Il sentiero

 

 " Foto di Franzi Luca"

 

Non sono solita seguire i labirinti a ritroso di ciò che mi accade, né rimanere in contemplazione di un attimo vissuto, ma questa volta per poter raccontare la mia storia lo devo fare, perché io credo nelle altre dimensioni, ma voi..................................voi, non siete obbligati.

 

*******

 

I miei genitori oltre ad essere esageratamente ricchi erano troppo occupati nei loro rispettivi lavori e in faccende completamente estranee alla famiglia da non occuparsi di me neppure se mi veniva l'influenza, poiché al solo pensiero di dover stare al mio capezzale, mia madre si esasperava, e per questo motivo mi aggiravo da sola nel mondo in cui vivevo, sentendomi come una persona che non contava nulla.

I pensieri negativi si impadronivano della mia mente in un susseguirsi incalzante, e come qualsiasi creatura ferita sentivo il bisogno di fare l'esatto opposto di ciò che mi veniva chiesto.

Vivevo in una gabbia dorata dove mi era concessa tutta la materia possibile e un'infinita solitudine.

<< Ti prego Manlio ripensaci. E' solo una ragazzina.>>

<< Stronzate, alla sua età lavoravo e studiavo. Mi sono rimboccato le maniche e non sono morto per questo.>>

Ricordo molto bene che mio padre misurava il grande salotto in lungo e in largo con le braccia conserte e un ciuffo ribelle che gli cadeva sulla fronte.

<< Manlio erano altri tempi.>> rispose mia madre sprofondata tra le braccia di una comoda poltrona foderata di damasco, bianco come la neve.

<< Altri tempi? Quindi mi stai dicendo che trovi giusto il suo comportamento? E' pigra, strafottente e arrogante. Tratta male il personale di servizio, non vuole studiare e neanche lavorare, e te lo dice pure in faccia che vuole stare a casa e farsi mantenere. Ne va orgogliosa. Non ha senso della vergogna, né un briciolo di curiosità per imparare cose nuove, e per concludere, invece di studiare passa tutto il tempo con il cellulare in mano.>>

<< No, non lo trovo giusto di certo, basterà farla ragionare però, magari le togliamo per una settimana la carta di credito.>>

Mio padre si girò di colpo fissando sua moglie come se la vedesse per la prima volta.

<< Le togliamo la carta di credito per una settimana? Mi auguro con tutto il cuore che tu stia scherzando Cinzia. Nostra figlia ha bisogno di uno stop decisivo. Fino ad oggi ha accolto le nostre ramanzine ridendoci in faccia, e come ci ha ricambiato? Ascoltando musica heavy-metal ad un volume improponibile e scorrazzando in moto tutta la notte con un gruppo di delinquenti. Ti rendi conto che ha deturpato una statua di inestimabile valore? La sua vita sta andando in malora, compreso la sua salute: è tanto magra da sembrare una tossica. Senza considerare il fatto che passa le giornate con un deficiente dall'encefalogramma piatto!>>

Mia madre alzò lo sguardo supplice, sperando che mio padre cambiasse idea, anche se era certa che non sarebbe servito a nulla.

<< Ti prego Manlio, lei non vuole andare in collegio, mi ha confessato che non vuole finire in un posto del genere, perché non avrebbe più il controllo della sua vita. Qui almeno ha la certezza delle cose che le diamo.>>

<< Ah, certo, se è per questo lo so che non ci andrebbe neppure in cartongesso, ma secondo te restando a casa avrebbe il controllo della sua vita? Non è riuscita ad averlo sino ad oggi, quindi non credo che lo avrà in poco più di un'ora. Ormai tutto è concordato e deciso, senza contare che ho già pagato le rette dei primi tre mesi. Devi smetterla di difenderla, ormai è diventata un'incantatrice di serpenti, lei suona e tu esci dalla cesta, ed è proprio la certezza dei vizi che le hai dato tu che l'ha portata inevitabilmente all'arroganza.>>

<< Ti prego Manlio, io la comprendo, è pur sempre un collegio. Magari potremmo mandarla a studiare a Parigi. La maggior parte delle famiglie facoltose lo fa.>>

<< E quindi? Perdonami Cinzia, lo sai che non sono un bacchettone, ma che fine farà la sua moralità se non mettiamo dei paletti? Diventerà la paladina degli sbandati. Cinzia, noi due dobbiamo costruire un fronte unito per il suo bene.>>

Mia madre non osò replicare sapendo che suo marito aveva già deciso, e forse lo comprendeva poiché tra gli otto e i diciassette anni avevo dato loro solo delusioni.

Era come se dentro di me avessi raccolto tutte le ombre del mondo, poiché mia madre, avvolta da mille incombenze, aveva lasciato la mia educazione nelle mani di svariate governanti che cambiava a rotazione, e di conseguenza nessuno mi aveva insegnato ad ascoltare, togliendomi la possibilità di ancorarmi a qualcuno o qualcosa.

Rimasi appoggiata alla porta asciugandomi le lacrime con il palmo della mano finché non ci fu silenzio. La delusione e il dolore mi invadevano l'anima, e sapevo che per poterli scacciare dovevo andarmene.

Una lacrima più grande delle altre piombò sul pavimento formando una piccola pozza.

Da quel momento la mia vita prese una via tutta nuova, anche se fino al giorno prima avevo occupato il mio tempo a leggere le riviste di alta moda, attraversare la città in motorino indossando pantaloni aderenti di pelle nera e stivali dai tacchi vertiginosi.

Non avevo mai nulla da dire e quando lo facevo ripetevo a pappagallo ciò che dicevano gli altri, mentre passavo da una festa all'altra, da uno shopping all'altro, insieme alle amiche del cuore, le quali erano tutte vegetariane e appena mangiavano qualcosa, correvano in bagno a vomitare, ed io le imitavo, ma solo per entrare a forza nella taglia trentotto.

Fumavo, anzi per meglio dire fingevo di fumare, poiché non ero capace di aspirare, ma farlo mi dava un senso di potere superlativo.

Le mie borse erano tutte firmate, come le scarpe e i vestiti, ma nel mio cuore non c'era la firma di nessuno, neppure quella dei miei genitori, con cui non andavo d'accordo e che per altro non vedevo mai.

Per ammazzare la noia che mi assaliva, poiché mi annoiavo ovunque e di tutto, una notte con la complicità di alcuni amici, che riuscirono a scappare prima dell'arrivo della polizia, rovinai una statua con della vernice.

Mi portarono in questura dove mi misero con le spalle contro una parete per farmi un'orrenda fotografia, poi chiamarono i miei genitori, i quali si precipitarono in gran fretta, sconvolti e scandalizzati.

Tornati a casa mi intimarono di andare nella mia camera, nella quale rimasi per giorni, bloccando la porta con i mobili mentre aspettavo come una condannata a morte, l'attesa della fucilazione.

Poi arrivò il verdetto: partenza forzata per un collegio femminile a meno che non fossi disposta ad accettare alcuni compromessi.

Rifiutai ogni trattativa ostacolando la discussione, rimanendo immobile ad ascoltare i loro sussurri dietro i muri, il rumore delle cameriere che salivano e scendevano le scale, e i passi inquieti di mia madre durante la notte.

Mio padre mi tolse la carta di credito e il cellulare ordinandomi di fare le valigie, nelle quali infilai degli abiti a casaccio, e mentre lo facevo ridevo, alzando le spalle con strafottenza, poiché avevo già deciso di scappare.

Volevano che implorassi il loro perdono? Perdono di cosa? Erano loro che si erano dimenticati di me, neanche fossi stata un vecchio soprammobile.

Ma con chi pensavano di avere a che fare?  

Ero stufa delle loro prediche e il solo immaginare di non vederli più, mi fece sentire più forte e libera. Presi dei biglietti da cento euro dal mio salvadanaio e li nascosi nella tasca interna del giubbotto di pelle, poi chiusi a chiave la porta, perché tutto ciò che desideravo era rifugiarmi nel silenzio tra le pareti della mia stanza, le quali mi offrirono la solitudine di cui avevo un estremo bisogno e piansi sul cuscino, incapace di dare un nome a ciò che stavo provando.

La mattina dopo mia madre mi svegliò alle sei in punto.

<< Preparati, è ora.>>

Mi alzai immediatamente, anche se avrei voluto rimanere al calduccio nel letto ancora per qualche secondo, ma felice di potermene andare da casa mi infilai in bagno chiudendo la porta a chiave.

Al piano di sotto mio padre, che attendeva fuori dalla porta d'ingresso, mi salutò con una stretta di mano e ordinò all'autista di caricare i bagagli.

Mi sforzai di sostenere il suo sguardo ombreggiato dal ciuffo castano già striato di grigio, con l'espressione più scocciata di cui ero capace.

Salita in auto cercai senza rendermene conto lo sguardo di mia madre proprio nel momento in cui lei rientrava in casa tenendosi una mano sulla bocca.

Quando l'auto partì non mi voltai per salutare, fissando spavalda il cancello che si apriva davanti a me.

L'autista si diresse verso l'autostrada ed io ancora colma di sonno mi addormentai nel comodo sedile posteriore.

Mi svegliai due ore dopo mentre l'auto percorreva una strada ricolma di foglie autunnali, fiancheggiata da alberi altissimi.

Era il momento giusto di mettere in pratica il mio piano.

<< Mi scappa la pipì Augusto, cerca una toilette.>>

<< Siamo in aperta campagna signorina Valentina. Quindi o aspetta di arrivare a destinazione o si adegua e va dietro un cespuglio.>>

<< Ok, in fondo a quel campo ci sono dei cespugli. Dammi il tempo necessario.>>

<< Tutto il tempo che desidera. Non vado da nessuna parte.>> rispose aprendo un quotidiano prelevato dal cruscotto.

Presi la borsa e scesi dall'auto.

" Aspetta quanto cacchio vuoi cretino." pensai dandogli le spalle e incamminandomi verso dei cespugli al limitare di un bosco. Non sapevo dove mi trovavo né l'avrei voluto sapere. Ormai avevo deciso, non sarei certo finita in collegio.

Congratulandomi con me stessa per aver indossato jeans e scarpe da ginnastica mi inoltrai nel bosco, il quale era più fitto e scuro di quanto sembrasse a prima vista, poiché i rami folti degli alberi formavano una sorta di tetto naturale.

Senza perdermi d'animo cominciai a correre il più velocemente possibile per un tempo indefinito, con l'aria che mi entrava negli occhi facendoli lacrimare, finché mi ritrovai davanti ad un sentiero biforcuto. Mi fermai di colpo cercando di capire da che parte avrei potuto proseguire. Sinistra o destra?

Per istinto voltai a destra e di colpo una coltre di nebbia mi circondò completamente, inghiottendo nel silenzio ogni forma di vita. Solo alcuni pallidi raggi di sole galleggiavano nell'aria biancastra.

Mi bloccai per la paura, e subito dopo sentii un forte ronzio dietro la nuca.

Una ragazza apparì nella nebbia come un incanto.

<< Camminare in mezzo al bosco completamente sola non è consigliabile. Vieni con me.>> disse tendendomi una mano, e regalandomi un sorriso bellissimo apparso sul viso dalla pelle chiara insieme ad un paio di fossette deliziose.

Indossava un mantello di lana amaranto con il cappuccio sopra un abito lungo color senape e stivaletti marroni di pelle morbida. Aveva folti capelli biondi raccolti sulla nuca e occhi grandi dalla sfumatura calda come le castagne mature, ombreggiati da lunghe ciglia scure.

Rimasi senza parole per l'apparizione anche se avrei voluto replicare che ero abituata a girare da sola anche tutta la notte, quando volevo e come volevo, ma mi trattenni e le restituì un sorriso di circostanza ridendo tra me e me del suo assurdo abbigliamento.

<< Dove siamo?>> domandai mentre mi prendeva sottobraccio.

<< A casa mia.>> 

<< Io non posso venire, non ho tempo, non posso restare.>> risposi in ansia sperando di cavarmela e mi lasciasse andare.

<< Credi che io voglia farti entrare contro la tua volontà? Certo che no! Ma sta scendendo la sera e non puoi girare da sola di notte nel bosco.>> disse tenendomi il braccio e trascinandomi dolcemente con sé oltre un cancello in ferro battuto, colmo di ghirigori.

Tristissima pensai che quello era stato proprio un colpo di sfiga tremenda poiché non ero riuscita ad evitare di farmi trascinare.

<< Il mio nome è Brunilde. E il tuo?>> chiese gentilmente mentre camminavamo una a fianco all'altra.

<< Valentina.>> risposi pensando di fare buon viso e cattivo gioco.

<< E' un bellissimo nome.>> sussurrò.

Mentre camminavamo attraverso il parco ombreggiato dai frassini mi accorsi che la luce del tramonto macchiava il cielo di viola, il quale abbassandosi sul parco circostante colorava la flora come un leggerissimo velo di tulle.

Come era possibile che fosse già sera quando ero partita da casa solo poche ore prima e fossi scesa dall'auto in piena mattinata?

Una ragazza abbigliata con un abito lilla e un mantello di lana nera ci venne incontro poco dopo, accogliendo Brunilde con dolcezza.

<< Buonasera Brunilde.>>

<< Buonasera Cordelia. Ti presento Valentina. Valentina lei è mia sorella maggiore Cordelia.>>

Allungai la mano che Cordelia prese stringendola vigorosamente, mentre io ammiravo i suoi serici capelli neri raccolti in una grossa treccia e i suoi grandi occhi grigi.

<< Benvenuta Valentina, scusate se vi lascio ma devo prendere un'erba aromatica per la nonna.>> rispose sorridendo amabilmente.

<< Vieni, andiamo dentro, sarai stanca e affamata.>> mi invitò Brunilde spingendomi con delicatezza.

La seguii, ma rimasi istintivamente guardinga. Dove mi trovavo?

E perché erano vestite come nei film in costume? Ero finita nel mezzo di un set cinematografico?

La casa era una grande costruzione intonacata di verde con le persiane color prugna.

La luce dorata che arrivava da una lampada appesa nel portico davanti alla porta, proiettava misteriose figure sui tre gradini davanti all'ingresso della veranda.

<< Benvenuta.>> annunciò Brunilde aprendo la porta di casa.

Ci accolse una donna che indossava un abito grigio perla dal taglio perfetto, lungo sino ai piedi con polsini e colletto bianchi.

Aveva un sorriso smagliante e piccoli occhi celesti, punteggiati da piccole macchioline dorate, e uno chignon sulla nuca raccoglieva i lucidi capelli sottili, sale e pepe.

<< Buonasera nonna, lei è Valentina. L'ho trovata fuori dal cancello un po’ disorientata.>>

<< Benvenuta, Valentina, non ti preoccupare, se non si conosce il bosco come le proprie tasche, ci si può perdere. Questa notte puoi dormire qui e mi auguro con tutto il cuore che tu possa trovarti bene. Immagino tu sia stanca e non perderò altro tempo in convenevoli. Brunilde sii gentile, accompagna Valentina nella tua stanza, almeno potrà rinfrescarsi e prepararsi per la cena.>> rispose facendo un gesto grazioso con la mano.

<< Grazie.>> risposi a bassa voce pensando che tutto sommato potevo fermarmi per la notte e andarmene il mattino seguente, poi seguii Brunilde, la quale mi fece visitare la casa.

<< Questo è l'ingresso, dove ci togliamo i mantelli e le scarpe prima di entrare.>> mi informò togliendosi il mantello e sbattendo i tacchi degli stivaletti sul pavimento di legno, nel quale era steso un grande tappeto rosso con rose color oro.

<< Per nulla al mondo possiamo entrare in casa con le scarpe sporche di fango.>> aggiunse ridendo.

 La seconda porta si apriva su di un'immensa sala, la quale era illuminata da un lampadario di legno dorato colmo di candele e scaldata dal fuoco che scoppiettava nel grande camino.

<< Questo è il salotto, che funge anche da sala da pranzo. Da quella porta laggiù si entra in biblioteca e quella scala a sinistra porta al piano di sotto dove ci sono la cucina, la dispensa e le sale per la servitù, e anche la lavanderia.>> mi spiegò indicando con l'indice porte e scale.

Davanti al camino troneggiavano alcune poltrone foderate di velluto verde, e le pareti in legno erano abbellite da quadri ad olio di paesaggi fantastici, nature morte e ritratti di antichi avi di famiglia.

Salimmo delle scale realizzate in robusto legno, lucidate ad arte.

<< Questa è la camera di Cordelia, mentre questa sulla destra è la camera di Grimilde e quella a fianco è di Matilde. Questa invece è la mia camera, dove dormirai anche tu. Al piano di sopra ci sono altre stanze, comprese quelle di mia madre Iside e di mio padre Arturo, che in questo momento è assente per questioni di lavoro, e in fondo al corridoio c'è quella di mia nonna Agata. Poi c'è uno studio, un salotto privato e il loro bagno. Sopra ci sono le stanze della servitù e sopra ancora c'è la soffitta, piena di tesori.>>

<< Entra pure.>> aggiunse cordiale invitandomi ad entrare con una piccola spinta.

Entrai guardandomi attorno un po' intimidita. Le assi di legno del pavimento erano ricoperte da tappeti caldi e la stanza spaziosa era illuminata da due finestre abbellite da tendaggi di stoffa pesante, disegnata a piccoli motivi floreali, la quale riproduceva la fantasia dei cuscini e delle trapunte ripiegate ai piedi dei letti. Nello spazio tra le finestre c'era un caminetto con un fuoco scoppiettante. I due letti erano divisi da un comodino, e addossato alla parete di fianco alla porta c'era un comò con lo specchio ovale e oggetti in osso per la toilette, e un armadio a muro. Dal soffitto pendeva un piccolo lampadario in legno dorato con delle candele e nell'aria aleggiava l'odore di lavanda.

Ero tornata indietro nel tempo?

<< In fondo al pianerottolo c'è il bagno, dove troverai teli di cotone e lino per asciugarti e nell'armadio ci sono abiti puliti. Rinfrescati e preparati per la cena. Ti mando Mara.>>

Rimasi ferma accanto alla finestra sbirciando da dietro le tende, a fissare con stupore un microscopico lago in fondo al parco.

Da lassù tutto sembrava un disegno, il prato, il sentiero messo in evidenza da alberi color ocra e verde abbagliante, un verde che non ricordavo di avere mai visto in vita mia.

Pensando decisi che sarei scappata durante la notte.

Senza pormi altre domande ubbidì alle richieste di Brunilde, sorprendendomi di me stessa, dal momento che non avevo mai dato retta neppure ai miei genitori, i quali probabilmente si sentivano fieri di avermi spedito con uno stratagemma e in accordo con Augusto, in un collegio che si rifaceva agli antichi educandati dell'ottocento.

Ma veramente credevano ch'io fossi rimasta in quel posto dimenticato dalla civiltà e dalla tecnologia?

Entrai in bagno, nel quale non c'era la doccia ma una vasca di zinco colma d'acqua calda, un pezzo di sapone grezzo che profumava di miele e teli di lino odorosi di sole.

Una giovane cameriera di nome Mara mi aiutò a vestirmi con biancheria fresca di bucato e un abito blu scuro con la vita alta, con polsini e colletto bianchi, lungo sino ai piedi, e delle calze di lana sempre bianche.

Calzai degli stivaletti di pelle morbidissima che trovai accanto al letto e Carlotta raccolse i miei capelli sfibrati dalle tinte bionde, in una treccia, avvolgendola poi su se stessa come una piccola serpe.

Mentre mi pettinava una campanella suonò tintinnando leggera e prima di scendere mi guardai allo specchio un'ultima volta, constatando che senza trucco i miei occhi verdi sembravano più grandi.

Nella sala il pavimento di lucido legno scuro, ricoperto da tappeti colmi di rose oro e foglie verdi, profumava di cera d'api. Al centro della sala era posizionato un tavolo ovale rivestito da una tovaglia ricamata, apparecchiato con semplice eleganza.

I colori iridescenti delle fiamme delle candele si riflettevano sui calici di cristallo e le posate d'argento.

<< Entra Valentina, non avere timore.>> Brunilde mi venne incontro e mi prese per mano, tirandomi con gentilezza.

<< Mamma, ti presento Valentina.>> annunciò Brunilde sospingendomi verso una donna bellissima seduta a capotavola.

La signora Iside si alzò, era giovane e aveva capelli neri come l'ala di un corvo, pettinati in due trecce lucidissime e attorcigliate intorno al capo, che le sottolineavano l'ovale perfetto, e occhi grigi colmi di dolcezza che mi fecero sentire subito a mio agio. Sembrava la fotocopia di Cordelia.

<< Benvenuta Valentina, mi auguro di cuore che la tua permanenza sia di tuo gradimento, ma se così non fosse sappi che sei libera di andare via come e quando lo vorrai, poiché in campagna c'è molto silenzio e forse troverai questo aspetto molto noioso. Prego, puoi accomodarti a tavola. Mi auguro che tu abbia fame.>> aggiunse sorridendo amabilmente al di sopra del colletto alto, rigido e merlettato che le incorniciava il mento, sedendosi a sua volta.

Le sfere d'argento che portava ai lobi tintinnarono nel movimento.

Brunilde spostò la sedia accanto alla sua e chissà perché fui sollevata nel sapere che avrei mangiato accanto a lei.

<< Siedi qui Valentina.>> 

Poi le altre ragazze mi salutarono in coro:

<< Benvenuta Valentina.>> Ricambiai con un cenno del capo.

<< Questa sera chi vuole ringraziare le Entità Luminose per tutto ciò che abbiamo davanti?>> chiese subito dopo la signora Iside.

<< Io.>> rispose una ragazza con capelli ricci e rossi come il fuoco, raccolti e trattenuti da una fascia di raso verde, pelle color biscotto spruzzata di lentiggini e occhi identici a quelli di Brunilde, la quale prese la mia mano facendomi sapere a bassa voce che si trattava di Matilde, poi prese la mano di Cordelia che sedeva alla sua destra. La imitai e presi la mano di Grimilde, la quale aveva occhi tanto chiari da sembrare trasparenti e capelli ondulati e castani, raccolti ai lati del capo con due pettinini in osso, uniti dietro la testa.

<< Ringraziamo le Entità Luminose per il cibo ricevuto e onoriamo la cuoca e le sue aiutanti che si sono spaccate la schiena per cucinare questa cena e che ovviamente non vorrebbero che rigirassimo nel piatto.>> buttò fuori Matilde in un solo soffio.

Tutte annuirono scoppiando a ridere e la signora Agata rise così forte che il mento le tremò.

Una cameriera adornata da un grembiule bianco ci servì gentilmente un brodo caldo e poi una porzione di spinaci saltati in padella con un filetto di pesce alla griglia e fette di pane croccante perfettamente abbrustolito, leggermente odoroso di aglio.

Non so cosa mi successe, ma sentì l'acquolina salirmi alla bocca. Quanto tempo era che non mangiavo di gusto? Presi il cucchiaio e non mi feci pregare due volte.

Il ticchettio della pendola nella sala faceva da contrappunto al tintinnare delle posate nei piatti. Venni anche invitata a bere un bicchiere di vino rosso, e ne fui stupita perché i miei genitori me lo avevano sempre proibito.

<< Iside, domani dobbiamo andare in città con la carrozza. Abbiamo bisogno di petrolio, farina, caffè, sale, sapone e un sacco di altre cose utili.>> disse la signora Agata asciugandosi le labbra con il tovagliolo.

<< Posso venire anche io?>> domandò Grimilde mordendo una fetta di pane con un'energia straordinaria.

<< Grimilde, non si parla con la bocca piena. Può essere pericoloso e non è un gran bel vedere.>> l’ammonì sua madre fingendo severità.

<< Chiedo scusa.>> borbottò Grimilde accendendosi in volto e sbarrando gli occhi color ghiaccio.

<< Devi studiare, magari se le può far piacere può venire Valentina, almeno avrà un passaggio fino alla città.>> propose la signora Agata.

<< Ehm,>> balbettai confusa cercando di uscirne fuori con ironia << Il posto più vicino ad un cavallo in cui sono stata nella mia vita è stata la giostra del parco giochi.>>

Scoppiarono tutte in una risata.

<< Valentina domani dovrà ripartire e voi invece dovete studiare. Sapete molto bene che teniamo alla vostra indipendenza più d'ogni altra cosa. Più cose imparerete a fare, meno dipenderete dagli altri. >> concluse la signora Iside seduta come una regina a capotavola.

<< Penso che la vita sia troppo breve per passarla a studiare musica, o ricamare iniziali sul fazzoletto.>> sentenziò Grimilde sconsolata.

<< I fazzoletti devono comunque essere ricamati. Il buon senso deve sempre propendere per il buon gusto. Le iniziali sul fazzoletto sono segni di eleganza.>> ribatté sua madre.

<< Certo, ma non è una buona ragione per affibbiarmi lavori odiosi.>> commentò Matilde.

<< Se volete essere delle padrone di casa impeccabili, dovete imparare a fare, poiché se non si sa fare, non si può demandare.>> sentenziò la signora Agata.

Seguì una risata liberatoria ed io d'istinto guardai verso la finestra, dove al di là del vetro, il buio era sceso sulla casa avvolgendo tutto il giardino.

La cameriera cominciò a sparecchiare con gesti eleganti e silenziosi, mentre la signora Agata si sedette al pianoforte con gesti teatrali.

<< Chi lava i piatti questa sera?>> domandai a Brunilde.

<< La sguattera di cucina, ma noi aiutiamo a turno. Nostra madre dice che aiuta a distendere i nervi.>>

Di colpo pensai a mia madre che pur possedendo una lavastoviglie gigante e un'orda di cameriere, non faceva altro che ripetere quanto si sentisse stanca per le troppe incombenze domestiche che la casa richiedeva.

Mi alzai da tavola e seguii con lo sguardo due cameriere che si affaccendavano tra il tavolo e la cucina. In men che non si dica il tavolo tornò libero e in pochi minuti era già preparato per la colazione del giorno dopo. Ne rimasi affascinata, poiché le cameriere che lavoravano in casa nostra erano lente come lumache.

<< Quante cose che sanno fare, sono bravissime.>> mormorai rivolgendomi a Cordelia.

<< Mia madre dice sempre che se vogliamo dare qualità alla nostra vita dobbiamo imparare a fare qualsiasi cosa con gioia. E' l'unico modo per elevarsi in alto, dice, l'unico modo per arrivare dove vuoi. Questo è ciò che ci insegna ogni santo giorno.>> rispose Cordelia spostando la grossa treccia corvina che le cadeva sulla spalla.

Rimasi zitta pensando mesta che nella mia vita non avevo mai fatto nulla con gioia, poiché essa non mi aveva mai sfiorato, neppure per scherzo.

<< Non stare in piedi, siediti.>> mi invitò Brunilde distogliendomi dai miei cupi pensieri.

Mi accomodai su una poltroncina di fronte al camino, mentre intorno a me regnava un'atmosfera giuliva.

<< Forza ragazze prendete i vostri cestini da lavoro.>> le incitò la madre consegnando loro cestini colmi di attrezzi per il cucito.

Le ragazze ubbidirono ridendo, con le guance rosate e gli occhi brillanti.

<< Questo è il momento magico di tutta la giornata.>> mi informò Grimilde sedendosi accanto a me, la quale era bella cicciottella e aveva la pelle di porcellana.

<< Perché?>> domandai curiosa, forse per la prima volta in vita mia.

<< Perché ogni sera ci raduniamo intorno al fuoco per ricamare e poi veniamo coccolate con qualcosa di dolce.>> rispose lei sistemandosi meglio nella poltrona e scuotendo la bella testa dai capelli ondulati attraversati da riflessi ruggine. Aveva gli occhi tanto chiari che non riuscivo a definirli con un colore.

<< Hai dei capelli fantastici.>> mi complimentai sincera.

<< Onde naturali, ma se li vuoi pure tu te li creo con il ferro caldo.>> mi informò ridendo, mostrando un sorriso perfetto.

La signora Iside con il cestino da cucito sulle ginocchia, si accomodò accanto al camino.

<< Sai cucire Valentina?>> domandò con dolcezza.

<< Non sono portata per il cucito.>> risposi imbarazzata.

<< Tua madre non ti ha insegnato ad attaccare un bottone? Tutte le ragazze ben educate dovrebbero saper rammendare un calzino e rivoltare un colletto. Vuoi provare?>> domandò la signora Agata con stupore.

<< No, non mi ha insegnato, anche perché porta tutto dalla sarta.>>

<< E allora come fai a sapere che non sei portata per il cucito? Magari hai un potenziale con cui potresti fare faville.>> aggiunse Grimilde fissandomi con i suoi occhi penetranti, che sui bordi avevano la sfumatura di una canna di fucile. << io ho imparato a cucire e ricamare sin da piccina.>>

<< Qui tutte sappiamo cucire, ricamare, lavorare la maglia e l'uncinetto>> mi informò Brunilde sorridendo con tutto il viso << ed io me la cavo anche nel merletto, però se potessi, passerei la mia giornata a dipingere.>> aggiunse sospirando.

Ci fu un momento di silenzio poi la signora Iside disse:

<< Vedi Valentina, ci sono persone che fanno il lavoro per te, ma volendo si può seguire la strada giusta ed educarsi a fare le cose da sé. Vieni siediti accanto a me, ti faccio vedere come si fa il punto croce.>>

<< Il punto croce è il più facile.>> aggiunse Matilde scuotendo i riccioli rossi.

Mi alzai e lei mi fece sedere ai suoi piedi, su un piccolo sgabello imbottito.

Prese in mano il suo ricamo e con pazienza mi fece vedere come fare, e subito dopo mi diede una pezzuola di lino con ago e filo.

<< Vai a sederti e prova. Non ti preoccupare di sbagliare, sbagliando si impara.>>

Tornai al mio posto e mi applicai con tutta l'attenzione di cui ero capace pungendomi più volte e facendo un ghirigoro orrendo sulla pezzuola.

Mentre le nostre teste erano chine sul lavoro da più di mezz'ora la cameriera arrivò con un vassoio enorme.

<< Ragazze bevete finché è calda. Forza.>>

Cianciando allegre le sorelle posarono le loro creazioni per prendere una tazza di cioccolata calda.

Anche io presi una tazza, la quale aveva un bordo dorato dove si rifletteva la luce delle candele e fiori viola dipinti a mano, talmente belli da sembrare veri.

La signora Iside mi fissava benevola, sembrava quasi che leggesse i miei pensieri.

Mi sentivo leggera, come sospesa e poco dopo il torpore mi colse con l'ago in mano e i miei occhi si riempirono di sonno. Sobbalzai sentendomi sfiorare una spalla.

<< Forza ragazze, tutte a letto.>> ordinò la signora Agata tendendo la mano per riavere la pezzuola di lino, la quale dimostrava come avevo precedentemente avvisato, come fossi negata per il ricamo.

<< Per essere la tua prima volta non c'è male. Brava. Cosa ne dici Iside?>> commentò passandole il mio primo lavoro di ricamo.

<< Dico che abbiamo scoperto una ragazza dalle meravigliose capacità. Brava Valentina.>>

Rimasi di stucco, incapace di assimilare il primo " Brava" che mi veniva rivolto nella vita.

Ognuna di noi prese dalla cucina un contenitore di rame chiuso da un tappo che sembrava una noce gigante, colmo d'acqua calda.

Iside e Agata ci diedero la buonanotte baciandoci sulla fronte una per una. Mi vergognai immensamente, poiché non ricordavo di essere stata baciata sulla fronte se non da piccolissima.

La camera da letto era avvolta dalle ombre dei rami che si muovevano dietro i vetri e le ultime braci stavano morendo nel caminetto. Accendemmo le nostre candele e infilammo la noce di rame sotto le coltri.

Brunilde si inginocchiò davanti al caminetto per smuovere le piccole braci rimaste e coprirle con la cenere, poi chiuse le persiane esterne delle finestre e mi passò una camicia da notte di flanella lunga fino ai piedi che prese da un cassetto del comò.

<< Indossala e lavati i denti.>> aggiunse passandomi una corta bacchetta d'argento con un piccolo scovolino in cima e un barattolino di vetro con il tappo in argento colmo di bicarbonato e olio essenziale di menta.

Mi lavai alla velocità della luce e mi infilai la camicia da notte calda e morbida. Quando fui pronta Brunilde insistette per spazzolarmi i capelli davanti allo specchio. Fu stupendo, una coccola inaspettata prima del sonno.

Le lenzuola del mio letto erano di pesante cotone con un monogramma di famiglia ricamato nel centro del risvolto, rigonfie del tepore dell'acqua calda. Quando ci scivolai dentro Brunilde era già sotto le coltri con i capelli sciolti che le incorniciavano il viso bellissimo.

Spense la candela con un piccolo imbuto ricurvo in ottone e sussurrò:

<< Angeli sul tuo sonno Valentina.>>

Di colpo sentì dentro di me una calma inaspettata. Ricambiai la buonanotte e aspettai che la fiamma della mia candela tremolasse prima di spegnerla. Poi mi girai con il viso verso di lei; le molle del letto cigolarono.

Quella notte godetti della presenza degli Angeli rimanendo in ascolto dei loro lievi sospiri, dei borbottii e degli scricchioli della casa fino a quando mi sorprese il sonno.

Lasciai che tutte le mie preoccupazioni svanissero sotto le lenzuola profumate, dimenticandomi di scappare.

 

*******

 

Il mattino seguente fui svegliata da piccoli rumori e dall'alba che attraversando le persiane fece capolino timidamente.

<< Buongiorno dormigliona.>> mi apostrofò Brunilde accucciata davanti al caminetto.

<< Buongiorno, cosa stai facendo?>> chiesi, sorpresa di vederla già alzata e pronta per una nuova giornata.

<< Pulisco il caminetto dalla vecchia cenere, poi preparo la carta e un fascio di legnetti secchi per il prossimo fuoco.>>

<< Posso aiutarti?>> chiesi timidamente.

<< Ma certo.>> mi rispose gentilmente.

Quando fui pronta mi fece vedere con pazienza come appallottolare la carta di vecchi giornali, posizionare il fascio di legnetti e i nuovi ciocchi.

<< Ecco, ora è pronto.>>

Rimasi a guardare le fiamme pensando ai termosifoni che a casa nostra erano accesi dalla mattina alla sera senza riuscire a scaldare un bel niente. Scendemmo al piano inferiore portando con noi la cesta della legna ormai vuota.

Brunilde mi accompagnò in cucina, dove le fiamme guizzanti crepitavano nell'enorme stufa di ghisa, riflettendosi sulle padelle di rame appese alle assi di legno.

La cuoca riempì d'acqua un bollitore.

<< Buongiorno Valentina, prima di andare via ti conviene fare una bella colazione.>> annunciò la signora Iside entrando in cucina e togliendo il bollitore dalle mani della cuoca per posizionarlo sull'enorme stufa a legna, poi mi baciò sulla fronte, mentre una goccia d'acqua sfrigolò svanendo subito dopo. Un nodo d'emozione e vergogna mi stritolò la gola.

Risposi al buongiorno con un altro buongiorno e chiesi se potevo rendermi utile, così facendo mi imposi di pensare a qualcos'altro.

<< Certamente.>> rispose la cuoca indicando un piatto posato sul tavolo da lavoro, il quale era posizionato nel centro della grande cucina << prendi quel piatto con il burro e portalo in tavola.>> Presi il piatto e andai in sala.

Al centro del tavolo c'era una brocca con dentro delle dalie viola. Cordelia, Grimilde e Matilde erano già sedute intorno al tavolo chiacchierando e ridendo. Notai che Matilde aveva i capelli raccolti sulla nuca e un piccolo ricciolo ribelle si era srotolato sulla tempia destra. Cordelia li aveva raccolti con una fascia di pizzo bianca e le onde castane di Grimilde erano incrociati in una treccia spessa e morbida.

In quel momento immaginai di poter vivere per sempre con loro e un colpo di solitudine mi trafisse il petto. Lacrime simili a gocce di rugiada mi scesero sul viso.

La signora Iside mi prese per mano:

<< Il segreto per vincere nella vita è dominare se stessi.>> mi sussurrò nell'orecchio, poi si rivolse alle figlie.

<< Valentina ed io andiamo un attimo nel mio salottino privato. Sapete dove trovarmi in caso di bisogno.>>

Salimmo al piano superiore ed entrammo nel suo salottino, il quale era colmo di tepore romantico.

Mi fece accomodare in una poltrona di damasco rosa antico, davanti al caminetto scoppiettante e lei fece altrettanto nella poltrona gemella posta di fronte.

La stanza era incendiata dal primo sole autunnale che si levava da dietro la collina, ma nonostante ciò la signora Iside accese delle candele inserite in due candelabri sulla mensola del camino e si sedette, lisciandosi la lunga gonna con cura.

Rimanemmo in silenzio a lungo fissando i movimenti che le fiamme creavano sulla parete, le quali mettevano in risalto i riflessi blu dei suoi capelli neri.

Tutto contribuiva a creare un'atmosfera accogliente.

<< So che negli anni della adolescenza ogni emozione si manifesta ingigantendo il dolore, quindi se ci riesci dimmi la ragione per la quale sei scappata, e fammi la gentilezza di non mentire, perché anche se mi nascondessi la verità, io sono molto abile a leggere e captare ciò pensi.>> disse guardandomi con dolcezza.

Mi bloccai sconvolta preparando mentalmente la mia difesa, mentre le sue parole rimasero sospese nell'aria, in attesa. Come faceva a sapere che volevo scappare? Cominciai a tormentarmi una ciocca di capelli sfuggita allo chignon mentre le parole arrivarono da sole, da un punto imprecisato del mio cuore.

<< Mi sono sempre sentita brutta e trasparente, forse perché i miei genitori non mi hanno mai guardata, neanche fossi un fantasma. Mio padre non ha fiducia in me e mia madre è completamente assente, e quando è presente è sempre nervosa e si agita strepitando. Si circonda di gente sciocca e mi costringe a stare con le persone di servizio che cambia ogni tre per due perché non è mai contenta del loro lavoro. Non sa cucinare, e neanche cucire, né piantare un chiodo.>> mi dovetti fermare, perché le immagini dei ricordi si affollarono con dettagli vividi e sgraditi.

<< Non mi conoscono, e non hanno mai fatto nulla per conoscermi. Praticamente tutta la mia vita è avvelenata dalla solitudine, per questo mi sono sempre annoiata a morte. Così ho cominciato a combinarne di tutti i colori per farmi notare. Di conseguenza mi hanno iscritto ad un collegio. Sono partita ieri mattina con l'intenzione di scappare, ed è quello che ho fatto. Vorrei poter vivere in un luogo dove nessuno urla o scappa da qualche altra parte. In casa nostra non c'è armonia, e la gentilezza non esiste da sempre, come l'amore.>>

La signora Iside mi sfiorò con uno sguardo che sembrava una carezza.

<< Alla tua età si vede solo la bellezza degli altri e mai di se stessi, questo è vero, e i genitori credono di conoscere i propri figli perché li hanno messi al mondo e li vedono crescere, ma non è mai così: sarebbe troppo facile. Secondo loro avresti dovuto fingere d'essere felice, almeno potevano credere tu fossi come loro ti volevano. Comprendo che la noia ti ha fatto prendere strade che non ti hanno portato da nessuna parte, e capisco pure che per poter avere attenzione dalla propria famiglia qualche volta bisogna abbandonarla. Ora però sei qui e devi guadagnarti la mia fiducia. Se vuoi puoi rimanere con noi, ma naturalmente dovrai attenerti inflessibilmente a tutte le regole di questa casa. Come vedi volevi scappare per non entrare in collegio, ma alla fine sei finita comunque in un luogo dove le regole sono importantissime. Era destino.>>

<< Cosa posso fare per guadagnarmi un po’ di fiducia?>>

Lei sorrise compiaciuta poi disse:

<< Lavorerai seriamente e con volontà. Non voglio più che ti barrichi dietro il tuo sconforto. Ormai quello che è fatto è fatto. Il tempo non si può riavvolgere e ricorda che nella vita si avanza solo con la calma e la grazia. Dovrai rendere il tuo presente eterno, e non ho dubbi che tu ci possa riuscire. Devi trovare il sentiero per la tua crescita spirituale.>>

<< Si, voglio trovare il sentiero e seguirlo.>> risposi commossa e in preda all'euforia, un sentimento di esaltazione che per altro mi era completamente sconosciuto.

<< Benissimo, ma ricorda che se vorrai tornare a casa, dai tuoi genitori, basterà dirlo. Rimarrai in questa dimensione finché non troverai il sentiero della gioia.>>

<< Perché dite " In questa dimensione?">>

<< Perché ci troviamo su un altro piano dimensionale, lontano da quello in cui vivevi. Si tratta di vibrazioni diverse. Non vedi come siamo vestite? Non hai notato che non c'è tecnologia che tu conosci?>>

<< Si che l'ho notato, infatti mi chiedevo il perché.>>

<< Perché abbiamo raggiunto il risveglio, di conseguenza non ne abbiamo bisogno. Ora andiamo a fare colazione, perché in questa casa si lavora e bisogna mangiare per essere in forze.>>

<< Devo chiamarla maestra?>> chiesi timidamente.

<< Assolutamente no. Saprai come chiamarmi al momento giusto.>>

Dopo quelle parole provai un'energia nuova, che mi sembrava sconfinata, tanto da farmi sentire invincibile.

 

                                                                    *******

 

Il giorno dopo senza un perché decisi di abbracciare la gioia, e l’allegria si impossessò di me proprio nel momento in cui credevo che non l'avrei mai conosciuta.

Le foglie caddero del tutto ricamando i prati di ruggine, e i rami spogli ghermirono il cielo con le loro dita adunche mentre le impalpabili volute nebbiose si alzavano dall'acqua increspata del piccolo lago, trasformando l'erba e i cespugli più bassi in un mondo incantato, ed io mi spalancai alle nuove sensazioni come una bambina, raccogliendo al mio passaggio le vecchie pigne cadute staccate dal vento, realizzando di vivere in un altro mondo.

Facemmo fuochi per bruciare le foglie, riempiendo l'aria del profumo dell'autunno insieme al signor Arturo, tornato dal suo lungo viaggio di lavoro, il quale era il ritratto di Matilde.

Imparai ad apparecchiare la tavola con le porcellane pregiate nel modo corretto, a innaffiare l'orto e strappare le erbacce, scoprendo che lavorare in giardino era appagante, sempre insieme a Brunilde, la quale parlava con le piante, le formiche e il suo Angelo Custode. Compresi a cosa servisse la fossa della composta biologica dietro la casa, assimilando il concetto che lo spreco fa produrre una quantità impossibile di rifiuti, i quali non rispettano la dimensione in cui viviamo, e che nessuna civiltà potrà continuare a vivere se non lo rispetta.

Raccoglievo le uova nel pollaio e davo alle galline e ai polli le briciole del pane e il mais, e loro starnazzavano come se non mangiassero da secoli.

Imparai ad amare il vento che fischiava dentro la canna fumaria, mentre prendevo il ferro da stiro e lo appoggiavo sulla stufa, bagnandomi il dito per provarne il calore, e a rammendare abiti e calze rimanendo seduta accanto al fuoco, continuando a sorridere anche mentre facevo l'orlo a giorno, scoprendo che mi piaceva poiché mi liberava la mente, ed ero incredula, perché non avrei mai pensato che mi potesse succedere.

Da quando ero arrivata in quella casa non avevo mai sentito la mancanza della città moderna, né del suo rumore, né del meraviglioso mondo dei consumi che prima amavo così tanto, e imparai ad apprezzare le feste in casa dei vicini e i balli mensili, ai quali ci preparavamo per giorni interi, rinunciando ai dolci. Mi divertivo a guardare le vetrine dei piccoli negozi in città quando andavamo a fare spese tutte insieme, e gioivo per un semplice nastro nuovo.

Sbrigavo le faccende domestiche insieme alle mie nuove sorelle, sempre allegre e spensierate.

Ogni settimana trovavo sul comodino un libro che leggevo la sera cullata dal silenzio, e mentre la quiete si ingrandiva dentro la mia anima, mi addormentavo tra gli sbuffi morbidi di lenzuola odorose di lavanda.

La signora Iside mi scrutava con i suoi occhi grigi, scandagliandomi l'anima e dandomi lavori da sbrigare, ma lo faceva con dolcezza, senza mai chiedere cose inutili o sciocche.

Ogni giorno il profumo di pane che lievitava saturava la casa insieme all'odore di castagne arrosto mentre il primo raggio di sole mattutino scivolava dorato dai vetri delle alte finestre, direttamente sulle pentole di rame, appese in cucina.

Una volta alla settimana dormivo con i capelli ricoperti d'olio d'oliva, avvolti in pezzuole di cotone e il viso cosparso di acqua di rose, che tenevo dentro una boccetta di vetro trasparente, e mentre sognavo aspettavo la magica trasformazione della mia chioma.

Fu un autunno meraviglioso e la mia anima fu scossa da un tocco lieve, che mi avvolse nella leggerezza, la quale mi faceva individuare in ogni accadimento, il lato comico.

Poi l'autunno lasciò spazio all'inverno e Dicembre arrivò durante una notte limpida con un'improvvisa nevicata, la quale imbiancò il giardino e il parco, portando con sé il freddo pungente, il quale scivolando sui rami, li cristallizzò, incrostando di gelo anche i gradini della veranda e bloccando i cardini del cancello.

Con la neve la natura cambiò volto ed io mi immersi in un senso profondo di stupore.

Quando tornavamo dalle passeggiate ci incollavamo alla stufa della cucina con gli abiti che fumavano, ridendo come matte.

Il piccolo lago ghiacciato divenne azzurrino e il panorama circostante sembrava appartenere ad un pianeta bianco, tutto puro e nuovo mentre pattinavamo tenendoci per mano.

All'improvviso arrivò Natale che loro chiamarono Yel e il periodo delle feste diede il via a una serie di preparativi. Accendemmo fuochi propiziatori e candele di benvenuto.

Iside e Arturo organizzarono una grande festa che vide coinvolti molti dei loro amici.

La cuoca si occupò del tacchino, insaporendolo sotto la pelle con ingredienti segreti e prima del pranzo danzammo sotto il frassino in giardino, tendendo dei nastri rossi intorno al suo fusto, carico di fili d'argento, il quale risplendeva sullo sfondo di un cielo già buio, mentre dalle nostre bocche uscivano piccoli respiri vaporosi di freddo e il cuore batteva forte per l'emozione di essere corteggiate dai giovanotti presenti, e insieme alla servitù, festeggiammo brindando e ballando per tutta la notte.

Fu un momento così felice che avrei voluto non finisse mai, perché mi sentivo al sicuro e protetta, al centro di qualcosa di magico.

<< L'inverno è un dono per la natura. Tutto rimane rinchiuso in un silenzio totale, poi al disgelo tutto si manifesta. Ricordatevi che la legge di Dio è trasformazione.>> disse la signora Iside una sera che eravamo tutte intorno al fuoco.

Per la prima volta in vita mia non sentivo il freddo, perché intorno a me c'erano persone capaci di scaldare la mia anima e farmi sentire bene, mentre la neve avvolgeva la casa di spettri iridescenti.

Senza che me ne rendessi conto arrivò la Primavera e l'erba scintillò attraverso la brina scricchiolando sotto i nostri passi e le fiamme sibilavano ancora nei camini, mandando faville.

Spesso cadeva una pioggia sottile e leggera, poi le nuvole si dividevano e il sole faceva capolino, scaldando tutto con il suo avvolgente tepore, colorando la flora di un verde che faceva quasi male agli occhi.

Le nuove foglioline luccicavano come perle sui rami degli alberi.

All'alba insieme a Matilde andavamo in riva al lago percorrendo il sentiero punteggiato da margheritine primitive, per raccogliere la rugiada posata sui petali dei fiori, prima che il vento la soffiasse via e le stelle sparissero in silenzio, mentre le fate saltavano da una foglia all'altra e i piccoli cirri ricamavano ombre sull'acqua. Insieme tenendoci per mano, camminavamo nel bosco, dove lei sapeva ritrovare qualsiasi sentiero, come se dentro la sua mente avesse avuto un radar.

Imparai da lei nozioni importantissime sulla natura e le sue proprietà medicinali, seguendola come se ubbidissi ad una sostanza fatua.

Capivo di trovarmi dentro un cerchio magico e non volevo uscirne.

Il caprifoglio era in boccio e il biancospino fioriva leggero come la spuma del mare.

Passavamo serate a tagliare e cucire nuovi abiti e a studiare nuove acconciature, spalmandoci olio di violette intorno agli occhi.

Venni coinvolta nelle pulizie di Primavera e la casa si ammantò di un antico profumo di cera per mobili mentre guardandomi allo specchio scrutavo il mio nuovo aspetto.

Ero cresciuta in altezza e avevo preso peso. I miei capelli erano ritornati al loro colore originario, un caldo castano dorato, ed erano lunghi e folti, lucidi e sani.

La Primavera volgeva al termine e il glicine sbocciava rigoglioso dall'alto del muro di cinta della casa, mentre il sole splendeva nella piastra azzurra del cielo.

L'estate passò in un baleno, e un giorno mentre una leggerissima brezza trasportava il profumo delle rose attraverso le finestre aperte del salotto, feci partecipe la signora Iside del fatto che desideravo tornare a casa per parlare con miei genitori.

Lei non commentò, e mi invitò a preparare le mie cose.

Ricordo che rimase piantata contro il muro anche dopo che io smisi di parlare, sconvolta nel profondo.

<< C'è qualcosa che non va?>> chiesi preoccupata.

<< Sei sicura che vuoi tornare a casa?>> mi chiese ancora alzando un po’ il tono della voce.

<< E' arrivato il momento di ritornare. Devo tornare a casa.>>

<< Se vuoi puoi rimanere con noi.>> ribatté addolorata.

<< Non ora, devo prima mettermi alla prova. Devo trovare il famoso sentiero.>>

<< Lo farai. Ne sono certa.>> sussurrò con dolcezza, poi mi avvolse in un abbraccio materno e dolcissimo che non avevo mai avuto la gioia di vivere.

<< Potrò mai rivedervi?>> chiesi in un filo di voce.

<< Dipende solo da te. Ricordati di ciò che ti dissi quando sei arrivata: la legge della vita è il cambiamento, la trasformazione d'ogni cosa e di ogni momento vissuto. Non ti attaccare alla materia e vivi gli affetti con equilibrio. Il troppo storpia, anche nell'amore.>>

<< Come farò a capire che sto facendo la cosa giusta?>>

<< Ci sono cose che si comprendono solo se ci si ferma ad ascoltare. Ti arriverà un messaggio interiore. Un piccolo pensiero infiltrato nella mente che ti farà capire di non volere più vivere una vita illusoria. Allora capirai. Le cose belle accadono solo a chi crede nel fantastico, a chi non ha paura di cambiare strada, a chi non ha timore di tirare fuori dai cassetti i propri sogni.>> mormorò abbracciandomi ancora.

Mi aggrappai alle sue parole con la forza di una calamita sforzandomi di sorridere, mentre la mia tristezza spariva nel suo abbraccio, poi raccolsi la lunga gonna e mi precipitai fuori.

Quella sera stessa il tavolo ovale ricoperto da una tovaglia di lino bianca che cascava sul pavimento, era colmo d'ogni ben di Dio per festeggiare la mia partenza.

Dopo la festa la signora Iside mi restituì i miei vecchi abiti, quelli a cui non pensavo più da più di un anno.

Quella notte rimasi in ascolto, percependo profumi mai sentiti, fissando le stelle che bucavano il nero della notte come chiodi di luce e aspettai sveglia la luce tersa dell'alba, nella quale un grido di falco si alzò acuto.

La mattina dopo tutta la casa odorava di caffè, uova e pancetta, ma la malinconia mi circondò da ogni parte, e la giornata si annunciò triste e grigia. Facemmo colazione tutte insieme, e tutte insieme vollero accompagnarmi al laghetto attraverso il viottolo che strisciava lungo il prato.

Il lago scintillava in mezzo al parco come una pietra di cristallo. Presi una moneta e la lanciai alle mie spalle esprimendo un desiderio, poi le abbracciai tutte e con coraggio voltai le spalle e mi incamminai, e prima di oltrepassare definitivamente il cancello mi voltai ancora una volta con il magone in gola per salutare i frassini che ombreggiavano la casa, consapevole di aver vissuto in un mondo sconosciuto e di cui non avrei più potuto fare a meno.

Mi addentrai nel bosco mentre le nuvole si addensavano e il sole si nascondeva del tutto e subito dopo in silenzio le foglie degli alberi si rigarono di lacrime di pioggia e la casa dietro di me scomparve nella nebbia.

Mi fermai di colpo cercando con gli occhi chiusi di immaginare come sarebbe stato tornare nel mondo caotico e sporco che avevo abitato con i miei genitori, e il rifiuto del ritorno si fece più imponente di quanto mi aspettassi.

Scoppiai a piangere, pensando che la mia vita in quella casa sarebbe stata una vita opprimente. Tutto ciò che desideravo era bere il te, sfogliare un libro davanti al caminetto, fare un merletto e lavorare la terra. Pensai con tutta la forza alla signora Iside, alla signora Agata e alle mie amiche, divenute per me delle sorelle. Pensai a Matilde sdraiata sul prato con i capelli allargati intorno alla testa che sembravano lingue di fuoco di un drago. Pensai a Rodolfo, il ragazzo che mi corteggiava con una gentilezza da cavaliere.

Pensai alle campanelle ormai sbocciate che danzavano al ritmo del vento, il quale trascinava con sé tutti i profumi della campagna circostante e alle passeggiate nel sentiero che portava sino al lago. 

Avevo viaggiato nel tempo e loro erano stati solo attori immaginari? Mi era stata data una possibilità, non potevo non coglierla.

Feci un respiro profondo e tornai sui i miei passi verso la casa, decisa a trovare il mio sentiero e mentre il crepuscolo scendeva silenzioso raggiunsi la biforcazione.

Senza pensarci due volte mi avviai verso destra inoltrandomi per sempre in quel mondo di Elfi e Folletti dove le forze oscure non potevano entrare.

La nebbia mi avvolse e le forze magiche si impossessarono del mio destino dandomi appuntamento in un'altra dimensione, nella quale solo la luna poteva compiere sortilegi.

Spinsi il cancello ed entrai nel parco della casa.  Le persiane prugna erano tutte spalancate e dai vetri filtrava la luce delle candele accese. Mi girai a guardare il tramonto che colorando il cielo di viola decorava il giardino come un leggerissimo velo di tulle.

Quando bussai alla porta il suono sembrò svanire nell'aria della sera, poi come un incanto sprofondai nelle braccia di mia madre Iside.

 

                                                                                                                       The End

 

Due strade divergono in un bosco

io presi la meno battuta

e da lì

tutta la differenza

è venuta.

                                Robert Frost.