Notte di Halloween

  

 "Foto di Daria Unida"

 

 

 Prologo.

 

Ho cercato di ricordare gli avvenimenti per come sono realmente accaduti.

Una storia è un racconto di vicende che si manifestano in un dato momento, e non può essere un caso. Questo racconto mi descrive come ero e ormai non sono più, poiché le avventure che viviamo da ragazzi cambiano la vita per sempre, stravolgendo la tua dimensione, divenendo insignificanti o assumendo un'importanza gigantesca.

All'epoca dei fatti avevo una capacità sorprendente di cambiare stato d'animo e di concentrarmi su cose diverse appena la noia o il dolore mi sfioravano l'anima, riuscendo a trasformare la tristezza in un momento di gioia eclatante, prendendomi gioco di qualsiasi cosa.

Mi piaceva mescolarmi alla folla e buttarmi a capofitto in cose che non sapevo dove mi avrebbero condotto, senza darmi la pena di esplorare o conoscere.

A diciotto anni ciò che dovevo fare era frequentare la scuola, cazzeggiare con i miei amici e fare un salto in discoteca indossando gli ultimi jeans di moda, o andare in palestra tre volte a settimana esibendomi sul tapis-roulant in tutine firmate. 

Possedevo tratti delicati, capelli castani striati da ciocche biondo cenere, occhi verde prato, un corpo da modella e un padre molto generoso.

Perché mai avrei dovuto spingermi a sondare mondi sconosciuti? 

Il mio universo altro non era che un superficiale presente.

Ricordo molto bene che quell'anno l'autunno rivestì le strade di Imperia con manti di foglie secche color ocra, che formavano mulinelli appena il vento le sfiorava, ricordando il movimento delle spirali incantatrici.

 

 

Parla Tamara 

 

 

<< E' un po’ che ci penso, sono sincera.>> precisai mentre con la forchetta raccoglievo stelle filanti di spaghetti.

Mio padre mi guardò incerto, si vedeva lontano un miglio che avrebbe capitolato quasi subito. Con un pezzettino di pane raccolse il sughetto rimasto sul fondo del piatto.

<< Tamara, sai quanto io ti apprezzi, quanto ti stimo e cosa penso di te, ma ogni tanto te ne vieni fuori con delle idee......>> si interruppe, ed io sapevo bene il perché.

Avevo appena espresso l’idea di voler festeggiare Halloween con le mie amiche, nella casa di Triora.  Casa che mio padre aveva ereditato due anni prima, dopo la morte di un suo lontano parente.

<< Dai papà sarà divertente!>>

<< Ma è chiusa dalla scorsa estate, bisognerebbe scaldarla almeno un giorno prima.>>

<< E che problema c'è? Vado su un giorno prima.>>

<< Prometti che starai particolarmente attenta?>>

<< Papà ti prego, mi hai già fatto vedere come si accende il fuoco un sacco di volte. Sei un bravissimo insegnante.>> buttai l'amo per vedere se abboccava.

Infatti sorrise gongolando nel suo orgoglio paterno.

<< Ma lo sai che non c'è la luce. Quindi niente televisione, niente stereo, niente telefonini. Vi annoierete a morte.>>

<< Ma papà Triora non è il deserto dei Tartari! Per il cellulare e l'ipod mi porto dietro il caricatore ad energia solare e per la televisione chi se ne frega. Andiamo su per divertirci, non per ascoltare il TG. Scaldiamo la casa e ti prometto che sarò prudente con il fuoco.>>

<< Tesoro lo sai che non è quello, anche se ti do il permesso, rimane il fatto che se ti dovesse succedere qualcosa di brutto, tua madre non me lo perdonerebbe mai e pagherei per il resto dei miei giorni, lo sai bene che è una rompiballe nevrotica.>>

<< La mamma non può dire nulla, sono maggiorenne, quindi responsabile di me stessa.>>

Sapevo bene che mio padre non voleva avere discussioni di nessun tipo con la mamma, anche se erano divorziati da anni, poiché continuava imperterrita ad angosciarlo sul fatto che ogni mio spostamento dovesse esserle comunicato alla velocità della luce.

Tutti e due si presero una pausa per esaminare il fallimento della loro unione, e certamente io contribuì a favorire la loro incomprensione, scegliendo di andare a vivere con mio padre.

La scelta la feci basandomi su lo sfinimento che mi afferrava ogni volta che ascoltavo le cronache delle sue sedute dallo psicologo, e relative lamentele di cui infarciva le giornate, trascinandomi in un pozzo di sconforto. Decidendo di stare con mio padre, strappai volontariamente il famoso cordone ombelicale.

Il giudice accolse la mia richiesta condividendola poiché convinto che i racconti delle sedute mi deprimessero, senza trascurare il fatto che il suo strizzacervelli la rimpinzava di stupidaggini e di Lexotan, mentre mio padre avrebbe solo voluto incollarle la bocca con il vinavil.

Si resero conto di quanto fosse vincolata la loro vita solo nel momento esatto in cui il desiderio di liberarsi per sempre si impossessò di loro.

Divorziarono quindi di comune accordo capendo che era arrivato il momento di tirarsi fuori da un vincolo restrittivo.

<< D'accordo, ma non potete scegliere un posto meno cupo per divertirvi?  Con tutte quelle povere donne che sono state arse vive.>> continuò pulendosi le labbra con il tovagliolo.

 Lo fissai rivolgendogli la faccina da figlia innamorata.

<< Intendi le streghe? Ma dai, ormai sono tutte morte.>>

Rise, consapevole che le sue preoccupazioni erano sterili e ridicole.

<< Ok, fa ciò che credi, ma prometti di stare attenta.>>

Passai il pomeriggio a parlare al cellulare con le mie migliori amiche, con le quali formavamo una compagnia perfetta, vivendo l'una nella vita delle altre, aiutandoci come sorelle nei momenti difficili.

Dovevo chiamarle e convincerle a venire con me per provare una nuova vacanza all'insegna del " Meglio senza " nel paese di Triora, mascherandoci da streghe, invito che secondo me, avrebbero accettato al volo. Interpellai Elisa per prima.                           

<< Caspita mi piacerebbe, ma come faccio? Senza elettricità impazzirei. Ho bisogno di phon e piastra come l'aria che respiro, sai che odio i miei capelli a cavatappi. Ti prego non farmi questo.>>

<< Se vuoi posso prenotare una camera all'albergo "Il ritrovo dei Vampiri"  Stai con noi tutto il giorno e la notte dormi li, così puoi lisciarti i ricci senza problemi.>>

<< Ma veramente si chiama Il ritrovo dei Vampiri?>> mi domandò ansiosa.

<< Certo, ma è o non è il paese delle streghe?>> le chiesi prendendomi gioco di lei.

<< E le altre dormirebbero in casa tua?>>

<< Si.>> mentì subdola.

<< Allora vengo anche io.>>

<< Brava Elisa, così si fa. Comunque, rimaniamo solo due giorni e a quanto ne so, non è mai morto nessuno per non essersi lavato i capelli per due giorni. Ti chiamo domani, baci.>>

<< Ciao Tamara, a presto.>>

Ero al corrente della sua incontrollabile paura di tutto, per questo giocai d'astuzia dicendole che le altre avevano già accettato il mio invito.

Non avevo nessun dubbio che sarebbe caduta nel piccolo tranello, poiché non avrebbe mai rinunciato a stare con il gruppo per nulla al mondo.

Detestava rimanere sola e tendeva a svenire quando era sconvolta, affermando di soffrire d'ansia, ed io ho sempre pensato che fosse un suo modo di attirare l'attenzione, poiché primogenita di genitori perennemente assenti per motivi di lavoro.

Possedeva una criniera di riccioli color miele di acacia che le incorniciavano il viso tondo, spruzzato di lentiggini e occhi grigi grandi e timorosi. Il suo corpo era morbido con un seno prosperoso, il quale piaceva tanto ai maschietti, desiderosi di buttarsi in quelle curve burrose come su un dolce succulento.

 La passione di Elisa era il cibo, ma nonostante tutto continuava a provare diete con la speranza di divenire uno stelo.  A me piaceva esattamente per come era.

Digitai il numero di Carola.

<< Un invito per passare Halloween in Argentina?>> mi interrogò stupita << chi caspita conosci in Argentina? Non è un po’ troppo lontano, per andarci per soli due giorni?>>

<< Valle Argentina ignorante. I tuoi lo devono sapere che i soldi che spenderanno per l'Università saranno buttati nel cesso.>> ribattei ridendo.

<< Ah, dove tuo padre ha la casa? Ma non mi avevi detto che è una casa che si scalda a legna e non c'è l'elettricità?>>

<< Si, si scalda a legna e si illumina solo con candele.>>

<< Uhm...atmosfera vittoriana.>> fece una pausa e poi scoppiò in una risata madornale, sghignazzando senza ritegno. Aspettai che le passasse la ridarella, sembrava che avesse appena sentito la barzelletta del secolo. Quando si riprese rispose lapidaria:

<< Allora è ovvio che non vengo.>>

<< Perché?>> chiesi stupita.

<< Ma dai, ma mi ci vedi senza elettricità o senza riscaldamento? Sono pratica, ma non sino a questo punto e poi lo sai che sono freddolosa.>>

<< Vero, hai ragione, non potresti sopravvivere senza lampadine e acqua corrente calda. Non hai tutti i torti, ma sai che scomodità? Ma non te lo puoi neppure immaginare, secondo me non hai il sistema nervoso giusto.>> mentre sostenevo la mia opinione mi scappava da ridere, ma decisi di andare sino in fondo colpendo il suo potentissimo orgoglio. La sentì respirare furente:

<< E' questo che pensi di me? Ma per chi mi hai preso? Io ho un sistema nervoso incredibile. Ride bene chi ride ultimo, ti sfido, vengo.>>

Carola era la dura del gruppo, viveva di competizione, dando a tutto ciò che faceva la pressione della sfida ed eccellendo in tutti gli sport che praticava.

Era fornita di un carattere dai modi un po’ duri e mascolini e diceva troppe parolacce, ma cercare di raffinarla era come svuotare il mare con un cucchiaino, e anche se aveva un corpo asciutto, un carattere di ferro e una zazzera di capelli castani alla maschietta, non c'erano scuse per il suo cattivo gusto nel vestire e una predilezione per l'ombretto azzurro, che ovviamente le stava di merda.

Ma era provvista degli occhi più dolci ch'io avessi mai visto. Grandi e un poco cadenti all'esterno, con due pupille color nocciola chiaro, delicati e languidi, sempre umidi, come se avessero appena finito di versare lacrime.  Un poema per i pittori.

Ridendo digitai il numero di Portia.

<< Vengo, sono curiosa, anche se sento che succederà qualcosa di insolito.>>

<< Non incominciare con i tuoi presentimenti.>> la rimproverai ridendo.

<< Scherzi? Lo sai che ci azzecco sempre.>>

<< Si, accidenti a te, lo so.>>

<< Le altre vengono?>>

<< Si.>>

<< Sarà tosta e un po’ stressante, con Elisa che ha paura anche della sua ombra e Carola che ci sfiderà per ogni cosa...più che una vacanza la definirei una sfacchinata.>> rise e poi soggiunse:

<< Ma ho una fiducia totale nelle mie capacità di rendermi trasparente.>>

<< Portarti dietro uno dei tuoi libri con storie di fantasmi, all'atmosfera ci penso io.>>

<< Ma c'è posto per tutte?>>

<< Si, torniamo un po’ bambine e festeggiamo vestite da streghe. Che ne dici?>>

<< Che non vedo l'ora.>>

<< Ci sentiamo domani per le coordinate, bacio.>>

Portia era l'amica del cuore, la compagna che non mi abbandonava mai, che trovava una risposta per ogni problema, colei che potevo svegliare in piena notte per farmi consolare, l'orecchio in cui versare tutti gli affanni.

Il viso triangolare dagli zigomi alti era circondato da un caschetto di capelli neri e una frangetta anni trenta le copriva solo metà fronte.  Un'altra sarebbe sembrata una deficiente, a lei stava da Dio.

Gli occhi enormi color moka, ricordavano i Manga giapponesi, e la pelle diafana era levigata come un osso di seppia.  Si truccava e si vestiva solo di nero in qualsiasi stagione, per questo la chiamavamo: "Corvo".

Era sempre avvolta dal mistero e aveva un istinto incredibile per scovare la verità, poiché non c'era cosa che non riuscisse a sapere e grazie ai suoi modi gentili comprendeva sempre le persone, persino quelle appena conosciute. 

Amava la bellezza sotto ogni forma e diceva sempre che il mondo era zeppo di involuti.

Ma lasciatemi andare a ritroso nel tempo.

<< Ci siamo tutte?>> le interpellai contandole come fossero bambine dell'asilo infantile.

<< Ma che fai? Siamo in quattro, non c'è bisogno che ci conti!>> esclamò Elisa ridendo.

<< Chiedo scusa, ma sapete che devo tenere tutto sotto controllo, l’ho promesso a mio padre.>>

<< Beh, se non altro siamo in perfetto orario sulla tabella di marcia.>> constatò Carola, la quale odiava arrivare in ritardo anche solo di mezzo minuto e di conseguenza tutti i ritardatari.

<< Allora ragazze si parte. Avete tutto vero?>>

Allungai la mano davanti a me e le altre fecero altrettanto formando una piramide di mani.

<< Tutte per una, una per tutte.>> urlammo in coro, traboccanti d'energia.

L'alba si era appena manifestata, rivestendo la dimensione materiale intorno a noi con un sipario color pesca e una scenografia tinta di indaco. 

Salimmo sul treno godendoci il viaggio, spettegolando del più e del meno, seguitando a ridere ad ogni battuta e ammirando la costa soleggiata ed elegante, sotto gli ombrelli verdi delle palme.

Sembrava che l'autunno non fosse mai arrivato e la primavera fosse un diritto permanente nel giro delle stagioni.  Scese dal treno alla Stazione di Arma di Taggia salimmo sulla corriera, lasciandoci presto Arma alle spalle, oltrepassando il dedalo di viuzze medievali di Taggia, lastricate da ciottoli color uovo, i quali fungevano da tappeti ai piedi di palazzine colme di affreschi e vecchie vestigia.

Eravamo giovani, libere e senza catene.

Carola si mise a cantare a squarciagola, ma dopo qualche minuto la pregammo ridendo di smetterla.

<< Ma perché? Mi hanno sempre detto che ho un bel timbro.>>

<< Si, sul passaporto.>> replicò Portia prendendola per i fondelli.

La strada si inerpicava serpentina, costeggiando la collina, spolverata d'argento dalle chiome degli ulivi.

<< Non dimentichiamoci che stiamo per inoltrarci in un'altra dimensione.>> proferì ad un tratto Portia, serissima.

<< In effetti, non so voi, ma come abbiamo superato Taggia mi sono sentita proiettata indietro nel tempo.>> rispose Carola con ironia << Mistero dei misteri.>>

<< Smettila immediatamente...non c'è nessuna proiezione che torna indietro nel tempo.>> strillò Elisa.

<< Ti prego, non ti ci mettere anche te, stavo scherzando.>> si lamentò Carola sbuffando.

<< Racconta Portia, di che sensazione parli?>> chiesi divertita.

<< Non saprei, non so descriverla, ho sentito un'energia strana nell’aria.>>

Elisa scosse la testa: << Piantala Corvo, non c'è nessuna energia strana.>>

Ero certa che Elisa non si sentisse tranquilla, i misteri non erano fatti per la sua indole, se pur sotto sotto avrebbe voluto viverne qualcuno, almeno per poter dire, io c'ero.

Ridemmo della sua infantile inquietudine e Carola fece un segno con la mano per sottolineare che era una gran fifona.

<< La scorsa settimana ho fatto una ricerca su internet. >> annunciò ad un tratto Portia. << ho letto che Triora sorge su una cresta rocciosa che domina l'alta valle Argentina e che la caccia alle streghe ebbe inizio nell'estate del 1587. Ricordiamoci di visitare il Ponte di Loreto, pare sia un ponte tra i più alti d'Europa, dove per anni si è praticato il bungee-jumping. >>

<< Non vorrei deludervi, ma penso che siano solo fesserie.>> sentenziò Carola, la quale la si poteva definire scettica, e non faceva nulla per nasconderlo. 

<< Siete delle sprovvedute se credete a ste cazzate. >> proseguì convinta.

<< Concludi Portia, mi sembra d'essere a scuola.>> la spronai, più che altro per dar fastidio alle altre.

<< Ho scoperto che Triora è stata costruita sopra un luogo di potere magnetico che non ha eguali al mondo. Spero di ricevere presto un segno, una specie di rivelazione dell'esistenza di questa super energia.>>

<< Si ma cosa successe nel 1587? >> sollecitò Elisa curiosa.

<< Furono messe al rogo delle donne che possedevano la conoscenza delle erbe, quindi il potere della guarigione. La colpa fu dei dottori di allora, imbelli e corrotti e gelosi delle loro conoscenze, i quali non desideravano che le donne avessero la conoscenza della medicina, di conseguenza volevano bloccare il divulgarsi della meditazione orientale che loro praticavano. All’epoca le donne erano cittadine di serie C e non potevano per nessun motivo detenere posti di potere. Comunque anche oggi non sembra essere cambiata di molto la nostra posizione: ogni tanto ci danno un contentino per farci stare buone. >> rispose Portia.

Fece una pausa e poi aggiunse:

<< Sembra che il Ponte di Loreto sia chiuso da qualche anno, per il numero elevato di morti. Non vedo l'ora di saperne di più.>> concluse con una smorfia da saputella.

<< Porca vacca!>> esclamò Carola << se avessi le palle mi darei una toccatina.>>

<< Sei un uccellaccio del malaugurio.>> aggiunse Elisa.

<< Dai ragazze, siamo in vacanza, non lasciamoci distrarre da fatti storici morti e sepolti da secoli.>> sostenni io, ridendo.

La strada si era un poco ristretta, ombreggiata dalle fronde degli alberi che scuotendo le loro braccia nell'aria lasciavano cadere al suolo, foglie color oro.

I boschi della valle dipingevano una scenografia tinta di arancio dalle sfumature ruggine, risplendendo sotto i raggi del sole.

<< Caspita, guardate laggiù!!!>> urlò Carola indicando con il dito indice qualcosa posto in fondo alla gola.

 Ci voltammo tutte verso il lato sinistro della corriera.

Un torrente contorto correva verso il fondovalle, trasportando ciottoli e schizzi scintillanti nella corsa verso il mare.

<< Non vorrei essere la dentro per nulla al mondo.>> Elisa si espresse con una nota di timore nella voce.

<< Smettila Elisa, guarda come è travolgente. Guarda che colori. Verde smeraldo e turchese: la natura è perfetta.>> Portia la invitò a guardare appiccicandosi al finestrino.

<< Non ho detto che non è bello, inizio solo ad avere un po’ di nausea, ci sono troppe curve.>> gemette portandosi una mano all'altezza dello stomaco.

Pochi minuti dopo passammo davanti ad un cartello che indicava Montalto, un borgo medievale composto da una piramide di case, incastrate l'una nell'altra come coni di gelato. Superammo poco dopo anche il paese di Agaggio convenendo tra noi sulla bellezza carica di mistero della vallata.

Nessuna di noi parlò per parecchio tempo, ognuna separata dall'altra dai propri pensieri, scrutando il torrente con il fiato sospeso, e tenendo compagnia alla magia del luogo.

<< Ragazze il cartello annuncia Molini di Triora.>> annunciò Elisa interrompendo l’assenza di parole.

La corriera transitò in un lungo rettilineo, superò la farmacia e dopo una piccola doppia curva entrammo in paese.

Nella piazza del paese un'altissima pietra verticale rovesciava una cascatella d'acqua, dove alcuni anziani locali erano seduti al sole su panchine di legno.

Turisti in abiti sportivi, con zaino in spalla, capello in testa e bastoni da camminata, sostavano presso i bar, e ciclisti in pausa erano spaparanzati ai tavoli di un pub godendosi una bibita.

Dopo una decina di minuti e alcuni tornanti a doppia curva la corriera arrivò al capolinea di Triora. Scendemmo con gli zaini in spalla. L'aria era pregna di un profumo appetitoso che ricordava le brioche appena sfornate. Ci avviammo verso il centro del paese.

Sulla soglia di un negozio dove si vendevano oggetti dell'occulto sostava una donna vestita da strega con dei capelli castani lunghissimi, occhi verde smeraldo, un sorriso accattivante e un'età indefinita.

Entrai senza indugio e comprai delle candele viola, dell'incenso, e un cappello da strega enorme, e le mie amiche mi imitarono rimirandosi nello specchio con i loro cappelli stregoneschi in testa.

<< Manca ancora un giorno ad Halloween, la signora del negozio si è mascherata un po’ in anticipo.>> sostenne Carola ridacchiando, mentre usciva dal negozio ed io mi calcavo il cappello in testa.

<< Sarà un'usanza del posto.>> replicò Elisa.

<< No, non credo. Quella è una strega.>> precisò Portia.

Elisa non rispose, ma conoscendola pensai che si stesse chiedendo perché mai Portia continuasse a dire stronzate.

<< Allora ragazze, la casa si trova alla fine del paese, proprio in cima, accanto alla torre del vecchio Castello. La salita è terribile, per cui gambe in spalla e forza.>> annunciai garrula.

Per qualche secondo nessuna fiatò, poi venni presa a male parole. Tutte sostenevano che se l'avessero saputo non sarebbero venute.

Le lasciai manifestare tutta la loro ribellione divertendomi come una matta.

<< Allora non ci resta che tornare ad Imperia, festa saltata, pazienza.>> affermai con le braccia aperte.  

Si ribellarono reclamando il diritto all’invito ricevuto.

<< Siete delle vere cretine, dai andiamo a casa, ci diamo una rinfrescata e mangiamo qualcosa. Siete d'accordo?>> Ovviamente erano tutte d'accordo.

Imboccai l’entrata di un negozio di alimentari alla mia destra e comprai un pane di Triora, del prosciutto crudo, della toma dolce e alcuni pomodori bruttissimi che la signora affermò essere gli ultimi raccolti dal suo orto. Poi mi avviai verso casa con le amiche al seguito.

Elisa sbuffò continuando a lagnarsi per tutto il tragitto.

<< Eccoci, questa è l'umile dimora.>> dichiarai arrivate sul posto, puntando il dito contro un piccola casa a due piani in pietra grigia, persiane in legno che sembrava dovessero cadere da un momento all'altro e due comignoli che svettavano contro un cielo turchese e limpidissimo.

<< E' sicura?>> si informò Elisa dubbiosa scostandosi dal cancello in legno.

<< Più sicura di quanto tu non creda. Il corpo in pietra è originale del 500'. Durante un terremoto fu l'unica casa a non subire danni.>>

<< Bene.>> fu la risposta di Elisa rasserenata.

<< Tutto qui?>> sollecitò Carola ridendo.

<< Certo che no. Durante la prima guerra mondiale fu adibita a Taverna dai vecchi avi di mio padre, pensate ancora oggi si sentono le voci degli avventori e i colpi che producevano i boccali di coccio durante i brindisi.>>

Elisa si irrigidì: << Stai scherzando?>>

<< Affatto, lo potrai constatare di persona, e durante la seconda guerra mondiale una bomba ne sfondò il tetto, ma non morì nessuno, poiché tutti nascosti in cantina. Il tetto fu rifatto e tutto tornò al suo posto. Qui ha vissuto uno zio acquisito di mio padre sino al giorno della sua morte, completamente solo, poiché vedovo e senza figli. Ci sarà il suo spettro, che non sarà contento di averci tra i piedi, per cui camminate in punta di piedi, non vorrei che si innervosisse.>> feci una pausa e con voce fosca aggiunsi:

<< Quando mio padre l’ha ereditata siamo venuti a sapere che la cantina sotterranea fosse all’epoca, una segreta per malati di mente.>> di colpo Carola e Portia scoppiarono a ridere tirandosi dietro anche la dubbiosa Elisa, la quale stava per perdere il suo auto controllo.

<< E quello cos'è? >> domandò Carola puntando un dito verso il tetto.

<< Il segnavento. Nelle notti senza luna stride in modo sinistro.>> risposi con voce cupa.

<< Smettila Tamara, e voi due se foste nel pieno delle vostre facoltà mentali non le reggereste il gioco.>> le accusò Elisa stringendosi nel giaccone di lana. Ridendo la spinsi oltre il cancello.

<< E questa cos'è?>> si informò Portia indicando una campana d'ottone che pendeva da una catena alla destra dell'uscio.

<< Il campanello!>> risposi tirando la cordicella, la quale fece dondolare e scuotere la campana, mandando i nostri padiglioni auricolari in pensione.

<< Ovvio,>> rise Portia << ma che domande partorisco?>> Quando finalmente girai la chiave nella serratura, mi accorsi che fece un po’ di resistenza.

L'atrio dal soffitto a volta era tinto di verde oliva, con uno zoccolo di legno scuro a perimetrare un pavimento di assi larghe e consunte, semi coperte da un grande tappeto. La casa era arredata con vecchi mobili ingombri di ciò che i giovani d'oggi chiamano vecchi fronzoli o cianfrusaglie.

Entrando mi sentì avvolgere da una nuova atmosfera, come se sentissi d'essere tornata a casa dopo un lunghissimo periodo di assenza. Mi scrollai di dosso la nuova emozione osservando la stanza che fungeva da vestibolo, con la vecchia panca sulla sinistra, la borsetta d'epoca e i guanti in pelle nera abbandonati in un angolo da una dama invisibile.

Sulla destra una giara di terracotta ospitava antichi ombrellini di seta nera dal manico in osso e bastoni da passeggio.

<< Il pavimento di legno è originale del periodo della costruzione. >> informai le mie amiche aggiungendo che non stavo scherzando.

Carola si sfregò le braccia con le mani. << C'è un po’ di freschino.>>

<< Certo,>> sussurrai cupa << sono i sospiri delle anime perse che gelano l'aria.>>

<< Smettila immediatamente.>> farfugliò Elisa, mentre le altre ridevano piegate in due. 

Salendo le scale ammirarono la ringhiera in ferro battuto, colma di ghirigori squisitamente francesi. 

<< Questa è la sala. Qui si sta intorno al fuoco nelle fredde serate invernali e in quelle umide e burrascose in primavera. Si legge, si gioca a scacchi, si parla. >> presentai la stanza segnando lo spazio intorno a me con un gesto rotondo.

<< Com'è romantica. Quanto mi piace. Questo è il mio habitat naturale.>> esclamò Portia guardandosi intorno estasiata.

Le pareti erano tinte di rosso cardinale, le finestre incastrate in nicchie spesse mezzo metro, riflettevano attraverso i vetri, la luce di mezzogiorno, incorniciate da scuri di legno dipinti di bianco.

Sulla parete di destra una grande stufa di ghisa, inserita nel vano di un antico camino, aspettava d'essere accesa con a fianco una cesta enorme zeppa di ciocchi di legno e vetusti attrezzi per attizzare il fuoco.

Alla sinistra del camino c'era una comoda poltrona, con una coperta di lana sulla spalliera e uno sgabello imbottito per distendere i piedi. Alla destra del camino un divano di cuoio ricolmo di cuscini di piuma d'oca, invitava al riposo.

In mezzo alle due finestre principali della sala, sostava un vecchio fratino, accompagnato da sedie dall'alto schienale, foderate in velluto rosso.

Ovunque candelabri con moccoli di candela, porcellane e vari scaldini in ottone, ingentiliti da trafori aggraziati.

<< E questi? Cosa sono?>> domandò Elisa prendendone uno e rigirandolo tra le mani.

<< Quando faceva particolarmente freddo si riempivano di brace e le signore li posizionavano sotto le lunghe sottane tenendo al caldo i mutandoni. L'ultima volta che sono venuta con mio padre ne ho usato uno mentre leggevo un libro. Come vedete ci sono i lampadari e gli allacci per l'elettricità, ma al momento è tutto staccato perché mio padre dice che sono soldi sprecati.  Qui c'è la cucina, che per il momento funziona con la bombola a gas. Direi che non manca nulla.>> conclusi portandole in giro per le stanze come una guida turistica.

<< Niente TV e connessione a Internet. E' come essere bloccati in una curvatura spazio-temporale.>> asserì Portia guardandosi intorno curiosa.

<< In questo momento siamo entrate in un universo parallelo.>> ribattei battendo le mani felice.

La cucina aveva muri verdi scuro, soffitto color ocra e una batteria di pentole in rame, appese ad una rastrelliera di legno.

Una credenza con piattaia metteva in mostra vecchie maioliche e porcellane scurite dall'uso. Eravamo circondate da oggetti e scenari che ormai si riproducevano solo nei film in costume.

Le accompagnai al piano di sopra, assegnando le camere da letto.

Una stanza era arredata con un letto matrimoniale a baldacchino, candele in quantità, pesanti tende di broccato e due pitali di Richard Ginori, sotto il letto, vecchi di cent'anni e nell'altra stanza c’erano due lettini in ferro battuto, una statuina della Madonna, candele in quantità, pesanti tende di broccato e due pitali di Richard Ginori sotto i letti, vecchi di cent'anni. 

Elisa scelse la stanza con i lettini e la Madonna chiedendo a Carola di dividerla con lei, informandoci che con Carola si sentiva più al sicuro.

Portia ed io ringraziammo sentitamente.

Feci loro vedere il bagno con la vecchia vasca accovacciata su zampe ferine lasciandole con l’ingrato compito di mettere in ordine le poche cose che si erano portate, poi scesi in sala per accendere il fuoco nella stufa, il quale danzò allegro dal primo istante.

Preparai quattro panini con il cibo comprato e poi raggiunsi Portia in camera da letto per infilare i miei vestiti nel guardaroba a muro, dove parecchi abiti femminili erano ancora appesi a vecchi grucce di legno.  C’erano giacche, gonne gonfie e lunghe, camicie da uomo, sciarpe colorate e cappelli strani.  

Esaminai gli abiti, i quali, parvero ai nostri occhi, fuori moda, datati, quindi inutilizzabili. Probabile fossero lì da secoli.

Nelle camere da letto le porte finestre si aprivano su terrazzi profondi dalla ringhiera panciuta, da cui si ammirava tutta la valle circostante, l'orizzonte lontano e la discesa della montagna che degradando verso la valle si tuffava nel lago di Molini, incastonato in un bosco di noci come una pietra di smeraldo.

Portia ed io guardammo il sole sfavillare nel cielo, che visto da quei terrazzi sembrava molto più vasto del cielo cittadino.

Dopo aver chiamato a turno i nostri genitori, mangiammo i panini, appollaiate su poltrona e divano, ma solo dopo che Elisa li fece abbrustolire sulla stufa dentro una piastra, girandoli ogni dieci secondi. Odiava il cibo freddo in qualsiasi stagione, e noi non potemmo fare altro che darle ragione, poiché il calore sposò divinamente il prosciutto, il pomodoro e la toma dolce.

Portia versò dell'acqua nel suo bicchiere, né inghiottì un sorso, poi mi fece i complimenti per la casa, che secondo il suo modestissimo parere, trovava affascinante.

Carola fece una smorfia di disappunto.

<< Sin da piccola il mio più grande divertimento era quello di curiosare nelle case altrui aprendo i cassetti per scoprire tesori nascosti. Fotografie, oggetti, libri strani o vecchi come il cucco. Ero talmente curiosa che i miei decisero di non portarmi mai più con loro quando erano invitati da amici. Chiamavano una baby-sitter per la sera o mi trasportavano da mia nonna Adele.  Rimanevo sempre a bocca asciutta.>> raccontò Portia con il broncio.

<< Beh, poveracci, non avrebbero potuto fare altrimenti.>> sentenziò Carola ridendo.

<<Vero, feci fare loro alcune meravigliose figure di merda, anche se prima di uscire di casa si raccomandavano su ciò che non potevo o potevo dire o fare. Mi offendevo a morte quando capivo che non sarei andata con loro, anche se le loro raccomandazioni mi entravano da sinistra e mi uscivano da destra. >>

<< Povera, e poi come finiva?>> sollecitò Elisa teneramente.

<< Finiva che non parlavo con loro per ore, perché li vedevo come traditori. Da bambini non è necessario capire a tutti i costi ciò che ti viene detto, giusto? Poi sono cresciuta e ho capito che effettivamente non puoi pretendere di frugare nelle case degli altri. Almeno in parte, cioè la curiosità c'è sempre...però ho imparato ad incanalarla verso cassetti più interessanti.>> si sistemò meglio sulla poltrona raccogliendo i piedi sotto le cosce.

<< E sarebbe?>> chiese Carola che sembrava non capire dove Portia volesse andare a parare.

<< I meandri della mente altrui, ovvio. Lì dentro ci trovi veramente di tutto, sorprese a non finire.>>

<< Hai ragione, infatti non ti scappa mai nulla. Sondi gli altri in profondità riuscendo a scoprire cose intime e inconfessabili.>> puntualizzò Elisa.

<< Comunque essere curiosi è sinonimo d'intelligenza! >> precisai convinta.

<< Allora mi dai il permesso di frugare nei cassetti?>> chiese Portia ridendo.

<< Assolutamente sì, non voglia il mondo che qualche tesoro rimanga nascosto per anni. Anzi posso già darvi la notizia che mio padre è intenzionato a ripulire la casa la prossima estate perché vuole venderla. Siete quindi libere di portarvi via quel che vi pare.>>

<< Io passo, odio le anticaglie.>> Carola non era solo pratica, ma moderna e minimale e sicuramente non amava l'ambiente che la circondava.

<< Io invece prenderò volentieri un oggetto, ma solo per ricordare questi giorni insieme a voi.>> mi informò Elisa tutta contenta. Carola rise alzandosi dal divano.

<< In questa casa le lancette del tempo si sono fermate nel diciottesimo secolo. L'oggetto più moderno che c'è è la stufa di ghisa. Ti consiglio di non prendere quella. Troppo scomoda da mettere in tasca.>> La risata che seguì durò a lungo.

<< Che ne dite di visitare il paese?>> domandai loro appena smisero di sghignazzare. Annuirono come bambine, felici di uscire per scoprire i dintorni. La giornata magnifica ci aiutò nella nostra esplorazione diurna. 

Uscimmo incamminandoci sulla via acciottolata, sotto il sole che scaldava le ardesie dei davanzali.

Ad ogni angolo i lampioni dalla foggia antica facevano capolino, fissati ai muri di pietra delle case medievali, alcune restaurate da poco, altre con finestre rotte, vuote come occhi senza iride.

Le guidai dentro il labirinto di vicoli mai sfiorati dalla luce del giorno, lungo salite ripide che poi scendevano di colpo come le montagne russe.

Ci inoltrammo in piazzole e giardini interni spalancati come sbadigli, inondati da fiori e da una pioggia di sole.  Scendemmo scalette ripide e strette che si infilavano in pertugi bui e pieni di spifferi.

Il silenzio era totale, si sentivano solo i nostri passi attutiti dalle suole di gomma delle nostre Nike e i gatti, che strisciando lungo i muri di pietra, simili ad indossatrici eleganti nelle loro camminate feline, emettevano miagolii di compiacimento.

<< Se penso che delle persone condannate a morte sono state bruciate vive in queste piazze, magari con una folla esaltata intorno, mi sento male.>> bisbigliò Elisa quasi tra sé.

<< Gente frustrata e colma di odio che si sarà vendicata su donne carine e intelligenti. Non è cambiato niente, succede anche oggi. Quando c'è di mezzo l'invidia, nasce la violenza. >> ribattei io convinta, stupendomi da sola per la frase che avevo formulato, poiché non era da me disquisire di cose troppo serie.

<< Il mondo oggi è pieno di rabbia e odio, lo vediamo in tivù e lo leggiamo sui giornali ogni giorno. Involuzione della specie. Quando non arrivano all'uva dicono che non gli piace.>> Portia si fermò ad ammirare una porta scolpita, accarezzandola con la mano.

<< Guardate che meraviglia, credo con tutto il mio essere che i grandi artisti possano entrare in contatto con altre realtà, perché hanno il potere di vedere oltre la materia, rendendo reale ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto per sempre.>>

<< Penso che tu abbia ragione. Secondo te le streghe vedevano con i sensi dell'intuizione?>> domandò Elisa interessata.

<< Ne sono più che convinta. Credo che fossero esseri con una coscienza super sviluppata, colma di energia, intuizione, fantasia e immaginazione.>>

<< Smettetela. L'unico modo per vivere bene è stare con i piedi per terra, non si può vivere di immaginazione. E' assurdo.>> sentenziò Carola.

<< Parli così perché hai l’immaginazione di un ferro da stiro.>> replicò Portia avviandosi verso un cartello che puntando una freccia verso destra indicava " La Cabotina".

Seguimmo Portia ridendo, scendendo stradine e gradini acciottolati, mentre sassi argillosi rotolavano verso la parete della montagna fitta di abeti.

Arrivammo davanti ad una piccola caverna restaurata da poco, con una grata di ferro, dietro la quale, seduto su uno sgabello c’era un manichino vestito da strega.

Il pavimento di pietra oltre la feritoia era seminato di monete.

Porzia si fermò a leggere scrupolosamente i vari manifesti sotto vetro, commentando con una sequenza di "uhm" vari.

<< Assurdo, sembra che siano tutte morte grazie ai paesani che non si facevano i cazzi propri. Mia nonna mi dice sempre che chi si fa i cazzi suoi, campa cent'anni.>> commentò Portia uscendo dalla caverna.

<< Sei sicura che tua nonna abbia detto proprio cazzi?>> si informò Carola diffidente.

<< Assolutamente sì, non conosci mia nonna. Se fosse nata qui e avesse assistito a tutto ciò, penso che avrebbe fatto un casino madornale. Sarebbe poi morta a prescindere tra mille torture, ma si sarebbe tolta la soddisfazione di eliminare qualche prete e qualche paesano e magari anche qualche parente.>>

La nostra risata echeggiò nell'aria, come se non fossimo sole, ma voci di altre ragazze si fossero unite a noi.

Decidemmo di visitare il museo delle streghe, dove curiose come scimmie controllammo ogni dettaglio, senza dimenticare di immortalarci con il cellulare, sedute a cavallo di scope giganti.

Visitammo poi la biblioteca esoterica, dove Portia comprò dei libri sull'inquisizione e uno sulla magia numerica.

Quando uscimmo all'aria aperta ci rendemmo conto che il sole stava tramontando e che la sera aveva già steso una coltre violetta sui coni delle montagne. Tutto sembrava d'argento.

Rimasi con le mie amiche ferma e in silenzio davanti al muro che correva lungo il marciapiede, fissando il sole che nascondendosi dietro la valle opposta, inceneriva il cielo.  Chissà perché mi sembrò di non aver mai visto prima un tramonto così pregno di armonia.

Quella sera andammo a mangiare in pizzeria, la quale era affollata e chiassosa. Triora vuota e silente di giorno, di sera si riempiva di schiamazzi e risate.

<< Da bambina mia madre mi diceva sempre che se non ubbidivo mi avrebbe fatto rapire durante la notte da un Elfo del bosco, ovviamente mi spaventavo a morte.>> ci fece sapere Elisa attaccando la sua prima fetta di pizza quattro stagioni, armata di fame e posate.

<< Che stronza...poi si stupiscono se i figli crescono con paturnie e fobie di tutti i tipi. Con tutto il rispetto per tua madre.>> aggiunse Portia scusandosi.

<< E’ solo un modo di dire, non esagerare.>> la redarguì Carola che come al solito non cedeva spazio a nessuna altra ipotesi.

<< Chissà perché nella fantasia collettiva la strega è sempre una megera brutta, vecchia e zitella!>> dichiarai, addentando la seconda fetta della mia margherita.

<< Siete troppo ignoranti, con voi faccio una fatica incredibile. In realtà le streghe " quelle vere" erano tutte belle, giovani e non, e gli uomini le desideravano follemente.>> ci corresse Portia sbuffando.

<< Ah sì? E come mai da ciò che risulta erano tutte single?>> contestò Carola sarcastica.

<< Fatti una domanda e datti una risposta. Stiamo parlando di un periodo storico in cui alle donne era vietato leggere e scrivere, figurati se potevano decidere di non sposarsi e vivere per i fatti propri studiando erboristeria, alchimia, chimica e quanto ne segue, senza tralasciare il fatto che così facendo spodestavano gli uomini dai loro alti scranni: vedi medici e quant'altro. Se le avessero lasciate libere di agire, ora il mondo sarebbe nelle nostre mani e ci puoi giurare non esisterebbe nessuna guerra, né potere che sovrasta altro potere.  Pensa solo al casino che abbiamo dovuto fare per ottenere il diritto al voto, quindi dovevano inventarsi qualcosa di assurdo per fermarci...e come ci potevano bloccare? Togliendoci di mezzo, pensateci. E' sempre successo. Ogni volta che vogliamo difendere i nostri diritti, i maschi ci fanno fuori, perché sostenuti da una presunta verità: essere di loro esclusiva proprietà, come se non avessimo un cervello.>> fece una pausa, dandoci l'opportunità di assimilare il concetto.

 << Ho letto in un trattato di neurologia che il nostro cervello è dotato di connessioni diverse da quelle maschili. L'evoluzione della specie ha fatto sì che il cervello femminile si sia sviluppato in modo da favorire empatia, intuizione, emotività e sensibilità, quindi la chiave della nostra sopravvivenza è la capacità di rispondere alle esigenze altrui. Noi non solo diamo la vita, ma la accudiamo con amore. Credetemi quelle poverette hanno perso la vita perché avevano capito molto bene che non si dovevano sposare per non essere succubi dei maschi. Donne super evolute.>> Portia si bloccò di colpo per gustarsi un boccone di pizza.

<< Ma allora perché le altre donne del paese avrebbero fatto la spia raccontando bugie incredibili e mettendo loro il bastone tra le ruote?>> chiesi io che avevo ancora un po’ di dubbi.

<< Perché invidiose, invidiose della loro forza, del loro coraggio, del fatto che non si facessero manipolare dai maschi...gli stessi maschi che loro dovevano sostenere nel lavoro, standogli accanto quando erano incacchiati o ubriachi, cucinando per loro, lavandogli le mutande e pulendo la casa ogni santo giorno. Se vivi così poi diventi astiosa, litigiosa, insonne e anche stronza. Insomma non ne potevano più del focolare domestico, ma non avendo però la stessa intelligenza evolutiva delle altre, se ne stavano in gruppetti a spettegolare delle belle vicine, unico diversivo che conoscevano per evadere dalla vita di merda in cui erano immerse. Intanto i loro uomini facevano la corte alle rivali. Immaginatevi per un attimo come deve essere stato per loro essere trattate come un Mocio Vileda. Si sono vendicate, ecco tutto.>>

Scoppiammo tutte in una risata gigantesca, facemmo un brindisi con la coca-cola e tornammo a parlare di ragazzi, moda e università.

Più tardi camminando sul sentiero in salita verso casa in totale silenzio, rimasi incantata dal tetto notturno tappezzato di stelle, infreddolita dai sussurri del vento che si infilavano sotto il mio giubbotto di pelle come animali senza ossa, aumentando la percezione dei miei pensieri, risucchiando tutto ciò che avevo dentro, lasciandomi confusa ed esausta, ma felice come mai ero stata prima di allora.

 

 

 Parla Regina.

 

 

La gente si maschera da spettro, fantasma, vampiro, strega o scheletro e corre per le strade del paese scambiandosi dolcetti e facendo scherzi orribili, senza mai pensare neppure per un istante che la festa che loro chiamano Halloween si chiama invece " Samhan" e che nulla ha che fare con maschere di zombie e demoni assetati di sangue.

E' una festa che dedica un addio all'estate e alla prosperità della natura che Dio ci ha donato e che si celerà tutto l'inverno sotto la coltre calda della terra, difendendosi dal gelo invernale e rinascendo poi alla vita all'inizio del disgelo primaverile.

E' una notte pregna di saggezza in cui si medita guardando indietro all'anno appena trascorso e valutando le tappe del viaggio della nostra vita.

Si perdonano quindi tutti i nemici che ci hanno fatto soffrire con i loro gesti e i loro giudizi affrettati e feroci, auspicando loro di divenire migliori.

Si onorano le anime dei morti che sono partite abbandonando la dimensione terrestre, senza pensieri di possesso ed egoismo, lasciando che i nostri morti trovino la loro pace nell'universo immenso di Dio.

Si salutano quindi le cattive abitudini, i vizi, gli errori fatti, ripromettendo di migliorarsi per evolvere verso la purezza dello spirito.

Si ricordano anche i volti conosciuti del passato pensando a loro con pensieri armoniosi, e si riflette sulle decisioni da prendere nel presente con coscienza e amore.

E' la notte dell'anno in cui i veli dei tanti mondi dimensionali si assottigliano, concedendo agli esseri umani di entrare in contatto con gli Spiriti e gli abitanti della Terra di Mezzo, per questo motivo noi streghe bianche definiamo "Samhan" il momento dei sogni e delle visioni.

Come si sa l'ignoranza uccide ogni poesia, ogni purezza, e per questo sono sempre stata chiamata "pagana" ma cosa ci può essere di così spaventoso nel voler ringraziare la terra dei frutti che ci dona e del potere guaritore delle erbe?  Come si può anche per un solo momento pensare che siamo blasfeme e che onoriamo il diavolo, tacciandoci di stregoneria?

Dio ci ha donato le albe, i tramonti, la luna, le stelle, la pioggia e il sole, lasciandoci liberi di goderne e di decidere come comportarci con esse, per questa ragione ha dovuto creare delle leggi di causa ed effetto.

Non potendo costringerci ad amare il prossimo come noi stessi, ci ha fornito di logica, di compassione, di ragione, di senso pratico e senso dell'umorismo, accettando il fatto certo che tutti noi prima o poi avremmo commesso degli errori.

Deve essere pesante per lui stare a guardare senza intervenire, anche se ci ha concesso la libertà di decidere da soli.

Si è imposto di sopportarlo altrimenti non avremmo avuto possibilità di crescere.

Non oso pensare quanto dispiacere accolga dentro se’.

Una voce interiore mi dice di tornare a Triora ancora una volta.

 

 

 

 Parla Tamara

 

La mattina dopo mi svegliai particolarmente presto, mentre ancora nel cielo perlato si diradava il blu della notte appena trascorsa.

Mi infilai la felpa sul pigiama e guardai Portia avvolta nel piumone fiorito e il viso bianco sprofondato nei cuscini.

Un'espressione di delicata beatitudine le sostava sulle labbra semichiuse e sulle ciglia scure che ombreggiavano gli zigomi. Mi avvicinai alla finestra e scostai la tenda.

Una leggera bruma celava i tetti e i comignoli delle case, evaporando a mezz'aria come nuvole di azoto.

Mi strinsi la felpa al corpo e scesi al piano di sotto, dove nella stufa di ghisa alcuni pezzetti di brace guizzavano a tratti. Accesi il fuoco e rimasi a fissarlo ipnotizzata.

Sentivo che avrei potuto rimanere seduta a scrutarlo per ore, dimenticandomi del tempo, del mio corpo fisico, modificando il mio mondo interiore, desiderando solo di stare in silenzio, immobile davanti al fuoco, il quale avvolgeva la casa e la mia coscienza in un unico abbraccio.

Non ricordo come avvenne, ma ricordo che tra le fiamme apparve d'improvviso un volto di fanciulla e ciò che feci non fu quella di urlare, ma al contrario mi venne istintivo chiudere gli occhi e proteggermi il viso con le mani.

Sentì un laceramento, all'altezza del cuore, come se un pugnale lo stesse aprendo in due, mentre una mano mi sfiorò i capelli. Scattai guardandomi intorno, ma non vidi nessuno. Un soffio freddo mi avvolse dentro le sue spire, facendomi avvertire una presenza.

Pensai: " Ti sei addormentata e hai sognato, niente di strano."   Mi alzai e misi a scaldare dell'acqua per lavarmi ridendo dei miei sciocchi timori.

Più tardi arrivarono Carola ed Elisa con Portia al seguito che si strofinava gli occhi come una bambina piccola.

Da quel momento il viso di fanciulla fu relegato per sempre nel solaio della mia mente.

<< Cosa facciamo oggi?>> si informò Carola scaldandosi le mani davanti al fuoco.

<< Pensavo di andare a Molini di Triora, per fare colazione al Gallo Nero. >> annunciai sperando di incuriosirle.

<< Al Gallo Nero? Cos'è un circolo per streghe dove si fanno rituali di magia nera?>> chiese Elisa già sul chi va là.

<< Scema, è un pub dove fanno cappuccini squisiti.>> Risi mio malgrado.

<< E la novità in che consisterebbe?>> domandò Carola ironica.

<< Nel fatto che ci infiliamo degli abiti super comodi e le scarpe da trekking e andiamo a Molini a piedi scendendo per il sentiero delle streghe. Pratichiamo un po’ di moto e il cappuccino ci sembrerà il più squisito del mondo.>>

<< Io ci sto!>> esplose Carola saltando come una cavalletta.

<< Io anche.>> si accodò Portia.

<< Io un po’ meno, la cosa non mi sorride affatto. Ho visto com'è il sentiero, quella non è una discesa, è un precipizio a rotta di collo con uno spazio per camminare largo al massimo due spanne. Voi tre siete pazze.>>

Elisa si sedette scontenta con un cipiglio burrascoso dipinto sul volto. In quel momento non poteva apparire più buffa, in pigiama e con i riccioli mielosi sulla faccia tonda.  Scoppiammo a ridere.

<< Benissimo >> dissi imponendomi di rimanere seria << noi andiamo, vuol dire che ci attenderai qui, in compagnia dello spauracchio ombroso dello zio, senza mangiare, perché in casa non c'è cibo. Ragazze prepariamoci.>>

Non so con esattezza cosa fece cambiare idea ad Elisa, se il fatto che dovesse starsene per ore in compagnia dell’essenza gelida dello zio o la certezza che non ci fosse cibo in casa.

Conoscendola nel profondo scommetterei dei soldi che decise di venire con noi per non saltare la colazione.

Si alzò di scatto e presa la pentola con l'acqua calda salì le scale con stupefacente agilità. Adoravo quando era timorosa, perché nasceva in me il desiderio di abbracciarla e farla sentire al sicuro, anche se non mi lasciavo scappare l'occasione per prenderla un po’ in giro.

Quando chiusi la porta alle nostre spalle la bruma del mattino aveva ceduto spazio ad una splendida giornata di ottobre, con l'aria frizzante e il sole caldo: una di quelle giornate in cui ti senti fichissima con i tuoi occhiali da sole firmati.

Scendemmo sino alla Cabotina armate di zaini, svoltammo a sinistra e iniziammo la discesa seguendo le indicazioni e la ringhiera di legno che sembrava appoggiata lì per caso.

Portia ci suggerì di non toccarla. Elisa si arrestava ad ogni passo lamentandosi.

<< Smettila, sembra che ti abbiamo portato a fare trekking sull'Himalya.>> l’ammonì Carola che era la prima della fila e andava spedita come un treno.

<< In questo momento vorrei essere a casa mia, nella mia camera, sotto il mio piumino caldo, unendomi alla schiera dei dormienti del sabato mattina.>> ribatté Elisa quasi con rabbia.

<< Gli agi incoraggiano la pigrizia.>> controbatté Carola urlando poiché si era allontanata. Elisa non le rispose, ma a giudicare dall' espressione si sarebbe detto che avrebbe voluto spingerla giù di sotto, e non certo per farla arrivare prima.

Si fermò sbuffando; probabile che ogni passo le sembrasse a rischio crepaccio.

<< Ma quale pigrizia, il fatto è che mi ribello al culto della magrezza a tutti i costi, ne rimangono imprigionate troppe donne.>>

<< Guarda che se non fai del moto tutti i santi giorni, fra qualche anno sarai una signora con un culo che fa provincia.>> le gridò di rimando Carola.

Elisa si fermò di colpo, raccolse una pigna e la lanciò, beccando Carola sulla schiena.

<< Ahia, ma sei fuori? E' inutile che ti arrabbi, ho detto la verità. Ingrasserai e passerai tutta la vita a provare diete, che ovviamente ti renderanno isterica.>>

Elisa cercò di raggiungerla correndo ma perse l'equilibrio e cadde scivolando in discesa per almeno tre metri e bloccandosi grazie al fatto che la tenni stretta per la giacca a vento cadendo a mia volta. Sedute sulla terra umida ridemmo sino alle lacrime.

Portia ci raggiunse e cercò in tutti i modi di far alzare Elisa.

<< Ho letto su un libro di psicologia, >> ci informò Portia << che la vera amicizia tra donne, poggia le sue basi su una reciproca sincera cattiveria.>> la frase ci fece ridere ancora di più e a nulla valse l'aiuto di Portia.

Carola tornò su suoi passi e aiutò Elisa a rimettersi in posizione verticale.

<< Siete tre sceme. Ricordatevi che per avere fianchi perfetti bisogna camminare ogni giorno almeno per dieci km e all'aria aperta. La nostra razza è provvista di gambe, in caso non ve ne foste accorte.>> dichiarò aiutando anche me.

<< Vaffanculo ai fianchi stretti, Elisa non è tenuta a dimagrire per il piacere di nessuno. Lei è lei e basta.>> rispose Portia che aveva fianchi tanto stretti da sembrare una bambina.

Rincominciammo a scendere con prudenza, allegre come fringuelli.

Arrivate in fondo al sentiero attraversammo la strada che portava ad un nuovo sentiero più largo e senza precipizi. Elisa si rilassò visibilmente.

Da lassù si intravedevano i tetti delle case di Molini e durante la discesa incrociammo persone che salivano percorrendo il sentiero in senso inverso.

Poco dopo entrammo nel dedalo di viottoli nella parte antica del paese, ammirando le case e una chiesa del 1400, posta in una discesa acciottolata. Elisa collassò sui gradini di pietra.

<< Sono così esausta che non mi sento più le gambe.>> bisbigliò appoggiando la testa al muro.

Le strade erano affollate di persone che sembravano in preda ad una eccitazione nervosa. C'erano tantissimi giovani come noi, probabilmente arrivati a Molini per festeggiare Halloween.

<< Dai Elisa, al Gallo Nero mancano pochi metri, alzati.>> la incoraggiai. Elisa non rispose. Carola le si avvicinò senza fare rumore.

<< Ti sei addormentata o sei morta stecchita?>> le urlò nell'orecchio. Elisa sobbalzò con l'espressione sconvolta, aprì gli occhi e si tirò su a fatica.

<< Sono sudata, stanca e ho fame.>> brontolò ridendo.

<< Bene, focalizza brioche e cappuccino e la forza tornerà in un baleno.>> le suggerì Portia tirandosela dietro.

Al Gallo Nero trovammo un tavolino libero al piano superiore, per puro miracolo. L'ambiente era caldo e accogliente, stracolmo di avventori, quasi tutti giovani ragazzi che parlavano dei travestimenti per la festa.

Una signorina gentile ci servì i cappuccini, le brioche e quattro pezzi di focaccia.

Ci buttammo sulle nostre tazze come se non avessimo mai visto cibo in vita nostra. Elisa finì prima di noi e si defilò alla toilette.

Quando tornò aveva una faccia scura come un giorno di tempesta.

<< Brutte stronze, perché non mi avete avvisato che ho i capelli talmente gonfi e crespi da sembrare Maga Magò?>>

La fissammo a bocca aperta estasiate dai suoi capelli stile cespuglio d'erica, ridendo così forte che i nostri vicini di tavolo risero con noi senza conoscerne il motivo. Andammo alla toilette e poi gironzolammo per il paese, il quale non era poi così lontano dalla civiltà come ci aspettavamo.

C'erano tre bar, una stazione di servizio per la benzina, l’ufficio postale, il comune, la farmacia, due negozi di alimentari, lo studio del medico, il bancomat, un albergo con ristorante, un negozio stregonesco, una biblioteca comunale, l'ufficio del turismo, e un forno enorme dove si cuoceva tutti i giorni il pane di farina scura.

Tutta l'aria era impregnata di profumo di zucchero tostato e di sardenara appena sfornata.

Dopo la biblioteca trovammo una chiesetta deliziosa, minuscola e aperta per l'occasione, dove entrai per accendere due piccoli ceri e infilare delle monete in offerta.

Le mie amiche seguirono l'esempio e per qualche minuto fummo circondate dall'odore della cera e dal silenzio ovattato che alleggiava nella cappella. Uscendo dalla chiesetta seguimmo le indicazioni per andare al " Laghetto dei Noci" passando davanti a delle casette in pietra costruite secoli prima sul bordo dell'acqua, attraversando un delizioso piccolo ponte romano.

L'aria delicata stormiva le chiome degli alberi cariche di foglie dorate.

Il rumore del ruscello che scendeva a valle accompagnava il ronzio delle api e i voli di farfalline color glicine che svolazzavano ovunque come fate turchine.

Il prato immenso e morbido degradava trasformandosi in pietre piatte verso l'acqua verde smeraldo, raccolta in una piscina naturale a forma di conca.

Rimasi a guardare con la bocca aperta sentendomi parte di quel luogo come mai mi ero sentita in qualsiasi altro posto. Mi sedetti sull'erba verde abbracciandomi le ginocchia.

<< Caspita è proprio bello, inquadratura giusta per una cartolina, o per un quadro.>> sussurrò Portia come se non volesse infastidire la natura.

<< Il lago sembra uno specchio, guardate come riflette i cielo.>> aggiunsi io estasiata.

Annuirono con le teste senza parlare per non sciupare l'incantesimo del momento. 

Quel luogo era pregno di magia.

<< Mi piace la calma di questo posto, potrei rilassarmi così bene da scivolare nel sonno.>> disse Carola stendendosi accanto ad Elisa.

<< Prima di partire mi avevi detto che la vacanza seppur breve avrebbe prodotto un miracolo sulla mia energia. Avevi ragione, mi sembra d'essere dentro ad un romanzo di Jane Austen.>> asserì Elisa sospirando in modo svenevole.

<< In mezzo a questi boschi mi sento insignificante e ho scoperto che mi piace, l'unica cosa che proprio non digerisco della natura sono le zanzare. Non le sopporto, mi viene istintivo ammazzarle.>> feci sapere alle altre convinta che la pensassero come me.

<< Pensa alla Terra come si deve sentire, noi umani siamo solo parassiti brulicanti sopra la sua superficie. In pochi riconoscono la bellezza di questa Terra meravigliosa.>> commentò Portia filosoficamente.

<< Certo, povera Terra. Capite perché ogni tanto si scrolla con un bel terremoto o un diluvio e così via? In qualche modo deve difendersi da tutta la schifezza con cui l'uomo la inzozza. Sono convinta che sulla Terra dovrebbe abitarci solo chi la rispetta profondamente.>> Elisa espresse il suo parere con un'aria severa.

<< Sono d'accordo, le cose belle dovrebbero essere vissute dalle belle anime.>> aggiunse Portia con gli occhi chiusi e un sorriso di beatitudine sulle labbra.

<< Qui mi piacerebbe fare un bagno in estate, di notte e naturalmente nuda.>> ci comunicò Carola sempre pronta alla sfida.

<< Anche a me piacerebbe. Perché no? Siamo nel paese delle streghe, probabile che lo facessero pure loro.>> rispose Portia.

<< Forse anche io.>> dissi non convinta del tutto, ma decisamente divertita dalla nuova prospettiva.

<< Io no, nuotare non è la mia passione, neppure con il costume, figurati nuda. Con ste tette poi.>>

<< Beh, ti potrebbero servire come ottimi galleggianti, non annegheresti neanche volendo.>> la prese in giro Portia.

Elisa le tirò uno scappellotto sul braccio.  << Scema.>>

<< No e che sono terribilmente invidiosa.>> ridemmo senza freni mentre Portia si passava la mano aperta sul petto poco sviluppato.

<< Stavo immaginando quanto bello possa essere questo posto a Natale, con la neve e tutto il resto.>> commentai io senza sapere perché lo dicessi.

<< Dove andrete durante le vacanze di Natale? Non ne abbiamo ancora parlato.>> domandò Carola prendendo la palla al balzo.

<< Io vado a Rimini come tutti i Natali e tutte le estati. I miei mi obbligano.>> Elisa rispose per prima con una smorfia della bocca che era l'incarnazione della frustrazione.

<< A Rimini si divertono solo gli imbecilli.>> commentò Porzia ridendo.

<< Perché non ti ribelli? Sei maggiorenne, puoi anche rifiutarti.>> azzardai io convinta.

<< E' una battaglia persa. Sapete che ho due fratelli gemelli più piccoli e mia madre ha bisogno di una mano. La scorsa estate ho proposto di andare in Sardegna, non lo avessi mai fatto, si è scatenata la terza guerra mondiale. Mia madre ha tutti i parenti a Rimini e a Rimini siamo andati, come sempre.  Allora ho cercato di fingermi contenta e sono stata con loro, facendo del mio meglio per sembrare maleducata.  Anche lo scorso Natale mi hanno affibbiato i due pupi scacazzanti e un cugina deficiente e rompicoglioni, di conseguenza ho passato tutti i giorni delle mie vacanze ad accudire i gemelli e ad ascoltare le battute deprimenti della cugina deficiente. Mia nonna come al solito ha vegliato sulla mia verginità armata di messale e domande imbarazzanti, e ancora non ha capito che la virtù che lei reputa la chiave del mio futuro successo in campo matrimoniale, l'ho donata per istinto al bagnino dello stabilimento balneare dove andiamo tutti i santi anni, l'estate scorsa. Insomma in qualche modo dovevo vendicarmi, o no?>>

Quando Elisa raccontava qualcosa sulla sua vita era spassosissima, riuscendo a farci ridere per ore.

<< Io invece passerò la vigilia con mia madre e il giorno di Natale con papà. Ogni anno alterno i due giorni, così sono felici e nessuno litiga, ma se devo essere sincera non vorrei andare da mia madre. Punto uno è troppo ansiosa, dice che sono arrivata in ritardo ancora prima ch'io sia partita, perché per lei è tardi a prescindere, diciamo che il nostro rapporto non è splendido, e poi cucina di merda. In più ci si mette mio nonno (suo padre) che ogni volta mi parla per ore delle sue idee politiche: una noia mortale. Ogni anno mi siedo accanto a lui e gli verso il vino appena il bicchiere è mezzo vuoto, per lo meno si appisola prima della fine del pranzo ed io mi salvo in extremis.>> raccontai io scontenta.

<< Come si dice, prima di esporre un'idea pensiamo che potrebbe non interessare a nessuno, primo passo verso la saggezza.>> ci suggerì Carola ridendo.

<< Io a questo punto ho quasi paura di aprire bocca e dare voce ad una sincera opinione.>> disse Portia.

<< E sarebbe?>> la incalzò Elisa.

<< Sarebbe che a Natale siamo così tanti che nella calca e nella confusione finisce sempre che appena posso mi chiudo in camera ad assaporarmi un po’ di silenzio. Detesto le riunioni di parenti. I miei nonni ad esempio, sono ossessionati dalla droga. Passano la giornata a consigliarmi di non accettare le caramelle dagli sconosciuti e mi allungano il Berlucchi con l'acqua perché sono convinti che possa entrare in coma etilico. Vi lascio immaginare quanto buono può diventare il Berlucchi innaffiato di minerale. Inoltre c'è sempre il figlio dei nostri vicini di casa, di undici anni, che passa il tempo sotto il vischio sperando di baciarmi ogni volta che passo di lì. Inutile dire che mi tengo lontano dal vischio per tutto il giorno neanche fosse una bomba ad orologeria. Che stress. Detesto le riunioni tra parenti, detesto il chiasso. Il silenzio è la cornice perfetta della gioia. >> si mise seduta e con gli occhi interrogò Carola che alzò le spalle rassegnata:

<< Come al solito andrò a Limone con genitori, sorella e nonni, come ogni Santo natale che si rispetti. Scierò dalla mattina alla sera, ma non potrò sottrarmi alle riunioni serali, dove l'argomento principale sono le malattie. L'ultimo Natale ho passato tutta la cena ad ascoltare la madre di papà che mi ha raccontato nei minimi dettagli l'intervento alla prostata di suo fratello. La spiegazione è stata così lunga che mi ha presa per sfinimento. Oserei dire terrificante. Però Natale con i tuoi e il resto dell'anno per i fatti tuoi. Punto e basta. Non ho altro da aggiungere, anzi no, qualcosa dovrei dirla.>> si interruppe.

Restammo a guardarla a bocca aperta, non nascondendo la nostra curiosità.

<< Questo Natale viene a trovarmi un ragazzo francese che ho conosciuto durante le vacanze estive. Ci siamo baciati per ore l'ultima sera delle vacanze. Ci sentiamo per telefono da due mesi.>>

<< Come mai noi non ne sappiamo nulla? Siamo o no le tue migliori amiche?>> domandò Portia nell'indignazione generale.

<< Ho preferito aspettare, volevo essere sicura dello sviluppo della storia.>> non fece in tempo a finire che noi tre le saltammo addosso tempestandola di finte botte.

Quando finimmo di insultarla Elisa si alzò dal prato spolverandosi i jeans: << Io avrei fame. E voi?>>

Rispondemmo di sì e ci avviammo al pub per consumare panini caldi e coca-cola. Un’ora dopo aver bevuto il caffè ci alzammo controvoglia per tornare a casa.

Il ritorno fu in salita e le lamentele di Elisa si moltiplicarono insieme al tempo che avevamo impiegato per scendere a valle.

<< Sono proprio contenta di aver fatto questa gita con voi.>> disse Carola entrando in casa mentre io mi fermai un attimo sull'uscio a godermi il caldo ocra del sole.

<< Bellissimo, una sana camminata all'aria aperta è ciò che ci vuole per mettere in moto le cellule grigie.>> aggiunse Portia accaldata.

<< Beh, ora dobbiamo scaldare l'acqua e lavarci, poi dobbiamo preparare gli abiti per questa sera.>> dissi io togliendomi lo zaino dalle spalle. Portia e Carola annuirono dandosi da fare per preparare più pentoloni possibili, sia sui fornelli che sulla stufa. Elisa invece non disse nulla e si sedette sul divano sfinita.

<< Tu che fai? >> mi informai ridendo.

<< Come vedi sono stramazzata sul divano, sto morendo.>>

<< Muori pure serena, sull'annuncio mortuario scriverò: Era una ragazza un po’ in carne, con tette splendide e riccioli meravigliosi. Vissuta nella paura di tutto, però morì felice e non lasciò mai un avanzo nel piatto. Ti piace?>> recitò Portia gesticolando con le mani.

<< Quando sarò composta nella bara accertatevi che non abbia i capelli crespi, perché non posso fare affidamento su mia madre e su mia nonna.>> Ridemmo sino alle lacrime.

<< Se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti. Dai tirati su andiamo di sopra a frugare nei vecchi guardaroba, chissà magari troviamo qualcosa per mascherarci da strega.>>

Aprimmo cassapanche e guardaroba tirando fuori tutto ciò che poteva esserci utile, mentre dalle finestre arrivava il riflesso del tramonto che proiettava sul muro opposto le ombre delle montagne.

 

 

 

Parla Regina

 

 

Ho incontrato ovunque streghe, vampiri, scheletri e zombi che si aggiravano per i vicoli: una festa aperta a tutti. 

Nella piazza principale c'erano bancarelle che vendevano bacchette magiche e cappelli a punta, d'ogni colore e foggia. " Ma dove sono capitata?" ho pensato senza capire. " Sembrano dei pazzi, e perché si muovono tutti così velocemente? "

Mi sono guardata intorno con grande curiosità, senza ritrovare nulla di ciò che amavo, sentendomi a disagio, poiché delle masse urlanti ho un tragico ricordo.

Ascoltando i discorsi della gente ho capito che hanno tutti paura del domani e per questo non vivano appieno il presente.

Ho curiosato per un bel po’ e mentre ammiravo degli orecchini in argento esposti in una bancarella, tre ragazzi si sono avvicinati e uno di loro, un esemplare di maschio tutto muscoli, mi ha chiesto:

<< Ciao, sei una strega?>>

<< Si.>>

<< Io sono un fantasma, ti va di unirti a noi per la festa di questa sera?>>

<< Davvero? Non è che se ti travesti da fantasma lo diventi. Per diventare un fantasma devi prima morire, allora poi ne parliamo caro Fabio.>> ho risposto inchiodandolo con lo sguardo.

Lui ha fatto una faccia allucinata sussultando.

<< Come fai a sapere il mio nome?>>

<< Semplice, ho messo in funzione la mia " Remote Viewing">>

I tre mi hanno fissata senza capire.

<< Che significa?>> ha poi chiesto uno dei tre, forse l'unico con un po’ di materia grigia nel cranio.

<< Vedere qualcosa senza disporre dei sensi visivi.>> ho voltato loro le spalle e accelerando il passo mi sono diretta a casa.  L'esemplare stragonfio di muscoli mi ha gridato dietro:

<< Sei sempre così acida o solo quando ti travesti da strega?>>

Quando sono arrivata tutto era immerso nell'oscurità, la vecchia casa dal tetto spiovente e anche il cielo. 

Il legno della porta era gonfio e la serratura era piena di ruggine.

Dentro l'aria era fredda, ma gli oggetti erano ancora dove li ricordavo, preservati dall'insulto del tempo. Ho acceso il fuoco nel camino e poi ho gironzolato per le stanze con una candela in mano, lasciando che il calore e i ricordi si spandessero dentro di me.

Sono salita anche in soffitta dove ho ritrovato alcuni miei giochi e la casa delle bambole.

In quel momento un'onda di dolore mi ha lasciato senza fiato, facendomi rivivere momenti irrepetibili e incancellabili.

Avrei potuto non tornare, avrei potuto lasciar correre, ma non posso, no, non posso. Lei è qui e devo fare in modo di rivederla.

Mi sono accoccolata davanti al fuoco, rapita nell'attesa.

 

 

 

 

 Parla Tamara.

 

Chiusi la porta.

<< Rimaniamo d'accordo che ci muoveremo senza limiti e restrizioni, tornando a casa quando lo desideriamo.>> informai le mie amiche mentre nascondevo dietro il cespuglio di salvia le chiavi di casa infilate in un sacchetto.

Elisa si era munita di biscotti, e bardate come streghe pazze ci avviammo lungo il viale che portava al centro del paese, dove una masnada di mostri si insinuava nei vicoli, nelle piazze e nei bar aperti, indossando assurde maschere e cappelli. Alcuni soffiavano dentro trombette, altri si urtavano spingendosi e urlando.

Il paese era immerso in una atmosfera festosa e magica, e noi ne facevamo parte, allegre e spensierate.

Ci facemmo strada fendendo la folla a gomitate per arrivare nella piazza principale dove bancarelle di oggettistica e di cibo erano posizionate in bella mostra. Elisa appiccicata a Carola come un trasferello domandò con un tremito nella voce:

<< Come farò a tornare a casa se mi stanco prima di voi?>>

<< Perché?>> chiese Carola tirandosela dietro come un peso morto.

<< Perché non ho il minimo senso dell'orientamento.>> rispose cacciando un urlo dopo che un vampiro con il sangue alla bocca le si parò davanti spalancando il mantello nero.

<< Ma non ti preoccupare ci sono io. Quando vuoi andare a casa me lo dici e basta.>> Carola ci guardò alzando gli occhi al cielo. 

Il sole si era arreso lentamente alle tenebre e il cielo si era ricoperto di piccole nubi insinuando la sera tra le braccia della notte.

Nella piazza principale un gruppo musicale suonava dei tamburi richiamando alla memoria ritmi primordiali: ragazzi di tutte le nazionalità ballavano a piedi scalzi. 

Noi assistevamo felici tenendo il tempo con le mani, mentre un ammasso di nubi si avvicinava rapidamente ricoprendo il cielo come un coperchio e nascondendo la luna piena.

Portia mi tirò per una manica, ridendo e trascinandomi nella bolgia, dove un braccio sconosciuto mi prese per la vita portandomi con sé nel grande cerchio umano. Non ricordo per quanto tempo ballai trascinata in un girotondo ipnotico tra risa e schiamazzi, ma ricordo il fragore del tuono che fece tremare la terra sotto i nostri piedi.

Un attimo dopo un fulmine saettò nel centro della piazza producendo nella folla un urlo generale e scatenando all’improvviso la bufera in un unico rovescio, come se il cielo si fosse aperto in due, spezzato nel mezzo da un carico troppo pesante.

La folla spingeva e le persone scappavano in ogni direzione. Scappai anche io spinta dall'impulso mentre un altro tuono, ancora più potente del precedente, rilasciò nell'aria un lampo che mi terrorizzò. I lampioni si spensero tremando, lasciando il labirinto di vicoli nell'oscurità più totale.

Scrutai il buio cercando le mie amiche mentre la pioggia torrenziale inzuppava il mio vestito.

Non vedevo nulla, intravedevo solo figure informi che si allontanavano correndo, passandomi accanto come entità senza consistenza. Corsi per i vicoli senza meta, cercando con gli occhi un riparo provvisorio contro i lampi, che colpivano la terra senza tregua, mentre l'angoscia rendeva le mie gambe pesanti come piombo.

Trovai un arco, con un antico lavatoio, un antro buio rischiarato a tratti dal bagliore dei lampi. Avanzai a tentoni con le mani tese, rischiando di inciampare in un gradino di pietra.

Mi appoggiai contro la parete ruvida sospirando di sollievo, sfilandomi il cappello da strega ormai floscio, e spostando i capelli fradici dagli occhi, con le mani bagnate.

Il freddo e il vento penetravano dentro i miei vestiti ormai zuppi, i quali mi aderivano al corpo come una seconda pelle.

<< Questo è il diluvio universale.>> scandì una voce che mi sembrò arrivare dall’angolo opposto. Il cuore mi salì in gola come se avesse voluto fuggire via. Respirai profondamente girandomi guardinga e pronta scattare veloce per fuggire, in caso di bisogno.

Fu allora che la vidi, anzi, che la rividi. Un'illusione. Un inganno perverso della memoria.

Il sangue prese a pulsarmi nelle orecchie, e il cuore balzò nello stomaco, poiché si era materializzata nel buio come un fantasma, uscita da un racconto medievale.

Capelli lunghissimi biondo oro e occhi neri, talmente neri da non distinguere le pupille, il corpo esile e flessuoso da bambina, ricoperto da vestiti medievali stracciati e bruciati.

Era stupenda ed io feci fatica a credere che appartenesse a questo mondo, poiché l'avevo scorsa tra le fiamme la mattina di quello stesso giorno.

<< Salve>> mi salutò avvicinandosi << il mio nome è Regina e sono una strega bianca, ti stavo aspettando. Abito qui vicino, che ne dici se ci asciughiamo e beviamo qualcosa di caldo? >> fece un sorriso radioso ed io non ebbi armi per difendermi.

Pensai subito che non avrebbe dovuto trovarsi da sola in piena notte alla sua età, quindi decisi di accompagnarla a casa. Ci avviammo una a fianco all'altra sotto la pioggia dirompente nel profondo nero della notte, mentre i suoi abiti bruciacchiati si sollevavano intorno alle gracili caviglie e ai piedi nudi, come ali di pipistrello.

<< Adoro questi vicoli ingarbugliati, colmi di sospiri, rievocazioni di pura energia.>> disse con una voce delicata dal timbro sfumato, come se mi stesse rivelando segreti incredibili.

Alcuni minuti dopo si fermò davanti ad una casetta con una porta di legno vecchio, scurito dal tempo. Frugò dentro una piccola sacca di cuoio che teneva appesa al collo e ne tirò fuori una chiave enorme. Aprì il portoncino con una spinta, ma non vidi nulla poiché l'interno era avvolto nell’oscurità più totale.

Mi fece entrare chiudendosi l'uscio alle spalle e mi disse di aspettare un istante.

Quando la luce delle candele illuminò la stanza rimasi a bocca aperta a fissare il soffitto a volta e le mensole di legno lungo le pareti, piene di oggetti fantastici, barattoli colmi di erbe ed essenze e libri allineati dalle copertine di cuoio indurito.

Respirai profondamente muovendomi lentamente, l'aria odorava di polvere, legna umida, incenso e magia. Mi lasciò libera di curiosare e toccare con le dita una sfera di cristallo, posta dentro un incavo nel centro di un tavolo rotondo.

Sentivo i suoi occhi seguire i miei movimenti mentre sfioravo una piccola spada accanto alla sfera, la quale sembrò palpitare sotto le dita come un essere vivente.

Mi fece un cenno invitandomi a rifugiarmi accanto al fuoco e con un gesto enigmatico che non compresi, sparse qualcosa sulle fiamme, le quali sprigionarono una nuvola di polvere azzurrina. 

La fiamme calde del focolare mettevano in risalto la precisione dei suoi tratti bellissimi, giocando con le luci e le ombre che si proiettavano sulla pelle color avorio.

<< Ti andrebbe un bicchiere di vino? Ci scaldiamo un po’.>> propose ad un tratto cogliendomi di sorpresa.  La sua voce ricordava una musica conosciuta, avvolgendomi con vibrazioni simili al suono di un violino.

<< Certo grazie, ma tu non sei troppo piccola per bere alcolici?>> domandai preoccupata.

<< No, stai tranquilla.>> negò alzandosi con leggerezza. Un minuto dopo tornò con due coppe d' argento colme di vino rosso, fregiate da un simbolo che non conoscevo.

<< L'ho speziato come faceva mia madre, va subito in circolo e diffonde un senso di calore che persiste per un bel pezzo.>> dichiarò accostando la sua coppa alla mia facendole toccare appena. Le portammo alle labbra nello stesso istante, sorseggiando il nettare color rubino.

La sensazione di benessere mi avvolse come dentro una soffice coperta di lana.

<< Avevi ragione è buonissimo. Ma tua madre dov'è? Non sarai qui da sola, spero.>> domandai preoccupata.

<< Si è sempre soli.>> considerò sorridendo con malinconia. Degustò un sorso di vino passandosi una mano sui vestiti bruciati.

<< Provengo da una stirpe di avi che avevano tutti una storia impossibile. Sono cresciuta con una madre che amava la natura con sacralità. Tutta la mia infanzia l'ho trascorsa con lei che mi ha insegnato a riconoscere gli animali, le piante, i fiori, a distinguere le erbe e a preparare unguenti e pozioni. Mi ha insegnato anche a parlare con le creature che popolano la Terra del sottosuolo, abitanti delle foreste, dei boschi, e delle caverne.  La seguivo ovunque imprimendo nella memoria tutto ciò che mi insegnava, fino al giorno in cui anch'io vidi le creature del bosco per la prima volta. Riuscivo a vederle e a sentirle. Gnomi, piccole Fate alate, Elfi dalle teste enormi e i corpi piccoli con la pelle liscia come delfini.>> fece una pausa per attizzare il fuoco.

<< Eri una bambina piena di immaginazione.>> sostenni io non proprio convinta di ciò che dicevo, fissando affascinata la luminosità che avvolgeva il suo corpo.

<< I benpensanti direbbero pazza, ma non è così. Sono solo pregiudizi, pregiudizi che se da una parte creano sicurezza e senso di appartenenza, d'altra bloccano il libero pensiero: cioè l'intuizione. Mia madre mi ha insegnato che ogni albero ha uno spirito e così tutta la natura che ci circonda e che la coscienza vive in ogni atomo dell'universo cercando ogni possibilità di reincarnarsi, qualsiasi essa sia, poiché la natura è sacra come è sacro ogni animale ed ogni essere umano. Sono cresciuta nel bosco e come tu sai l'infanzia è un periodo magico in cui tutto diventa vivo. Una foglia può diventare una driade, un filo di bruma una silfide, una goccia una sirena. I bambini vedono con tutti i cinque sensi spalancati. Ecco io percepisco le cose come se fossi ancora piccola. Ho accesso a dimensioni diverse, molteplici. Sono una veggente.>> si confidò, poi si zittì. 

" Sei ancora piccola." pensai. Rimanemmo alcuni istanti in silenzio ad ascoltare la pioggia che batteva su gli scuri delle finestre, creando melodie musicali.

<< Cosa significa essere veggenti?>> chiesi sperando di non apparire indiscreta.

<< Che hai un dono e riesci a sentire i pensieri degli altri, a vedere e toccare le altre dimensioni.>>

<< Quando ti succede?>> domandai ancora accorgendomi che mi tremava la voce.

<< Quando sono in armonia con l'universo intero, quando sono felice, ed io lo sono sempre.>>

<< Un po’ di secoli fa ti avrebbero condannato al rogo.>> commentai seria.

<< All'epoca la chiesa usò il pugno di ferro. Bastò una sola goccia di invidia per oscurare le più belle virtù.  L'intuizione doveva essere messa a tacere, per sempre. Ma non ci sono riusciti, no, poiché l'amore vero non ha scopi né ragioni, e l'unico alone di cui si circonda è la grazia. L'amore non morirà mai, avrà la sacralità dell'eternità.>>

Cadde il silenzio nella stanza, e io chiusi per un attimo gli occhi perché un brivido mi percorse la spina dorsale. Aspettai che passasse e poi le domandai inebriata dalla sua storia:

<< Tu riesci a leggere nella mente?>>

<< Si.>> fu la semplice risposta. Poi si alzò chiedendomi di aspettarla un momento.

Io non mi mossi, dimenticandomi del mondo esterno e provando la sensazione d'essere tornata a casa, e mentre la mia coscienza si risvegliava, il resto dell'umanità scivolava in un sonno obbligato.

Quando tornò mi allungò un quaderno con la copertina di cuoio, legato da nastri di velluto cremisi.

<< Questo è per te, è il diario di mia madre con tutte le sue pozioni.>>

<< Perché non lo tieni tu? Sei sua figlia. Dovrebbe essere una tua eredità.>> dichiarai convinta, ancorando i miei occhi nei suoi, profondi come la notte.  Mi piaceva come sorrideva, perché mi faceva sentire come fossi la custode di tutti i segreti del mondo.

<< Lo conosco a memoria, non mi serve più. >> mi replicò prendendomi la mano e inserendoci un piccolo oggetto. Guardai il palmo, dove un ciondolo luccicava nella penombra, come la luna piena in fondo a un ruscello.

<< In questo ciondolo c'è la scintilla del mio Spirito. Conservalo su di te. Ora è meglio che tu vada, si è fatto tardi. Ti accompagno.  E' meglio se prendi questa candela e la porti con te, e ricorda che non importa dove andrai o cosa farai, quante cose imparerai o dimenticherai, poiché se vivrai una vita consapevole non ti sorprenderai mai di nulla. Io e te ci rivedremo.>> mi garantì con dolcezza.

Mentre parlava mi scesero due lacrime che scivolando sullo zigomo caddero poi sul diario, formando un piccolo microscopico lago. 

Mi precedette attraversando la stanza, aprì la porta e si fece da parte. Per istinto mi chinai e le affidai un bacio lieve sulla gota che era fredda come il ghiaccio mentre i suoi occhi erano caldi e lucidi come onice.

Entrai nella notte indossando l'oscurità come un abito fatto su misura per me. Non avevo paura.

Feci qualche passo e mi voltai per salutarla, ma la porta era già chiusa e lei non c’era più.

Osservai la strada e la casa imprimendole nella memoria come un disegno indelebile, poi mi avviai stringendo il ciondolo dentro la tasca della gonna.

A metà strada vidi Portia venirmi incontro, si affiancò a me in silenzio prendendomi per mano, mentre i nostri piedi affondavano in mezzo al viottolo, dove un piccolo canale formato da infiniti passi, gorgogliava d'acqua come un minuscolo ruscello. Le chiesi subito scusa.

<< Quando è scoppiato il temporale vi ho perso. Avrei potuto andare a casa, ma pioveva troppo forte. Ho dovuto cercare riparo.>>

<< Hai fatto bene. Tornando a casa Elisa è caduta e si è slogata una caviglia. Abbiamo già chiamato i suoi e domani vengono a prenderla per non farla viaggiare in treno. Gli abbiamo dato un antidolorifico e una camomilla. Tutto a posto, non ti devi preoccupare.>>

<< Mi dispiace essere stata via così tanto, avrei potuto aiutarvi.>>

Portia mi guardò incredula.

<< Così tanto? Siamo state separate dieci minuti al massimo. Sei solo stanca, andiamo a casa.>> Mi passò un braccio intorno alla vita e aggiunse.

<< Hai fatto bene a ripararti, non ti sei neppure bagnata. Noi eravamo zuppe.>> Non risposi perché la mia mente era ancora con Regina.

Appena entrammo in casa mi accolse una gradevole folata d'aria calda. Salii le scale e andai da Carola. Elisa dormiva. Carola mi tranquillizzò e mi diede la buonanotte.

Nella mia stanza posai il diario sul comodino, sfilai gli abiti ed entrai nel pigiama rabbrividendo. Indossai dei calzettoni di lana e sprofondai sotto il piumone, stendendomi accanto a Portia, nella speranza di riuscire a dormire, ma con la mente ritornavo là, a casa di Regina, davanti al fuoco. Dopo un tempo che mi sembrò eterno accesi la candela, presi il diario e lessi per ore, incurante del leggero russare di Portia e della luna piena che spuntò da una coltre di nuvole nere, fino a quando il sonno mi rapì come un Elfo nella notte.

Poche ore dopo scrutai il ciondolo alla pallida luce dell'alba.

Era una sfera in oro traforato, divisa in due metà e chiusa da un microscopico gancio. All'interno della sfera trovai una pietra viola che emanava riflessi argentati.

La strinsi nel pugno mentre la luce prendeva il sopravvento sul buio. Non vedevo l'ora di parlarne con Portia, anche se c'era la possibilità che non mi credesse.

Pulii la stufa e misi in ordine un po’ ovunque. Poco più tardi Portia entrò in sala.

<< Buongiorno, dormito bene?>> chiese guardandomi come una mamma preoccupata.

<< Lo sai che ho dormito poco.>>

<< Si, si vede e sei anche pallida. Appena Elisa e Carola partono mi devi raccontare tutto, d'accordo?>> mi impose con gentilezza.

<< Tutto cosa?>> domandai facendo finta di non capire.

<< Tutto ciò che ti leggo negli occhi.  Ci sono persone che non hanno bisogno di raccontare cosa gli è accaduto, perché gli occhi parlano per loro. Tu sei una di queste. Dai prepariamoci, così ti aiuto a rifare i letti e mettere le stanze in ordine.>>

Poche ore dopo Portia ed io salutavamo con le mani le nostre amiche, sedute nell'auto dei genitori di Elisa, la quale aveva una caviglia gonfia ma era serena e felice d'essere stata con noi. Carola promise di curarla con amore e ci demmo appuntamento per il giorno dopo. Appena entrammo in casa Portia mi aiutò a chiudere gli infissi.

Lasciai la cesta della legna piena di ciocchi e mi guardai intorno con soddisfazione.

Portia mi prese per un braccio e mi fece sedere sul divano.

<< Racconta.>> mi sussurrò in un flebile bisbiglio.

Presi coraggio poiché sapevo che avrebbe esaminato ogni mia parola, imponendomi di raccontarle ciò che mi era accaduto senza tralasciare il minimo dettaglio.

<< Ha ragione Regina, l'intuizione è un dono di Dio.>> fu il suo commento alla fine del mio racconto.

<< Fammi vedere il diario.>> disse prendendo il diario dalle mie mani.

<< Guarda, alla fine del diario c'è una firma, cosa leggi?>> le feci notare indicando una firma elegante adorna di svolazzi.

<< Accidenti, c'è scritto Tamara.>> mi guardò con i suoi occhi enormi, stupiti e spalancati, come quelli di un bimbo affamato di storie.

<< Voglio conoscerla.>> affermò alzandosi di scatto.

<< Si, volevo comunque salutarla dal momento che andiamo via. E poi ieri sera mi sono dimenticata di chiederle il numero del cellulare.>> Ci infilammo i giubbotti e prendemmo gli zaini.

Chiusi la porta e ci avviammo lungo il sentiero disseminato di pozzanghere.

Un vento freddo spazzava via le nubi sfilacciate, mentre il sole sembrava mascherato da un foglio di carta velina.

Non ebbi dubbi sulla strada da percorrere per trovare la casa poiché l'avevo impressa nella mente, ma quando arrivammo, trovammo solo antiche pietre che circondavano le mura in rovina di una casa abbandonata e senza tetto, colme di ombre ed echi. Mi accostai alla porta d'ingresso.

Altro non era che un buco affacciato nel vuoto.

Rimasi inchiodata all’aria, pietrificata nel tempo mentre i minuti e i secondi filtravano lenti, decantando come un vino pregiato, dentro un'ampolla senza fondo.

Mi lasciai scivolare contro il muro accorgendomi di trattenere a stento le lacrime, e appena le mani di Portia mi accarezzarono il viso, una lacrima mi solcò la guancia, poi un'altra, infine sgorgarono senza freno.

 

 

 

Parla Regina

 

Mi chiamo Regina e sono nata da una stirpe di guaritrici, come mia madre mi ha sempre detto, e   sono stata concepita solo per amore, anche se incontrò mio padre una sola volta.

Tutto ciò che so di mio padre è che era francese e si trovava a Triora solo di passaggio.

Non so bene cosa sia arrivato a voi della " Caccia alle streghe " perché si sa che la verità si modifica con il passare del tempo sino a trasformarsi completamente.

Vivere nella paura equivale a vivere come uno schiavo, e fu ciò che provammo quando l’inquisizione rastrellò il paese alla ricerca di "streghe" malefiche che si accoppiavano con il diavolo.

Tutti i cittadini di Triora erano a conoscenza delle capacità di guaritrice di mia madre Tamara, ma erano anche indignati del fatto che mia madre avesse avuto me senza essere sposata e non sembrò loro vero di potersi accanire su di lei.

Erano ignoranti e non conoscevano altro che la povertà delle loro anime. 

Mia madre fu denunciata, soprattutto da coloro a cui aveva fatto del bene a più riprese, senza mai pretendere denaro in cambio, ma solo baratti con cibo o abiti vecchi e rattoppati.

Quando vennero a prenderla, le guardie le incatenarono i polsi issandola su di una carretta di legno e mentre la portavano via riuscì a urlare con tutto il fiato che aveva in gola:

<< La libertà non è fare ciò che vuoi, ma è vivere senza paura. Sorridi amore, non lasciare che ti rubino lo spirito.>>

Non trattenni le lacrime. Sentirle colare sul viso mi fece sentire più vicina che mai a colei che mi aveva donato la vita, colei che si considerava al di fuori della vita terrena, esattamente come doveva essere.

La bruciarono viva in un rogo gigantesco una gelida mattina di Gennaio. Mentre saldavo il suo viso dentro l’anima mi disse qualcosa, ma non capivo perché la folla urlante gridava: "

<< A morte, vergogna, strega, puttana.>> alcuni lo dicevano tirando sassi e altri si avvicinavano sputandole sui piedi.

Feci di tutto per leggerle il labiale e ciò che ne ricavai fu:

<< Quando morirai ti verrà svelato tutto, non aver paura, mai.>>

Quando le fiamme si innalzarono feroci intorno al suo corpo il paese era sprofondato nella luce dell’alba e l’aria si era trasformata in ghiaccio. Il calore le appiccicò la veste sulla pelle, e fu in quel momento che il cielo si aprì in mille pezzi riversando acqua e fulmini sulla folla urlante.

Ed io? Scappai verso casa e mi preparai a fuggire nella notte con un fagotto di indumenti e cibo. Le guardie mi catturarono appena fuori dalle mura. Venni bruciata viva la mattina dopo.

Avrei potuto avere un’alternativa? Non lo so, ma so con certezza che sono morta sul rogo nell’età in cui i bambini ancora si divertono e sono spensierati.

Mentre mi legavano al palo il prete mi disse:

<<Tua madre è già all’inferno, preparati a raggiungerla, pentiti.>>

Quando sentii le fiamme lambirmi i piedi aspettai che la terra mi risucchiasse per inghiottirmi all’inferno, ma la terra non si aprì, vidi un globo di luce risplendere e al centro il viso di mia madre, più bella che mai.

Il mio tempo si stava esaurendo, dovevo proiettare i miei pensieri verso l’immenso amore di Dio. L’ultimo senso ad abbandonarmi fu l’udito e la mano di mia madre che mi sfiorò come un'ala d'angelo.

In quell’istante mi sentii superiore, lontana da tutto e da tutti, protetta per sempre.

Il dolore passò, lasciandomi una leggerezza pulsante e viva, che mi fece vibrare nell’aria.

Sono rimasta nelle dimensioni superiori aspettando che la ruota spazio temporale mi facesse incontrare mia madre.

Quando nella giovane Tamara ho riconosciuto la sua anima, avrei voluto abbracciarla e farmi stringere. Avrei voluto spiegarle quando fosse stato doloroso essere stata divisa da lei in modo così violento. Avrei voluto dimostrarle tutto il mio amore.

Ma si sa che nelle dimensioni superiori i legami si dissolvono e non si prova più dolore ne possesso, di conseguenza mi appagai di guardarla negli occhi e averla accanto ancora una volta.

So bene che non trovando la casa si è sentita tradita, pensando d’essere prigioniera di qualche allucinazione, ma dovevo per forza lasciarle il ciondolo che mi aveva regalato alla nascita e il diario, per farle comprendere che ci saremmo ritrovate.

Devo solo aspettare che il seme dell’amore fecondi il suo ventre e finalmente ci ritroveremo.

 

 

                                                               

Parla Tamara.

 

Quando chiesi a mio padre di non vendere la casa di Triora, mi sorrise con indulgenza.

Facemmo un patto. Se mi fossi laureata con il massimo dei voti e nei tempi giusti lui mi avrebbe regalato la casa.

Portia ed io non raccontammo ciò che accadde quella notte a Carola ed Elisa, poiché non avrebbero capito.

Carola avrebbe sottolineato più volte che avrei dovuto credere solo alle spiegazioni razionali, alle teorie dimostrabili. Abbiamo quindi protetto il nostro segreto, poiché per me contava davvero.

Negli ultimi diciassette anni le stagioni si sono susseguite senza fretta, e i giorni sono passati dondolando tra la mia vita e quella di chi mia ha preceduto, saldandosi come per magia a ciò che era stato.

La voce di Regina non mi ha più abbandonata e il suo ciondolo pende dalla catenina che porto al collo da quella notte.

Ciò che mi è accaduto è rimasto un mistero, ma va bene così poiché una vita senza mistero è una vita completamente vuota.

Ormai sono una donna e mi sono innamorata. Ho compreso che era lui quando ho riconosciuto nel suo sguardo ogni mia gioia e timore, e con dolcezza siamo scivolati l'uno verso l'altro.

La fine di settembre prolunga il ricordo dell'estate appena vissuta con giornate trasparenti e leggere.

Di sera si alza il vento ma il tepore indugia pigro fino a che il sole scivola nel suo sonno notturno.

 

 

 

 

 Epilogo.

 

In riva al lago una bambina raccoglie sassolini minuscoli. Li lancia urlando di gioia.

I suoi capelli sono biondi con riflessi più luminosi del sole.

Gli occhi grandi sono scuri come la notte.

<< Guarda mamma, il lago li cattura.>> ride e si tuffa in acqua, dove il respiro delle Ninfee la circonda in un abbraccio. Il padre la segue tra schizzi e schiamazzi. Giocano e ridono.

Più tardi restano seduti guardando il cielo che si tinge di viola.

La bambina si addormenta tra le braccia del padre, la madre scatta una fotografia.

<< Cosa fai Tamara?>> domanda lui.

<< Imprigiono l'eternità.>>

 Si alza la brezza serale che tremola sulla superficie del lago. Il padre raccoglie i teli.

I pochi bagnanti rimasti se ne vanno.

Il silenzio cala, il tempo si chiude sui cardini come un portale magico.

<< Vieni Regina, andiamo a casa.>>

La bimba indugia un po' per guardare la superficie del lago, poi corre verso la madre che l'aspetta con le braccia aperte. Il padre la prende per mano.

La luna si impiglia tra le chiome dei noci.

Di nuovo e ancora e poi ancora, e la Grande Madre non farà nulla per impedirlo, poiché la vita ha dato un altro raccolto.

 

The End.

 

                    Tu sei lo specchio di tua madre,

                    Ed ella in te,

                    Contempla lo splendido Aprile

                    Della sua vita.

                                        W. Shakespeare