, poiché il suo portafogli era piatto come un foglio di carta velina, anche se in realtà non aveva mai posseduto un portamonete, ne aveva mai posseduto delle monete.

Salì al piano di sopra ed entrò nella camera della zia, la quale era arredata con mobili di seconda mano, brutti e mal ridotti.

Osservò tutto con attenzione, ma vide solo anticaglie di cattivo gusto ricoperte da uno strato di polvere nel quale si sarebbe potuto seminare.

Il colore dei muri era morto come la loro proprietaria e la finestra era lurida. Sul comodino campeggiavano fotografie di persone morte e sconosciute, che zia Irma venerava con segni della croce frettolosi e fiammelle di candele trafugate in chiesa.

Tra le foto c’era anche una foto di zia Irma, dalla quale gli occhi indagatori alla base del nasone gigantesco, la fissavano malevoli. Prese la cornice e la mise a faccia in giù, poi aprì l’armadio e un’orribile puzza di naftalina le invase le narici.

Da qualche parte, forse a scuola, aveva letto che gli armadi profumano sempre di lavanda, ma forse lo aveva solo sognato.

Decise seduta stante che avrebbe ripulito tutta la casa anche se il lavoro avrebbe richiesto tempo e fatica, ma poco le importava, convinta di volersi sbarazzare di tutto quel ciarpame e di qualsiasi traccia della zia.

Dentro l’armadio trovò una scatola enorme colma di documenti e le ultime due pensioni completamente integre.

Non le sembrò vero, e per la gioia si mise a saltare battendo le mani. Trovò anche la borsetta della zia e il suo portafogli con due banconote da cinquantamila lire e varie monete. Fece un altro salto per la gioia, perché con quei soldi poteva tirare un sospiro di sollievo, almeno finché non avrebbe trovato un lavoretto.

Mentre scendeva le scale si rese conto che stava vivendo il suo primo momento di serenità da quando aveva varcato la soglia di quella casa.

Si infilò quindi dei vecchi abiti e intraprese lo sgombero e le pulizie con grande serietà cominciando a pulire in cucina, strofinando ogni angolo e facendo man bassa di tutte le cose inutili o brutte.

Con stracci, candeggina, aceto, bicarbonato, scopa, spazzolone e paletta lavò e lucidò tutto, andando su e giù per le scale come uno trottola impazzita.

A metà pomeriggio era sfinita ma soddisfatta, perché l’essenziale era trarne il meglio, e a ben guardare aveva fatto un gran bel lavoro.

Scaldò dell’acqua e si lavò nella tinozza di metallo, nella quale poteva a mala pena sedersi.

Si preparò e uscì per andare a fare la spesa. Quando era piccola le era sempre piaciuto andare nel negozio di Piera perché ogni volta le regalava una caramella di gelatina alla frutta, che succhiava piano per farla durare di più, mentre tornava a casa.

Si pettinò i lunghi capelli castani dai riflessi ruggine in una treccia morbida, che avrebbe reso insignificante chiunque, ma non lei.

Il suo viso ricreava un ovale perfetto abbellito da occhi grandi color nocciola vellutati come camoscio, ambrati da ciglia lunghe e ricurve. Il naso era piccolo e dritto, le labbra ben definite con il labbro inferiore leggermente più carnoso. Solo il grigiore delle giornate tristi le aveva posato due leggere ombre sotto gli occhi, che però le donavano un alone di mistero, il quale la rendeva, molto più interessante.

Uscì di casa tirandosi dietro due grossi sacchi con oggetti inutili lasciandoli sul ciglio della strada, dove gli spazzini avrebbero potuto raccoglierli durante la notte.

In giro non c’era anima viva, anche i gatti erano spariti. Era presente solo il vento, il quale preso il posto della pioggia, le entrava con prepotenza dentro la sciarpa che aveva scovato dentro l'armadio di zia Irma insieme ad un cappotto, i quali esalavano ambedue vapori mefistofelici, ma siccome non aveva mai posseduto un cappotto né una sciarpa, ci passò sopra.

Si diresse decisa verso la parte alta del paese dove si trovava il negozio degli alimentari che fungeva anche da drogheria e tabacchino, e dove erano siti anche la macelleria e l’edicola. Quando spinse la porta del negozio la campanella tintinnò.

Il pavimento era ricoperto di segatura per la recente pioggia, e vari sacchi di iuta colmi di legumi secchi erano allineati come tanti soldatini.

Sugli scaffali erano schierati decine di barattoli in vetro con caramelle colorate e spezie profumate.

La tenda del retrobottega fatta di fili di palline di legno si aprì e la signora Piera sorridendo a settemila denti uscì da dietro il bancone per abbracciare Anna, stringendosela al cuore come solo una mamma sa fare. Dopo essersi scambiate saluti e complimenti Piera prese la lista della spesa dalle mani di Anna e si accinse a posare tutto sul bancone.

<< Dunque, vediamo…… olio, sale grosso e fino, pane, cipolle, patate, farina, sapori vari, zucchero, caffè, latte, carta igienica, uno spazzolino per i denti, dentifricio, shampoo, sapone di Marsiglia per il bucato. Finalmente potrai usare la carta igienica. Povera bimba mia. Tua zia era una vera arpia.>> considerò Piera mentre posava sul bancone anche una bottiglia di vino rosso, un sacchetto di dolcetti e due saponette profumate al miele.

<< Omaggio della casa.>> chiarì facendole l’occhietto. Anna si commosse e formulò la sua gratitudine ripetendo decine di volte la parola grazie. Piera fece un gesto liquidante con la mano:

<< Per carità, per così poco? Se fosse per me ti regalerei tutto il negozio.>> poi con mano svelta e in bella grafia preparò il conto su un pezzo di carta paglia, appoggiata al bancone di legno composto da mille cassetti minuscoli di cui Anna conosceva a memoria il contenuto.

La campanella della porta tintinnò facendo apparire le amiche bertucce di Irma, madre e figlia, cioè Assunta e Misericordia.

Anna salutò educatamente, ma non ottenne nessuna risposta, sentendo invece dei bisbigli che la giudicavano. La bertuccia madre, ovvero Assunta, aveva la pelle del volto giallastra e flaccida come quella di un pollo spennato, lo sguardo arcigno e la fronte più bassa dell’universo, la quale confermava il poco spazio che il cervello aveva avuto a disposizione per espandersi. Infatti l’espansione non era avvenuta.

La bertuccia numero due, bertuccia figlia, ovvero Misericordia, superava di gran lunga la bertuccia madre in quanto a bruttezza e poco spazio frontale.

Mentre Anna pagava, Assunta squadrò i prodotti sul bancone e con tono sprezzante commentò:

<< Hai sepolto tua zia solo questa mattina e ti sei già presa il suo cappotto? E questi dolcetti? Vergognati. Dovresti digiunare e confessare tutti i tuoi peccati. Povera Irma quanti problemi le hai creato. Quanti soldi ha speso per te. Mi ha sempre confessato quanto sei stata ingrata. Che Dio l’abbia in gloria, buona e caritatevole, anima santa. Meno male che prima di morire ha deciso di lasciare la casa al Prevosto e i pochi spiccioli che aveva messo da parte in un conto corrente. Fra pochi giorni sarai in mezzo ad una strada, e allora voglio proprio vedere come ti manterrai.”

La debole scintilla di educazione che si era manifestata in Anna si spense con la stessa rapidità con cui era nata. Stava per replicare quando Piera lo fece al suo posto:

<< Non finirà in mezzo alla strada perché ho deciso di farla venire a vivere con me. Mi ha appena detto che accetta, e per me è un dono incredibile. Come sapete sono rimasta vedova troppo presto e non ho figli, di conseguenza averla con me sarà una benedizione. Le ho anche offerto di lavorare in negozio. Inizierà la prossima settimana, giusto il tempo per farle preparare bagagli e burattini. Mi dica Assunta in cosa posso esserle utile?>> concluse Piera con l’espressione più soddisfatta del mondo.

<< Un etto di concentrato di pomodoro.>> disse Assunta reagendo a scoppio ritardato per essere rimasta di sasso e senza parole per la sorpresa. Piera pesò il concentrato di pomodoro nella carta oleata alla velocità della luce mentre le ripeteva quanto avrebbe dovuto spendere.

<< Metta sul mio conto.>> replicò bertuccia madre impettita e orgogliosa. Piera scrisse qualcosa sul quaderno dei creditori e la liquidò con un buona sera frettoloso. Le due bertucce uscirono controvoglia squadrando la povera Anna con occhiate che sembravano trapani in funzione.

<< Se fossero mute sarebbe una gioia per tutta la nazione.>> commentò Piera ridendo, poi rispettando la tristezza di Anna aggiunse: << Cerca di dimenticare ciò che ha detto anche se so che non è giustificabile in nessun modo. Sono esseri prigionieri della loro ignoranza e del loro egoismo. Credo che provengano dallo stesso pianeta di tua zia: il pianeta stronzio.>>

Malgrado tutto Anna scoppiò a ridere, e Piera ridendo l’aiutò ad infilare la spesa nei sacchetti.

<< Io tua zia la conoscevo molto bene, e credo di non sbagliarmi se penso che vivere con lei sia stato per te crudele e ingiusto. >> riprese Piera palesando il suo pensiero.

<< Si.>> rispose Anna, confermandolo con una venatura di tristezza nella voce.

<< Ascolta Anna, prima non stavo scherzando, sono sola e tra casa e negozio inizio a sentirmi un po' stanca. Che ne dici di lavorare per me? Finché non troverai qualcosa di più adatto alla tua bellezza e intelligenza. In fondo la vita deve andare avanti ed è arrivato il momento di pensare un po' a te stessa.>>

Anna spalancò la bocca in un’espressione di totale sorpresa. Aveva sentito bene?

<< Non state scherzando Piera?>>

<< Non mi permetterei mai nella condizione in cui ti trovi. Ti lascio qualche giorno per decidere. D’accordo?>> precisò Piera sorridendo.

Gli occhi di Anna si riempirono di lacrime e quando Piera la prese tra le braccia cominciò a singhiozzare sommessamente come se non volesse dare disturbo.

<< Non piangere tesoro, io per te ci sarò sempre. Non vado da nessuna parte, anche se non ti nascondo che se avessi le possibilità venderei tutto e me ne andrei a vivere davanti al mare.>>

Anna si lasciò andare sul seno generoso di Piera che profumava di rosa, sospirando per il sollievo.

Dopo essersi abbracciate ancora Piera le porse i sacchetti della spesa.

Fuori Anna fu assalita dal freddo e da l'oscurità. Si diresse veloce dal macellaio, il quale al suono della campanella smise di lustrare il piano di marmo del bancone e alzò il viso rubicondo, ricamato da piccole ragnatele di capillari rotti.

La salutò sorpreso poiché era la prima volta che la vedeva entrare nella sua bottega.

Anna salutò e chiese una coscia di pollo. Il macellaio prese due cosce di pollo, le pesò, le incartò con cura e allungandole il pacchetto annunciò:

<< Una coscia la offro io. Hai proprio bisogno di rimetterti in forza.>> Anna si commosse e ringraziò sentitamente.

<< Di nulla gioia, credo che per te sia arrivato il momento di festeggiare. Tua zia non ti ha mai comprato della carne, neppure una misera aletta di pollo. Ma ormai il Signore l’ha presa con sé, e scusami se lo dico, credo che abbia fatto un’opera di misericordia per tutti noi. Se le tornava utile era capace di camminare sul tuo cadavere. Speriamo però che non si prenda il disturbo di venire a trovarti da l’al di là. >> concluse il signore Egidio, perché questo era il suo nome, ridendo di gusto.

<< La conoscevate tutti molto bene.>> affermò Anna sorpresa.

<< In un paese così piccolo prima o poi ci si accorge di tutto e si viene a sapere ogni più piccolo accadimento, soprattutto le cose che alla gente preme di sapere. Comunque sia, ci siamo sempre chiesti tutti come hai fatto a crescere così sana di mente.>> la informò il macellaio ridendo. Anna annuì e salutò ringraziando ancora anche se avrebbe voluto indossare il mantello dell’invisibilità per la vergogna.

Mentre attraversava la piazza si rese conto di non provare risentimento verso la zia, anche perché non avrebbe risolto nulla. Sarebbe stato come buttarsi dal decimo piano sperando di non farsi neppure un graffio.

Una raffica di vento le sferzò il viso, di conseguenza affrettò il passo limitandosi a fermare dietro l’orecchio una ciocca di capelli che le era volata sugli occhi, sfuggita dalla morbida treccia.

Quando entrò a casa era colma di gratitudine nei confronti della vita e accese il fuoco nel caminetto per scaldare l’ambiente, poi si lavò le mani con una delle saponette ricevute in dono. Nel salotto si osservò nel piccolo specchio sopra il caminetto: era spettinata e aveva gli occhi gonfi, reduci dal pianto di gioia per i doni di Piera ed Egidio.

Accese quindi la cucina a legna e mise dell’olio in una vecchia padella, pulì le patate e le ridusse a strisce perfettamente uguali. Da quanto tempo non mangiava le patatine fritte? Fece due calcoli a mente.

Esattamente da quando aveva compiuto otto anni, due mesi prima della morte dei suoi genitori.

Posizionò le cosce di pollo sulla griglia e aprì la bottiglia di vino rosso versandosene una dose generosa in un bicchiere di cristallo trovato nella credenza, probabile reduce di un servizio perduto nel tempo.

Si accomodò in poltrona ad osservare le ombre della sera che da dietro le tendine si stendevano piano sul basso soffitto. Si alzò per controllare la cottura delle patatine e rivoltare le cosce di pollo.

Un profumino delizioso vagava per casa. Assaporò un sorso di vino, il primo vero sorso della sua vita ad eccezione del sorso che aveva ingollato il giorno della sua prima comunione. Il vinello in questione era leggermente frizzante, e le era talmente piaciuto che il prevosto aveva dovuto toglierle il calice dalle mani con la forza.

Mangiò con calma gustandosi ogni boccone, sospirando di piacere.

Tutto intorno a lei taceva, si sentiva solo il crepitio della legna rugosa tra le fiamme.

Dopo aver lavato le stoviglie si concesse di chiudere la giornata con il balsamo di un morbido dolcetto.

Più tardi scaldò l’acqua per la borsa di plastica che avrebbe scaldato le lenzuola, e che zia Irma non le aveva mai concesso di usare, perché secondo il suo modestissimo parere se lo avesse fatto sarebbe cresciuta come una debosciata.

Si lavò e si preparò per la notte dopo aver chiuso le persiane di tutte le finestre e aver inserito il ferro morto alla porta di ingresso.

Per il momento aveva un tetto sopra la testa, un fuoco caldo, una cena nella pancia, dei soldini in tasca e un nuovo lavoro nel negozio di Piera, e probabilmente anche una casa nuova. Cosa mai poteva volere di più?

Cosa mai sarebbe potuto andare storto? Impalata davanti al letto in camicia da notte e con la borsa dell’acqua calda stretta al petto guardò il soffitto e ringraziò il Signore. Prima di addormentarsi nascose il viso nel cuscino, di cui aveva ripreso possesso, e pianse per la felicità.

 

 

*******

 

Il mattino dopo si svegliò proprio nel momento in cui l’alba baciava la finestra della piccola camera da letto. Aprì la finestra e inalò l’aria pulita, tipicamente invernale, permeata da un sentore ghiacciato e un sole torbido e lontano.

Una sottilissima striscia di luce le illuminò il volto come una carezza, annunciando il poco calore che ne sarebbe seguito. Chiuse gli occhi cercando di tenerla dentro di sé, consapevole che lo squallido passato non sarebbe mai più riapparso.

Forse aveva una nuova possibilità di vita? Accese il caminetto e la cucina a legna e mise l’acqua a scaldare sul fuoco per lavarsi, e una caffettiera colma di aromatico caffè.

Dopo essersi vestita si gustò il caffè e due morbidissimi dolcetti, poi sbrigò le faccende di casa, e constatò che nonostante l’avesse ripulita da cima a fondo rimaneva satura di tetraggine. Forse avrebbe dovuto mettere la tappezzeria, appendere delle tende nuove e comprare dei mobili decenti, aggiungendo tappeti e oggetti di buon gusto. Ma a che scopo se poi il Prevosto se ne sarebbe impadronito? Meglio lasciar perdere. Un ciocco nel caminetto si mosse e cadde di lato. In quel preciso istante bussarono alla porta.

Anna alzò la tendina della finestra della cucina per sbirciare senza farsi vedere. Davanti alla porta vide la signora Antonietta, capo indiscusso del comitato parrocchiale. Era vestita a lutto poiché vedova da poco tempo ed era rigida come se avesse un manico di scopa su per il didietro, con un’aria falsa di buon umore stampata sul volto, che ad Anna faceva saltare i nervi.

La signora Antonietta era di fatto una serpe, dai modi gentili, ma pur sempre una serpe, esattamente come zia Irma quando si ostinava a chiamarla “Amore”.

Dietro di lei c’era il Prevosto, il quale agli occhi di zia Irma era, indipendentemente dalla sua personale stupidità, un essere superiore in quanto uomo di chiesa.

A giudicare le loro espressioni sembrava si trattasse di una visita ufficiale.  Anna era sicura che venivano a comunicarle di sloggiare dalla casa della zia, come era certa che tra loro c’era la garanzia di un contatto certo grazie alla comune stupidità.

Si spolverò la gonna e aprì la porta quel tanto che bastò per sporgersi con il viso.

<< Buongiorno. Qual buon vento?>> chiese Anna sarcastica.

<< Possiamo entrare o disturbiamo?>> rispose con un’altra domanda la signora Antonietta piegando la testa di lato e facendo così sbilanciare il cappellino orrendo che aveva in cima al capo, ornato di ridicole piume colorate di giallo, in netto contrasto con il nero del lutto.

Anna spalancò la porta facendo loro il gesto di entrare, anche se avrebbe volentieri spiaccicato le loro facce contro la porta medesima.

Odiava avere relazioni forzate e alcune persone di sua conoscenza (vedi signora Antonietta e Prevosto) erano per lei come i quadri impressionisti, molto interessanti se osservati da lontano.

Fece buon viso a cattivo gioco precedendoli nel piccolo salotto, invitandoli poi ad accomodarsi.

La signora Antonietta si sedette sul bordo di una sedia valutando l’ambiente con sguardo accusatorio, avvolta da una nuvola olezzante di profumo scadente.

Il Prevosto occupò una poltrona dopo averla accuratamente spolverata con un fazzoletto che agitò su e giù con le mani cadaveriche. Ci fu poi un prolungato e imbarazzato silenzio.

<< In questa casa è cambiato tutto.>> osservò acida la signora Antonietta.

Non si poteva certo dire che fosse un inizio di buon auspicio. Anna non rispose sapendo che la signora Antonietta era un’esperta in monologhi senza fine, e questa convinta che chi tace acconsente continuò con una buona dose di coraggio il suo vano cianciare.

<< Siamo venuti perché dobbiamo salvaguardare il tuo futuro Anna. Io e il comitato parrocchiale abbiamo programmato e studiato una strategia, ovviamente con l’importantissimo supporto e il benestare del nostro esimio Prevosto. Sappiamo che la dipartita della zia è stata per te un’enorme tragedia, direi quasi di proporzione apocalittiche, e di ciò siamo profondamente dispiaciuti, ma è giunta l’ora che tu prenda coscienza del fatto che la gioventù è ormai finita, e non c’è più nessuno che possa prendersi cura di te, di conseguenza non si può assolutamente permettere che tu possa rimanere sola un giorno di più. Sei una zitella, e ti devi sposare.>>

Zitella? Ma santo cielo, aveva solo venticinque anni. Nonostante la sorpresa Anna si costrinse a non riderle in faccia. Il Prevosto si alzò di scatto proclamando:

<< Ciò che sto per dirti l’abbiamo studiato a tavolino dopo lunghi consulti, e convenendone siamo arrivati ad una conclusione: devi assolutamente prendere marito. A questo proposito crediamo che il partito migliore sulla piazza per te, sia Angioletto. Come ben saprai è un bravo giovine che coltiva la terra. Possiede ben due mucche e cinque capre e produce formaggette primo sale. Meglio di così non si potrebbe trovare, anzi per te è quasi troppo. Non hai una famiglia, né arte, ne parte, e sicuramente non hai una dote, di conseguenza…>> il Prevosto continuò a blaterare sulla fantastica opportunità che le veniva offerta e di quanto Anna dovesse essere grata a tutti loro, e per quanto riguardava l’abito nuziale non si doveva dare pena poiché ci avrebbe pensato lui, sacrificando l’abito da sposa di sua zia Franca buonanima, conservato magnificamente in naftalina. In fondo la zia Franca era morta solo trent'anni prima.

Anna ascoltava il Prevosto con lo stesso interesse che avrebbe rivolto ad una sua approfondita e minuziosa spiegazione sui dolori delle emorroidi.

Peccato che il Prevosto aveva omesso di sottolineare che il giovine in questione non fosse più alto dello gnomo di gesso che Anna usava come ferma porta, con una faccia da ebete ritardato e una barbetta incolta da capra belante, e che fosse un essere ignorante, di vedute ristrette, ottuso, volgare e con una scorta di barzellette sconce che tirava fuori ogni tre per due, e che ovviamente non facevano ridere nessuno.

In più era il campione mondiale di rutti.

Secondo loro era destinata a sposare un idiota rincoglionito? Anna non lo avrebbe voluto neppure dipinto sul muro, figuriamoci sposarlo, e poi Angioletto parlava solo pugliese stretto stretto, che per Anna equivaleva ad un idioma oscuro.

Si sforzò di immaginarsi in si fatta situazione guardando la sua futura vita all'orizzonte, e ciò che vide fu solo ignoranza e miseria. Fu colta dai brividi.

<< La totale sottomissione alla mia autorità sarà il tuo bene.>> concluse il Prevosto tronfio, il quale non aveva smesso un secondo di pubblicizzare la sua ottima scelta, evocando nel suo lungo editto tutto il suo degno egoismo, convinto che le sue idee fossero verità assoluta per l’intero universo, poiché sicuramente non poteva certo esistere nessuna altra alternativa.

La pazienza di Anna cominciò a venire meno anche perché il pensiero che il suo futuro matrimoniale fosse al centro delle preoccupazioni del comitato parrocchiale la fece sentire ridicola.

Aveva trascorso tutta la vita senza affetti e senza le necessità materiali, anche le più banali, quelle che la massa dava per scontate, e adesso che per la prima volta tornava a galla dal fondo per prendere respiro le veniva proposto un matrimonio combinato con l’essere più involuto dell’intero universo?

Stufa di guardare il vuoto e ascoltare il nulla si rese conto che era arrivato il momento di una reazione di qualsiasi tipo, poiché non c’erano spiegazioni razionali ad una tale invadenza, ma era stata la parola naftalina che l’aveva decisa alla guerriglia.

Era in bilico tra l’incazzatura estrema e le risate senza ritegno.

<< Vi prego, cessate ambedue di annoiarmi con codesti discorsi.>> esigette all'improvviso sorprendendo i presenti, le cui espressioni si tramutarono in totale costernazione.

Il Prevosto avanzò di un passo offeso nel profondo:

<< Le tue parole sono ingiuste e degradanti. Dovresti avere più senso comune.>>.

<< Mi dispiace per voi, ma sono una discepola della ragione. Al senso comune preferisco il senso dell’umorismo.>> replicò Anna, senza alcun timore.

<< Dovresti imparare ad abbassare il capo quando parli con un rappresentante della chiesa.>> si intromise la signora Antonietta stizzita. Anna non si scompose esponendo il suo pensiero senza tentennamenti:

<< Mi sembra di capire che non sopportate le donne assennate. Vi piacciono sciocche, stordite e gestibili. Desiderate che siano tutte come vuole il Prevosto, cioè creature inferiori.>>

La replica di Anna fece al Prevosto lo stesso effetto di uno schiaffo, il quale sollevando l’indice e puntandolo contro Anna urlò:

<< Guai a te, svergognata. Con il tuo rifiuto ti sei messa contro tutto il paese, e nessun uomo ti chiederà mai più in moglie.>>

<< Amen.>> fu il commento sintetico di Anna.

Si dice che nel corpo ci siano cinque litri di sangue e a ben guardare il colorito della signora Antonietta, sembrava che fosse rimasta senza.

Frugò con ansia nella borsetta e ne tirò fuori una piccola boccetta di vetro che stappò posizionandola sotto il naso, facendo finta di avere un mancamento. Il Prevosto si adoperò per sostenerla sventolandole in viso l’orlo della sua sottana, mettendo in luce due gambette rinsecchite e calzini corti di lana neri.

Subito dopo sfoderò una serie di bruschi rimproveri al vetriolo nei confronti di Anna, operazione in cui eccelleva magistralmente. Anna si decise a chiudere la faccenda per sempre:

<< Non posso sposarmi con Angioletto perché sono già fidanzata. È un notaio di Genova e si chiama Rodrigo. Bastava chiedere.>>

Si sorprese di sé stessa poiché non aveva mai detto una bugia in vita sua, ma ci volle un po' perché le sue parole arrivassero al centro delle loro sinapsi inceppate.

Sembrava che i loro neuroni non avessero recepito il messaggio. La signora Antonietta rimise la boccetta nella borsetta chiudendola con uno scatto secco, il quale echeggiò nel salotto come un petardo di capodanno. Fu uno di quei momenti in cui il tempo, non solo si ferma, ma smette d’esistere.

<< Ma davvero? E l’anello?>> reclamò il Prevosto sghignazzando.

La situazione era davvero imbarazzante, ma nonostante tutto Anna assunse un atteggiamento di totale calma e sicurezza.

<< Tra una settimana i genitori di Rodrigo daranno una festa per il nostro fidanzamento, e in quella occasione riceverò l’anello.>>

La signora Antonietta si sforzò di mandare giù il boccone amaro come se avesse dovuto ingoiare veleno, e siccome voleva colpirla ancora una volta le disse borbottando che non l’aveva più vista a messa dalla morte della zia.

<< Non vado più a messa, preferisco fare lunghe passeggiate.>> fu la placida risposta della bugiarda in erba.

Detto ciò li superò e andò dritta ad aprire la porta d’ingresso.

<< Scusate, ma in vista del fidanzamento ho davvero molte cose da preparare.>>

<< Mentre prepari il tuo fidanzamento ricordati di fare le valige e sloggiare da questa casa. Lascia le chiavi in sacrestia, e mentre sei lì confessa i tuoi peccati.>> aggiunse il Prevosto con tono autoritario e malevolo, mentre oltrepassava l’uscio.

<< Non mancherò, comunque chi vede peccati ovunque, soffre sicuramente di problemi intestinali.>> rispose Anna sbattendo la porta con tutta la forza che aveva.

Sospirò esasperata, depressa oltre ogni dire. Le lacrime di rabbia le annebbiarono la vista.

Avrebbe voluto urlare al mondo che la sua vita era trascorsa come in un romanzo rosa, ma non era affatto andata così.

Cosa le era venuto in mente di annunciare il fidanzamento? Di colpo il peso della bugia detta si riversò nella sua coscienza, anche se era convinta d’essere stata costretta a farlo per le avverse circostanze.

Era convinta che il Prevosto e la signora Antonietta fossero due stupidi, due stupidi che avrebbero divulgato la notizia in un battere di ciglia, sapendo bene che quando c’era in ballo qualcosa di nuovo e di diverso i pettegolezzi si sprecavano. E poi, come le era venuto in mente quel nome? Rodrigo? Chi mai si chiamava Rodrigo? Praticamente nessuno. Un nome impossibile.

Mentre il silenzio si impossessava di nuovo della casa, accese due candele, poiché anche se era solo l’ora di pranzo il cielo si era incupito, quasi si era spento, esattamente come il suo buon umore.

Pensò sconsolata che un’altra giornata stava sprofondando nel nulla. Non sapeva perché, ma sentiva l’arrivo di una nevicata nell'’aria. La tormenta si sarebbe scatenata presto.

Nello stesso momento la signora Antonietta e il Prevosto stavano risalendo la strada con fatica.

<<Non ci vuole un genio per capire che la storia del fidanzamento è una bugia bella e buona. Capirai, un notaio. E un notaio si sposerebbe quella poveraccia?>> commentò crudelmente la signora Antonietta.

<< Ride bene chi ride ultimo.>> sentenziò il Prevosto dall'alto della sua sapienza.

Anna trascorse il pomeriggio a buttare altre carabattole e altre cose inutili della zia Irma, ascoltando il vento fra i rami e pensando a ciò che sarebbe potuto accadere se avessero scoperto la bugia. Si scosse solo al calar della sera per chiudere le imposte delle piccole finestre.

Più tardi si accomodò davanti al fuoco con un bicchiere di vino rosso, i dolcetti rimasti e il pensiero rivolto a Rodrigo, il suo meraviglioso fidanzato invisibile.

 

 

*******

 

La mattina dopo si svegliò in una penombra venata di rosa e un freddo micidiale. Si infilò due pullover di lana e spalancò le persiane, scoprendo la neve nella sua caduta generosa. Ben presto tutta la campagna ne sarebbe stata sepolta. Avrebbe voluto infilarsi di nuovo sotto le coperte, ma prese coraggio e si lavò.

Mentre si gustava il caffè guardò i bambini in cortile, che infagottati in sciarpe, berretti e manopole fatti ai ferri, si tiravano addosso palle di neve.

Terminò i lavoretti domestici e si preparò per andare a fare la spesa.

Quando aprì la porta l’aria pungente le pizzicò le guance e le gelò il naso. I gradini erano sepolti dalla neve, bisognava spalare e accumulare la neve ai lati liberando il sentiero, prima che qualcuno si facesse del male. Tornò a casa e prese la pala dal sottoscala, poi cercò dei guanti, che trovò in un cassetto di zia Irma, e che ovviamente, puzzavano di naftalina. Si infilò i guanti nonostante l’olezzo.

Riaprì la porta e si trovò davanti il postino intabarrato in un cappello di lana con il para orecchie, che gli metteva in risalto gli occhi sporgenti e il naso a patata.

<< Buongiorno.>> esclamò il postino battendo gli scarponi sul primo gradino.

<< Buongiorno.>> rispose Anna un po' stranita.

<< Ho una raccomandata per lei. Deve firmare qui.>> dichiarò lui indicando col il dito indice il punto preciso nel piccolo registro. Poi le porse una penna tutta mordicchiata.

Anna firmò e il postino le allungò la raccomandata facendole un cenno di congedo con il capo. Anna rientrò in casa e lesse il mittente.

“Studio notarile Traverso & figli.” Prese un coltello e aprì la busta. Altro non era che un invito a recarsi presso il loro studio alle 10.00 di due giorni dopo. Ripiegò il foglio sconfitta. Ecco arrivare l’ingiunzione di lasciare libera la casa della zia.

Non si azzardò a piangere o le si sarebbero congelate le lacrime. Poi di colpo pensò ai quattro stracci appesi nell’armadio. Cosa avrebbe indossato? Uno studio notarile richiedeva senz’altro un minimo di eleganza. Pensò che di tutte le giornate di merda che aveva vissuto nella sua vita, quella si piazzava a più mille.

Il giorno seguente passò ore a riabilitare un abito per ridargli la dignità del suo nome e poi lucidò sino allo sfinimento un paio di scarpe a mezzo tacco, riesumate da uno dei tanti sacchi per i poveri, donate da benefiche contesse.

Non possedeva calze di seta, tanto meno di nailon, quindi si industriò a rammendare un paio di calzamaglie di lana nere che indossava ormai da quattro inverni. Nel tardo pomeriggio si recò da Piera, la quale la invitò a cena.

Davanti ad una fetta di arrosto con contorno di verdure saltate in padella, fecero tintinnare i bicchieri colmi di vino rosso.

<< Tutto il paese parla del tuo fidanzamento con il notaio Rodrigo. Ho capito subito che si trattava di una frottola con i fiocchi per toglierti il Prevosto dai piedi, che per quando mi riguarda è un povero deficiente. Comunque sei stata geniale, ma vorrei capire come cavolo ti è saltato in mente di chiamarlo Rodrigo.>> disse Piera ridendo come una matta e contagiando anche Anna.

<< Ricordati però che i giovani innamorati regalano fiori e dolcetti. Ora faccio dei pacchetti e poi te li spedisco, almeno tappiamo qualche bocca.>> sostenne Piera continuando a ridacchiare.

<< E non ti preoccupare, se il notaio di dice di lasciare la casa, vieni da me. Qui c’è un sacco di spazio, e poi non avendo eredi, la casa rimarrà a te.>> proclamò tutta contenta stringendo la mano di Anna, la quale commossa nel profondo si asciugò le lacrime con il tovagliolo, prima che cadessero sulla fetta di crostata che stava assaggiando. Tra una risata e l’altra Piera le consigliò come recitare la parte dell’innamorata, ma Anna scosse la testa ridendo pensando all’unica esperienza attoriale che aveva vissuto in quinta elementare, in cui aveva dovuto impersonare un albero, rimanendo zitta ed immobile, ma nonostante tutto non fu convincente, essendo caduta su un altro albero, il quale cadde su un altro albero con effetto domino. Scoppiarono a ridere ricordando la scena, infatti le pettegole del paese ne parlarono per mesi.

Una vera tragedia per zia Irma, la quale pensò bene di mandarla a letto senza cena per aver rovinato la recita.

Alla fine della serata si abbracciarono e Anna tornò a casa sotto una luna crescente, che rendeva la notte fatata.

 

 

*******

 

Quando due mattine dopo Anna uscì di casa per recarsi alla fermata della corriera, le strade erano ancora deserte e il cielo ostentava ancora il suo cupo color inchiostro.

Aveva cercato di abbigliarsi con più eleganza possibile nonostante la totale mancanza di materia prima, e c’era riuscita. Infatti quella mattina sembrava avvolta da una forte personalità anti moda, riservata solo a lei. Si incamminò verso la fermata con il bavero del cappotto alzato per contrastare le nuvolette di condensa che fuori uscivano dalla bocca e le mani coperte dai guanti, sprofondate nelle tasche.

Mentre aspettava la corriera ripensò alla frase che le aveva detto Piera la sera prima.

<<Comportati sempre come se niente debba andare storto, come se tutto ciò che ti riguarda, arrivi direttamente dalle stelle.>>

Sospirò battendo i piedi dentro le scarpe sciupate, ma lucidissime. Sulla corriera prese posto nei sedili posteriori. Guardò attraverso il finestrino il bianco paesaggio di campagna punteggiato da casette sparse qua e là. Odiava quel posto. Mentre la corriera mangiava la strada sotto un cielo colmo di ovatta, si rese conto che il suo unico desiderio era di voler andarsene per sempre da quel covo di vipere.

Nel cielo genovese indugiava un sole pallido e un vento di tramontana che le spettinò i capelli legati in una coda alta. Come al solito si limitò a fermare dietro le orecchie le ciocche che le cadevano sul viso.

La neve aveva formato uno strato sottile sui bordi delle strade e sui tetti delle auto. Si avviò verso via XX Settembre con passo deciso e la testa eretta. Sembrava che la gente intorno a lei andasse troppo in fretta e nessuno sembrava notarla. Le sembrò un miracolo.

Nel suo paese l’anonimato non esisteva. I paesani non le perdonavano nulla, facendosi più che volentieri gli affari suoi. Si mise alla prova entrando in un bar e sedendosi ad un tavolino d’angolo. Chiese quindi un cappuccino ed una brioche che non aveva mai assaggiato in vita sua.

Il cameriere era gentile e l’atmosfera calda. Si sentiva a suo agio. Osservando l’abbigliamento delle altre signore capì di aver bisogno di abiti nuovi, e si ripromise di comprarsi qualcosa appena avrebbe guadagnato i primi soldini. Qualcosa di semplice, non costoso, sicuramente mai indossato da nessuno.

Dopo colazione camminò su e giù per vedere come girava il mondo, e poi si incamminò verso lo studio notarile, sito sotto i portici di via XX Settembre.

Il portone era un tripudio di legno lucido e ferro battuto con vetri dai disegni sabbiati e maniglie di pesante ottone lucido. Pigiò il pulsante del citofono e un efficiente portinaio le aprì la porta da dentro una guardiola, poi le chiamò l’ascensore, che ad Anna sembrò la carrozza di un principe, con gli ottoni lucidi e i sedili in pelle rossi.

Davanti alla porta dello studio si tolse un fantomatico pelucco dal cappotto e pigiò il campanello.

Una signorina elegante la fece accomodare nella sala d’attesa, dove il divano e le poltrone di morbida pelle invecchiata emanavano un senso di grande accoglienza. Un’antica pendola posta in un angolo scoccò le 10.00 mattutine, facendola sussultare.

Un’altra signorina elegante agitò una mano invitandola a seguirla nello studio del notaio. Sulla soglia Anna chiese permesso poi entrò timidamente.

Le pareti intorno a lei erano occupate da scaffali di legno scuro, alti sino al soffitto, carichi di libri. La grande scrivania di quercia sembrava una vetrina di oggetti d’antiquariato, e un vaso di cristallo conteneva un mazzo di anemoni. Dietro la scrivania era seduto un uomo sui sessant’anni. Aveva capelli brizzolati pettinati indietro, occhi verdi e un sorriso accattivante che mostrò ad Anna con un lampo di denti bianchissimi.

La invitò ad accomodarsi e le chiese se aveva avuto difficoltà a trovare lo studio. Subito dopo essersi sistemato il nodo della cravatta prese una cartellina alla sua destra. Anna si sedette in una delle poltroncine gemelle rivestite di cinz azzurro, sprofondando beatamente.

Il notaio Traverso la guardò con curiosa ammirazione, probabilmente chiedendosi dove avesse scovato i suoi abiti, e proprio per questo assunse un tono di voce rassicurante mentre la informava senza giri di parole, ma con grande gentilezza, che Anna era l’unica erede della casa della zia Irma, poiché essere l’unica parente in vita.

L’espressione di Anna si trasformò come quella di un condannato a morte graziato all’improvviso.

Dunque non avrebbe perso la casa? Il notaio estrasse dalla cartellina dei fogli, aggiungendo che Anna avrebbe ereditato anche una villa nella zona di Albaro, sita davanti al mare, proprietà della zia Irma, la quale la concedeva in affitto durante l’estate a famiglie facoltose milanesi, e una serie di altri appartamenti, siti nelle zone più eleganti della città, tutte occupate da varie famiglie regolarmente paganti.

Anna che sedeva composta con le mani appoggiate sul grembo sbiancò di colpo, e si dovette tenere al bordo della scrivania per l’arrivo inaspettato di un piccolo giramento di testa.

Il notaio se ne accorse e chiamata la segretaria, le chiese di portare un tè e un dolce per la signorina.

In effetti al solo pensiero che la zia Irma possedesse tutte quelle case, e l’avesse invece fatta vivere nell’umidità e senza energia elettrica, si sentì svenire di nuovo.

Il notaio scattò in piedi per aiutarla. Anna chiese scusa sussurrando debolmente.

<<Lei è molto pallida, ha mangiato abbastanza questa mattina?>> le chiese visibilmente preoccupato.

Cosa avrebbe potuto rispondere la povera Anna se non la verità? Anche se avrebbe voluto tenerlo per sé, si convinse a fargli qualche confidenza con parole prudenti. Doveva edulcorare la storia?

Mentre raccontava, lacrime silenziose le rigavano il volto. Il notaio le allungò un fazzoletto di finissimo cotone provando una tenerezza infinita. Anna ringraziò, si asciugò le lacrime e si soffiò il naso che divenne rosso come un pomodoro. Lui la tranquillizzò parlandole con voce dolce, perché desiderava cancellare la tristezza da quel viso di bimba. La segretaria entrò nello studio portando con sé due tazze fumanti e due pezzi di torta glassata. Anna prese la tazza di porcellana che il notaio le porgeva e ci soffiò sopra. La glassa della torta luccicava e Anna guardandola sorrise espandendo anche agli occhi la sua gioia.

Il notaio ebbe un tuffo al cuore per la tenerezza pensando che Anna possedeva un sorriso disarmante.

La invitò quindi più volte a mangiare il dolce e Anna ubbidì sorseggiando il te in silenzio, tra le spirali di caldo vapore.

Lui la osservava pensando che qualsiasi cosa le avesse fatto la vita in passato, il dolore non si era fermato sul suo viso.

<<La maggior parte degli esseri umani, se vive come lei ha vissuto, diventano dei delinquenti e nelle migliori delle ipotesi, grezzi e meschini. Lei invece è rimasta candida, riservata e rispettosa, e si vede che ha buon gusto, si vede che è incline al bello. È un’ammirevole creatura.>>

Anna abbassò lo sguardo imbarazzata, anche perché era la prima volta che qualcuno la intuiva per ciò che era veramente, e lei era assetata di gentilezza.

<<La ringrazio, ma la vita mi ha abituato alle ristrettezze. Non ho denaro per comprarmi oggetti o abiti di lusso. Quindi mi arrangio come posso. Cucio molto bene.>>

<<Il buongusto non ha bisogno di lusso né di denaro.>> constatò lui convinto, riprendendo subito dopo il suo personale pensiero:

<<La comprendo sin nel profondo. I paesini come quelli dove lei abita, sono belli solo se li visiti durante una gita, ma per viverci non sono il massimo, soprattutto per una signorina come lei. Dovrebbe prendere in considerazione di vivere qui in città, la quale le offrirebbe più possibilità.>> e continuò parlandole di Genova, magnificandone le vie, Piazza De Ferrari, il porto e la Lanterna, la zona di Righi, la zona di Albaro e il centro storico. Anna ascoltò estasiata e quando le descrizioni del notaio terminarono, disse come se parlasse a sé stessa:

<<Il Prevosto voleva che mi sposassi con un disgraziato che nemmeno conosco.>>

<<Ma certo>> rise il notaio <<una ragazza sola e bella in paese? Guai al mondo! Come se nella vita non ci fosse altro che il matrimonio. Invece l’esistenza è ricca di possibilità e di scelte. Quindi se posso, mi permetto di darle un piccolo consiglio: si inventi un fidanzato.>>

<<Già fatto.>> rispose Anna ridendo.

Lui sgranò gli occhi e scoppiò a ridere e pensò che oltre che bella Anna possedeva intelligenza, acume, praticità e un senso delizioso dell’ironia.

<<Perfetto, le invierò a casa fiori e dolcetti. Un bel mazzo di rose rosse con un cartoncino dipinto a mano. Una bugia, certo, ma una bugia bianca che servirà a dissuadere qualsiasi ammiratore non gradito.>>

Anna rise e il notaio si immerse in un fascicolo ruminando dati, e dopo aver dato una scorsa impegnativa ai vari fogli annunciò:

<<Sua zia aveva anche un conto corrente bancario.>>

<<Un conto corrente? Per metterci cosa, dei bottoni?>> domandò Anna esterrefatta.

Il notaio scoppiò in una sonora risata.

<<No, per anni ha messo via gli affitti senza toccare una sola moneta. Come lei ben saprà la bramosia è un veleno, e con questo veleno sua zia ha accumulato una cifra tale, per la quale lei vivrà di rendita per il resto della vita.>>

Sembrava che le parole del notaio avessero attraversato l’universo intero prima di arrivare alle orecchie di Anna, la quale si ritrovò a fissare una cifra stampata su un foglio che il notaio spinse sotto ai suoi occhi.

Ma la cifra passò sotto il suo sguardo come se fosse un geroglifico egiziano, senza lasciare traccia nella sua mente. Era sotto shock.

<< Ci sono ancora alcune piccole formalità da espletare e la sua firma.>> concluse lui porgendole la stilografica e facendole notare dove firmare. Anna prese la penna e firmò, mentre la porta che pensava chiusa, si aprì all’improvviso.

Aveva vissuto per anni senza neppure il necessario, tenendo i propri desideri al guinzaglio, e ora avrebbe potuto avere tutto. Pensò che qualcuno avrebbe dovuto svegliarla da quel pericoloso incanto.

<<Si dice che il Signore da e il Signore toglie, e in questo caso prima ha tolto e dopo ha dato. Come vede un momento magico prima o poi si presenta per tutti.>> commentò lui sorridendo soddisfatto.

Anna annuì con il capo restituendo la penna al notaio il quale proseguì:

<<Conoscevo molto bene sua zia Irma, e a parte il fatto, senza offesa, che i suoi processi mentali fossero identici a quelli di un tempera matite, bisogna ammettere che pur di scroccare qualsiasi cosa, sfidava qualsiasi tempo, e sarebbe passata sul cadavere di chiunque pur di risparmiare 10 lire. Sua zia avrebbe avuto un appuntamento con me fra una settimana esatta, perché desiderava fare un nuovo testamento a favore del Prevosto, decisa a lasciargli tutto, e dico tutto. Ma come si sa il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.>>

Anna lo stava fissando a bocca aperta e si costrinse a chiuderla per porre una domanda:

<<Potrò vendere la casa di Aggio?>>

<<Certamente, può fare ciò che più desidera. Forse è arrivato il momento di prendersi una pausa e dedicarsi un pochino alle banalità della vita. Una meritata vacanza.>>

<<Non sono mai andata in vacanza.>>

<<Motivo di più per concedersi uno spazio tutto nuovo, con un po' di divertimento, e se posso mi conceda di darle un consiglio.>>

<<Prego, anzi, credo proprio di averne bisogno.>>

<<Nel suo nuovo stato il silenzio è verbo. Mantenga la segretezza sulla eredità ricevuta, soprattutto con gli abitanti del paese. Mi sono preso la libertà di prenotare una stanza in albergo per questa notte e tra un po' l’accompagnerò a comprare le cose necessarie. Domani in mattinata l’accompagnerò a visitare la villetta sul mare e poi potrà tornare a prendere le sue cose ad Aggio. Per uno o due giorni rientri serenamente nelle sue abitudini quotidiane, poi manderò mio figlio a prenderla. Mi occuperò personalmente della vendita della casa di Aggio. D’accordo?>>

Anna era pronta ad uscire dalla vecchia realtà per entrare nella nuova, la quale era colma di promesse.

<<Grazie, fate come meglio credete, sono onorata di ricevere il vostro aiuto, e spero che mi possiate consigliare su come aprire una sartoria.>> disse Anna sempre più sicura di sé.

<<L’aiuteremo volentieri in tutti i modi possibili.>> rispose lui professionale e sicuro, ormai incantato dai suoi abiti originali e dalla sua bellezza.

<<Vorrei poter aiutare una persona a me molto cara, che per me è come una mamma. Vorrei che potesse vendere il suo negozio di alimentari e la casa. Voglio che venga a vivere con me.>>

<<Lo consideri già fatto, ma chieda a questa persona di custodire il suo segreto. Ora però dobbiamo andare a fare qualche spesa.>> Anna tossì imbarazzata.

<<Non so se mi bastano i soldi che ho in borsa.>>

<<Anticipo io.>>

Dopo aver parlato con la segretaria in separata sede, uscirono dallo studio.

All’esterno il cielo era bigio e pesante per la neve caduta, la quale brillava sotto la luce dei lampioni accesi, nonostante fosse giorno. Il notaio la prese sotto braccio e l’accompagnò a fare alcune spese, fermandosi per una pausa pranzo presso un bar elegantissimo del centro.

Anna comprò della biancheria intima nuova mentre lui aspettava educatamente all’esterno, e una camicia da notte. Comprò anche l’occorrente per lavarsi e sotto insistenza di lui un capottino color glicine che le calzava a pennello e un paio di scarpe eleganti.

Mai aveva provato tante emozioni tutte in una volta. La giornata sembrò dilatarsi e farsi infinita e ci fu un momento in cui a Anna sembrò di sentire la voce della zia intervenire:

<<Smettila di buttare i miei soldi dalla finestra!>>

Lo raccontò al notaio e insieme risero come bambini.

Quando più tardi entrò nella sua stanza in albergo, si tolse le scarpe nuove e le ripose con cura nell’armadio, poi si coccolò facendo un bagno profumato e indossò la biancheria nuova e la camicia da notte.

Si infilò sotto la trapunta calda e ripensò a tutto ciò che le era accaduto, fino a quando non sprofondò nel sonno.

 

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Alle 9.30 del mattino successivo il notaio Traverso la invito' gentilmente a fare colazione e poi l’accompagnò a vedere la sua nuova casa, la quale era costruita su due piani con l’intonaco esterno rosso rubino e le imposte color panna. La cosa che le piacque di più era una greca che girava intorno al perimetro della casa al di sotto delle grondaie e che le donava un’aria regale. Rimase affascinata dal giardino, ma decise che avrebbe arredato l’interno con mobili e oggetti di suo gusto. Più tardi il notaio l’accompagnò in Piazza Della Vittoria, al capolinea delle corriere.

Rientrata nella vecchia casa Anna cominciò a pensare d’essersi immaginata tutto, ma si costrinse a seguire il consiglio del notaio: continuare a comportarsi come se nulla fosse accaduto. Chissà perché le scappava da ridere.

Decise di andare da Piera per comprare qualcosa di delizioso da cucinare e invitarla a cena.

Davanti a un piatto di squisite trofie al pesto Anna raccontò le ultime novità a Piera, la quale saputo della proposta di Anna non stava nella pelle per l’eccitazione.

<<Alla faccia del Prevosto.>> disse alzando il bicchiere colmo di prosecco.

Nei due giorni seguenti arrivarono vari mazzi di rose rosse e confezioni eleganti di cioccolatini e dolcetti d’ogni tipo. Anna continuava a ridere perché aveva vinto alla lotteria, ma non poteva dirlo a nessuno.

 

                                                                                                                                    The End

 

Prologo

Anna e Piera se ne andarono dal paese al solstizio d’inverno scivolando nella notte, con la luna argentata che brillava come un diamante.

Intorno a loro non c’erano orme, ma solo l’impenetrabile distesa di neve.

La perfezione.

Venne a prenderle il figlio del notaio, che allungando la mano per presentarsi disse:

<< Rodrigo.>>

Anna alzò il viso verso la luna piena, sorridendo come una creatura che vuole vivere per sempre.

 

Non bisogna mai escludere la possibilità

di trovare una risposta

che nessuno aveva previsto.

                                                   

                               Albert Einstein.