La lunga notte di luna piena.

 

foto di Luca Franzi   www.franzi-franzi.com

                                             

                                           

Pescino, 1920.     

 

Quella sera il clima non avrebbe portato nulla di buono, perché nuvole nere e minacciose viaggiavano con decisione verso le colline: inusuale in quel luogo ameno e soleggiato in qualsiasi stagione.

Da poco la pendola, posizionata nell'atrio della villa aveva scoccato le diciassette con rintocchi vibranti e lugubri, accompagnati dal rumore di stoviglie, provenienti dalla grande cucina sottostante.

Il Conte Ludovico Translook seduto nella poltrona accanto al fuoco, avvolto nella giacca di velluto blu con tanto di stemma nobiliare ricamato sul cuore e una sciarpa di seta bianca annodata al collo, era perso in pensieri non proprio edificanti.

Senza volere sfiorò lo stemma sul petto: due torri rosse in campo viola con un pipistrello appeso a testa in giù.

Da qualche giorno era scivolato in una particolare prostrazione, poiché rimembrava ricordi sopiti sotto la polvere della vita trascorsa.

Era un bell'uomo che aveva sempre fatto presa sulle donne, non certo per i soldi, di cui era largamente provvisto, ma per una sensibilità non comune e una genialità negli affari che bisognava riconoscergli.

Amava l'arte e spesso si dilettava nella creazione di piccole opere in ceramica, ma era la fotografia che lo incuriosiva, attirandolo nella luce e nelle ombre degli attimi che catturava, godendone poi per interi giorni.

Il momento di euforia però passava presto, riportando il suo animo malinconico in viuzze strette e senza sbocco dove stagnava trasportato dalla mestizia.

Viveva in Villa Translook dalla nascita, villa che ereditò dopo la morte dei suoi genitori, avvenuta solo due anni prima, durante l'epidemia chiamata " la spagnola", strascico terribile della prima guerra mondiale.

La Villa costruita sulla " Costa dei delfini" per volere di suo nonno paterno Conte Aurelio Filippo Translook, era circondata da un immenso parco di pini marittimi, ombrosi e fieri.

Il cancello si apriva su un viale di accesso ricolmo di aghi e foglie morte, il quale si snodava verso gli scalini che portavano all'ingresso.  Nell'aria tersa e pulita si sentiva l’odore caldo umido che esalava dall'erba man mano che il sole aspirava l'umidità notturna dalla terra, e da ogni angolo della villa si poteva apprezzare la bellezza circostante di Pescino.

Il fratellastro Adalberto non era mai a casa e Ludovico che non aveva nessun altro parente, rimase ad abitare nel suo eremo, disilluso dalla vita e completamente solo, protetto come un infante dalla servitù.

Non si era mai sposato poiché in possesso di un segreto che gli impediva di condividere lo stesso tetto con una sposa.

L'avrebbe spaventata a morte facendola scappare a rotta di collo, urlando come un'ossessa. Essendo egli molto sensibile, non volle far soffrire mai nessuno, tanto meno una fragile donna.

Quella sera pensava con grande rammarico alla mancanza di un amore nella sua vita, anche se sapeva che non avrebbe potuto convolare a nozze anche volendo, poiché la notte di luna piena d'ogni mese si trasformava in un vampiro.

Vi prego signore, non fate quella faccia!! Allora ha ragione il Conte Translook, siete deboli e fragili. 

Ma andiamo per ordine.  Nella misura dei fatti accaduti, vi racconterò la verità.

Egli si trasformava una sola volta, durante la notte di Plenilunio, ma solo a metà.

Tanto per cominciare non si ricopriva di peli, né le unghie divenivano artigli, ma le pupille si dilatavano ingiallendosi e i capelli si leccavano composti in un'unica banda sulla fronte, come fossero sistemati per bene da un barbiere di gran classe. La bocca si spalancava in una smorfia spaventosa, almeno così pensava lui poverino, e nonostante tutto, anche se integrato totalmente nella sua duplice identità, rimaneva ricolmo di fascino maschio.

Furono i genitori a parlare con Ludovico della sua doppia personalità, dopo aver consultato un luminare della psiche umana, che disse loro:

 << La consapevolezza si apre allo scoccare dei primi sette anni di vita, esattamente nello stesso istante in cui si apre il primo chakra. Parlategli apertamente del suo problema e tutto si risolverà.>>

Così fecero e lui ci rise sopra, non mancando poi di andare in cucina a chiedere un biscotto alla cuoca. 

Fu Elisabeth che si prese cura di lui sin dai suoi primi giorni di vita, cambiandogli il pannolino, lavandolo, nutrendolo, tenendolo stretto al seno fasciato come un bozzolo, cantandogli ninna nanne dolcissime, con la paura in cuore di vederlo volar via dalla finestra un giorno o l'altro.

Ma ciò non accade, poiché egli non si sentiva affatto attratto dalla luna piena, né gradiva uscire con il buio, né tanto meno dormire senza una fiammella a fargli compagnia.

Diciamo che era un bambino un po’ fifone. Non solo, non gradiva neppure lo stemma di famiglia, fregio per cui il nonno paterno Conte Aurelio Filippo Translook, andava particolarmente fiero, il quale almeno una volta al mese lo trascinava nella sala della biblioteca, zeppa di libri polverosi per riferirgli con estrema ricercatezza una sequenza di storie raccapriccianti sui suoi avi, senza mancare di aggiungere ai suoi racconti suoni ed esclamazioni ad effetto che lo facevano tremare di paura.

Preso dal terrore si nascondeva sotto il letto ogni qualvolta il nonno Aurelio decideva di portarlo con sé al castello appartenuto alla stirpe dei Translook, arroccato nell'entroterra, colmo di rumori sinistri e spifferi gelidi.

Elisabeth dal canto suo lo copriva facendo finta di cercarlo invano e a quel punto il nonno rinunciava.

Quando nel 1897 venne pubblicato il libro di Brom Stoker intitolato " Dracula" egli lo comprò di nascosto, riuscendo a leggerlo ben quattro volte, sperando di poter trovare risposte per ovviare al proprio dramma. Scoprì che per essere definito vampiro bisognava essere muniti di canini appuntiti, elemento essenziale per succhiare il sangue.

Non solo egli non possedeva suddetti canini affilati, ma alla vista del sangue sveniva come una signorina, e se prima cercava risposte, si ritrovò poi terribilmente confuso, finendo per non capirci più nulla.

Chiuse quindi le sue ricerche in un cassetto e tutto finì nel dimenticatoio del tempo continuando la sua vita con leggerezza tra feste, viaggi, bevute e bordelli, in compagnia del suo fratellastro Adalberto e del suo migliore amico Conte Marcovaldo Savoretti Da Sturla. 

Stava proprio pensando a ciò quando bussarono alla porta.

<< Avanti.>> invitò il Conte.

<< Conte, la cena servita è.>> annunciò il maggiordomo.

<< Grazie Puddu.>> rispose il Conte alzandosi svogliatamente dalla poltrona.

<< Conte, Severino mi chiamo.>>

<< Si, lo so, ma vi chiamate anche Puddu.>>

<< Conte, Puddu, il cognome è.>>

<< Certo, ma Severino è lungo. Puddu è corto, veloce. Quindi Puddu.>>

Il detto Puddu non rispose a sì tanta prepotenza ma alzò gli occhi al cielo, verso un invisibile Angelo Custode messo lì per accogliere le sue preghiere.

Puddu Severino era nato a Villacidro, paese nel Campidanese sardo, cinquant'anni prima, dove trascorse l'infanzia a pascolare pecore in compagnia del padre Efisio che gli insegnò l'arte della preparazione del pecorino dolce, fino a quando stufo della vita pastorizia fece domanda di assunzione presso la distilleria del paese " Goccios & figli." dove imparò tutto ciò che c'era da sapere sulla distillazione delle erbe, e a bere da bicchierini microscopici. Nel contempo andò da un maestro che lo portò con successo alla scoperta della scrittura, della lettura e del far di conto; quel tanto che serviva per non farsi fregare dai più furbi.

Tutto il resto già lo conosceva, poiché la vita dura, niente gli aveva risparmiato.

Dopo qualche tempo divenne intollerante all'aroma dell'anice, tanto da sentirsi male ogni qualvolta oltrepassava la soglia della fabbrica.

Si guardò intorno e decise di far domanda presso una ricca famiglia di Cagliari, esportatori di sughero, dove entrò come aiuto cameriere e ne uscì come valletto personale del padrone di casa. 

Poi arrivò il colpo di fortuna, o per meglio dire, il treno che passa una sola volta nella vita, poiché una cugina emigrata in Liguria, gli inviò una missiva in cui gli proponeva un posto di valletto personale, presso una famiglia nobiliare del posto. Il salario era ottimo.

Che ne pensava?  Poteva essere interessato?  

Severino rispose a giro di posta che accettava senza indugio.

Diede le dimissioni e i suoi titolari gli prepararono una lettera di ottime referenze, anche se profondamente dispiaciuti nel vederlo andare via.

Salito a bordo del vapore " La Veloce " che doveva portarlo nel Continente, salutò i genitori e la sorella sventolando un fazzoletto bianco.

Più tardi si stese sopra un materassino di crine puzzolente colmo di buone speranze. Speranze che si assopirono alquanto appena la nave prese il largo, poiché cominciò a vomitare, ma guardandosi attorno capì di non essere il solo.

Una mattina comparve la lanterna di Genova, confusa tra la foschia biancastra dell'alba e i viaggiatori stremati si abbracciarono urlando di gioia. Attraversò la passerella traballante trascinando il piccolo baule in suo possesso con le ginocchia che cedevano, ma il solo fatto di risentire sotto i piedi la terra ferma lo fece riprendere.

Dopo i severissimi controlli dei documenti e degli appositi timbri di viaggio alla Stazione Marittima di Ponte Federico Guglielmo salì su di una diligenza, comodamente strizzato tra due donnoni di notevole taglia.

Sarà stato il rullare della nave rimastagli dentro il corpo, saranno stati gli scossoni della diligenza o i seni morbidi delle signore, fatto è che si addormentò come un bambino, perdendosi la magnifica visuale della costa, ritrovandosi in pieno pomeriggio davanti a Villa Translook.  

Attraversò il parco trascinando il baule come fosse di cemento sino alla porta principale.  Bussò con il battacchio di pesante ottone, senza rendersi conto che il battacchio altro non era che un pipistrello a testa in giù. Dormì poi per un giorno intero.

All'epoca dei fatti Severino aveva venti anni e una presenza fisica di tutto rispetto.

Entrò come valletto personale del Conte padre, e divenne poi maggiordomo. Anche egli non si sposò mai, forse complice la sua libera personalità, o forse il fatto che le donne gli piacevano anche troppo.

Era alto e longilineo, con tratti del viso decisi e mascolini, un sorriso smagliante e due occhi verdi penetranti e arguti.

Il tutto corredato da educazione, discrezione, fedeltà ed eleganza. Doti molto richieste ad un amabile maggiordomo.

Uomo di fiducia era!! Un vero sardo DOC.

Venuto a conoscenza del segreto vampiresco del figlio quindicenne dei Conti Translook, ne rimase affascinato e convinto di rafforzare l'animo romantico del giovine gentiluomo non si fece scrupolo narrandogli, in una notte senza luna in cui Pescino era avvolta in un silenzio d'oltre tomba, tutte le storie di vampiri, streghe, fantasmi e cimiteri che conosceva, riguardanti l’isola sarda, comprese le ballate degli orridi mamuthones.

Non solo il giovine signore non ne uscì rinvigorito romanticamente, anche perché non trovava affatto romantica l'immagine di uno zombie che usciva da una tomba, ma decise seduta stante che mai sarebbe andato a vivere nella terra di Sardegna. 

Ciò che però successe è che Puddu divenne una colonna portante della sua esistenza.

<< Puddu, quando avrete finito di cenare, dite ad Elisabeth che l'aspetto nel salottino del fumo.>> ordinò il Conte entrando nella sala da pranzo.

<< Si, Signor Conte, fatto sarà.>>

Dopo cena il Conte Ludovico si diresse nel salottino privato, dove negli anni felici gli uomini della famiglia si appartavano per bere e fumare senza la compagnia delle signore.

Da anni ormai nella stanza non si sentiva più l'aroma del tabacco speziato alla vaniglia. Da più di un anno le pipe del nonno e del padre stazionavano allineate in una vetrina ottocentesca dai vetri sabbiati.

Accanto ad essa, in una teca elegante occhieggiavano lucide, decine di tabacchiere in argento, imbellite da monogrammi elaborati. 

Il Conte si accomodò vicino al fuoco con un libro in mano, sistemandosi gli occhiali stringinaso, e leggendo si appisolò.

Cosa aveva da dire ad Elisabeth?

                                                                

                      

*******

 

Il Conte venne svegliato di soprassalto da un colpo alla porta.

<< Avanti.>> invitò togliendosi gli occhiali rimasti storti sul naso.

<< Ludovico avete chiesto di me?>> domandò la governante entrando nel salotto.

Anch'essa come Puddu aveva fatto carriera, poiché nel tempo si era aggiudicata il posto onorevole di governante della casa, nonché la responsabilità della servitù femminile.

Elisabeth era nata nell'antico borgo marinaro di Vernazzola, approdo importante per tante barche che portavano generi d'ogni sorta, alimentari e non ai quartieri troppo lontani dal porto.

Il padre era pescatore da generazioni e la madre cuciva per le famiglie gentilizie dei dintorni.

Il giorno in cui nacque, la madre, notando la pelle di pesca e i bellissimi capelli rossi, la volle chiamare come la più famosa delle regine inglesi: colei che con coraggio rinnegò la Chiesa Cattolica e rifiutò il matrimonio.

La sua infanzia trascorse serena e felice, tra studio, giochi inventati tra i sassi della spiaggia e un pugno di case a far da corona alla piccola insenatura, fino al giorno in cui suo padre fu vittima di un brutto incidente durante una pesca notturna e i marosi capovolsero la piccola imbarcazione.

Sua madre si ritrovò a fare conti che non tornavano, decidendosi poi con sommo dispiacere ad informarsi presso le varie conoscenze di cui disponeva per trovare un lavoro ad Elisabeth.

Una Dama dell'alta società genovese la promosse presso i Conti Translook di Pescino, amici di lunga data, i quali cercavano una balia asciutta per l'ultimo nato della casa, Conte Ludovico Translook.

Elisabeth pianse tutte le sue lacrime, poiché aveva solo dieci anni e mai si era allontanata dalla casa natia, e il solo pensiero di abbandonare la sua stanzetta mansardata che volgeva l'occhio della finestrella verso l'orizzonte e dalla quale seguiva ogni tardo meriggio l'annegamento del sole dentro il mare, la fece cadere in una prostrazione terribile.

Preparò il baule con il cuore gonfio mentre sua madre le spiegava come acconciarsi i capelli.

Ormai entrata con tutti i diritti e i doveri nel mondo degli adulti, non poteva più lasciare il manto setoso sciolto sulle spalle, come era d'uso tra le fanciulle.

Sua madre li pettinò in due trecce, fissandole poi al capo con forcine d'osso.

A Villa Translook venne accolta con grande affetto e sistemata nella nursery al secondo piano.

Appena ebbe tra le braccia il suo nuovo trastullo capì che era nata per fare la tata.

Quando anni dopo il lavoro di balia asciutta finì non si diede per vinta cercando di essere utile per altri mestieri, portando a termine qualsiasi compito e aiutando gli altri nelle loro mansioni. Divenne quindi la cameriera personale della Contessa madre servendola per anni, fino al giorno della morte.

Nel 1918 si presentò un'influenza chiamata "la Spagnola" che si rivelò letale, soprattutto per gli adulti sani.

Gli ospedali erano gremiti dai malati, e per strada si girava con la mascherina di garza sul volto, evitando contatti di qualsivoglia genere e cercando di non entrare in luoghi affollati.  La micidiale influenza si diffuse rapidamente e la guerra facilitò la diffusione di un ceppo più energico facendo propagare il virus in tutta Europa.

I morti passarono da un milione a quattro milioni, e i giornali non parlavano d'altro, mietendo panico tra il popolo.

Nel Marzo del 1919 l'influenza scomparve come era arrivata, lasciando sul campo più morti della guerra stessa, spegnendo anche le vite della madre di Ludovico, del padre, di due camerieri, un garzone, e la cuoca.  

Senza farsi prendere dal panico, Elisabeth si rimboccò le maniche e lavorò senza tregua e risparmio, correndo da un capezzale all'altro, nella giusta convinzione che i malati dovevano essere accuditi con dedizione totale.  

Non dormì né mangiò per giorni, tenendo la mano dei suoi signori sino all'ultimo respiro. 

Il dolore di Ludovico fu immenso tanto che sembrava di aver dimenticato di vivere perdendosi nel rimpianto, nei ricordi, nelle lacrime, paralizzandosi a livello fisico e mentale, scivolando senza rendersene conto nella stessa fossa in cui erano stati sepolti i suoi cari morti.

Non mangiava, non dormiva, non leggeva i giornali, non comunicava più con i suoi avvocati, né con il suo agente di borsa.

Con i domestici solerti si esprimeva a monosillabi, i quali fecero di tutto per non farlo sentire a disagio.

Fu allora che Elisabeth diventò la sua ombra, tendendo l'orecchio al rumore dei suoi passi, scrutandolo da lontano senza perderlo mai di vista, e facendosi trovare nei luoghi in cui sarebbe passato.

Ella lo seguiva rimanendo immobile, senza dire nulla, facendo in modo che si sentisse in colpa, e questo metodo funzionò, poiché piano piano Ludovico ricominciò a vivere per farla contenta.

Lei lo aveva salvato, e per questo motivo Elisabeth chiamava il Conte per nome. 

All'epoca dei fatti che narro Elisabeth aveva cinquantacinque anni ed era una donna giovanile e piacente.

Vestiva di nero, come tutte le governanti, ma il suo abito aveva il colletto e i polsi cinti da strisce di pizzo lavorato al tombolo, dalle industriose ricamatrici di Pescino.

Il suo viso aveva tratti morbidi con zigomi importanti, pelle color pesca e occhi scuri che scavavano l'anima, alla scoperta di segreti nascosti. Due trecce spesse le incoronavano il capo come un'aureola. Unico vezzo, un paio di pendenti ai lobi.

Ambre color arancio incastonate in oro, dono della Contessa madre.

<< Venite Elisabeth, accomodatevi. >> la invitò gentilmente il Conte.

<< Non potrei mai.>> rispose lei asciutta.

<< Allora ve lo ordino.>> replicò egli.  Ella mite si sedette di fronte al Conte. 

<< Come sapete Elisabeth, non mi sono mai sposato, un po’ perché sono stato un malandrino e un po’ per un problema che tutti conoscete. Da troppo tempo in questa casa non c’è gioia, ed io non faccio che farmi del male perdendomi nei ricordi disgraziati della mia vita passata.>> Ludovico fece una pausa passandosi le mani nei bei capelli lunghi, sale e pepe.

 << Ludovico, come posso aiutarvi? Sapete bene che sono anni che vi ripeto le stesse frasi.>> rispose ella posandole una mano sul ginocchio destro. Egli coprì la mano con la sua.

 << Lo so, mi avete esortato a ricercare la serenità interiore, ma come sapete non ci sono riuscito.>>

 << Avete preso una decisione in merito?>> domandò Elisabeth con un filo di speranza nella voce.

 << Vorrei che Adalberto tornasse a casa. Vorrei invitare Marcovaldo per le feste Natalizie. Darete ordini per aprire la villa agli ospiti. Basta malinconie.>> sul viso di Elisabeth nacque un sorriso straordinario, già si sentiva in fregole al solo pensiero. 

Avrebbe aperto stanze chiuse da troppo tempo, spalancato guardaroba, rinfrescato biancheria ricamata e fatto cucinare delizie che avrebbero invogliato gli ospiti a sedere a tavola a cuor leggero. Il suo sogno stava per avverarsi. Sorrise tra sé.

<< Inoltre,>> proseguì il Conte << devo alleggerirmi l'animo da un'angoscia nata in conseguenza di un mio comportamento poco onorevole di cui non vado fiero, tenuto nei confronti di tre nobildonne.>>

<< State celiando?>> domandò Elisabeth deglutendo saliva.

Ella credeva il suo prediletto candido come l'ala di un cigno. In risposta il Conte tirò la striscia di seta del campanello accanto al caminetto. Poco dopo si presentò il maggiordomo.

<< Conte, comandi.>>

<< Due coppe con del cognac. Grazie Puddu.>>

Severino si diresse verso un mobile di lucido palissandro, dove bottiglie di cristallo bombate risplendevano di sfumature autunnali. Il vassoio venne posto con attenzione sul tavolino tra le poltrone, poi Severino svanì, silenzioso e composto.  Ludovico ed Elisabeth bevvero un sorso dopo aver brindato. Ci voleva proprio in quella fredda serata.

<< Elisabeth, vorrei che voi non mi giudicaste, ma so già che non posso pretenderlo. Vi prego solo di non essere troppo dura nei vostri giudizi. Negli anni ho conosciuto tante donne, forse troppe, e di certe non ricordo un bel niente, di altre ancora meno, ma di tre di esse mi ricordo bene.>>

Il Conte fece una pausa e ingollò una sorsata di cognac come fosse acqua, doveva farsi coraggio?

<< Vi ricordate quando Adalberto, Marcovaldo ed io non facevamo altro che darvi dispiaceri combinandone di tutti i colori?>>

<< Certo, come potrei essermene scordata? Ho sofferto per i vostri scherzi, le vostre malefatte e le vostre partenze improvvise.>>

<< Mi scuso ancora con voi, quando si è giovani e sciocchi non si comprende il valore dei sentimenti altrui.>> rispose il Conte, poi fece una pausa greve di significato.

<< In uno di quei momenti idioti conobbi la Contessina Concita De Suarez, la quale mi fece battere il cuore e la convinsi a scappare con me.>>

<< Oh, mio Dio!>> urlò Elisabeth tappandosi la bocca con la mano.

<< Lo sapevo, vi ho sconvolta.>> esclamò il Conte.

<< Andate avanti, vi prego.>> lo invitò lei senza tante cerimonie.

<< Le diedi un appuntamento notturno, poi mi accorsi della luna piena e preoccupato di spaventarla a morte non mi presentai.>>

<< Ludovico!!>> e questa volta la sorsata di cognac la ingollò lei.

<< Se non ho capito male, l'avete riempita di promesse e speranze dicendole di amarla e poi l'avete abbandonata? >> domandò esterrefatta.

<< Si.>>

<< Non posso credere alle mie orecchie e non vi dico cosa penso.>>

<< Fate pure invece, me lo merito.>>

Elisabeth si alzò e misurando il salotto con passi nervosi chiese: << Avete altre sorprese?>>

<< Ciò che feci alla Contessina De Suarez lo feci anche alla Contessina Ofelia De Flaubert e alla Contessina Amalia Genev.>> il Conte si zittì.

Elisabeth ancora in piedi presso la poltrona si raddrizzò in tutta la sua figura.

<< Ludovico, dovete riparare i torti fatti prima che Dio vi presenti il conto.>>

<< Sono d'accordo con voi. Questa sera stessa scriverò alle tre signore con grande umiltà chiedendo venia, e chiederò loro d'essere mie ospiti nel periodo natalizio, e già che ci sono scriverò anche a Lady Morgana da Clongravin.>>

<< Ah, l'amica di cui mi avete parlato in più di un'occasione, mi piacerebbe conoscerla. Per quanto riguarda le Contesse, penso sia il minimo che possiate fare, sempre che le tre Dame tradite vi rispondano. Vi auguro che non sia troppo tardi per fare ammenda. Sappiate comunque che il mio bene per voi rimane inalterato, anche se devo ammettere che non mi toglierei la gioia di darvi una tirata d'orecchi come facevo qualche anno fa!>>

<< Mi sembra giusto.>> rispose il Conte fissandosi le mani << se volete procedere.>>

<< Non dite insulsaggini e datevi da fare.>> brindarono quindi alla riuscita del progetto.

 

*******

 

Il Conte passò un'ora allo scrittoio tra fogli di carta pergamena, il timbro con l’effige del suo stemma, il calamaio d'argento colmo di inchiostro color seppia e una penna con il pennino in oro.

Mentre scriveva ritornarono ad affacciarsi al davanzale della sua mente ricordi sempre più nitidi.

Un po’ si innervosiva, un po’ si inteneriva, fino a quando firmò anche la sua ultima lettera. Chiamò il valletto personale e portò il suo nobile didietro sul letto a baldacchino che era appartenuto alla nonna materna. Dormì sonni agitati pur non essendoci la luna piena.                                                           

Il mattino dopo le missive furono inviate dal bravo Puddu, dopo che Elisabeth gli raccontò della decisione del Conte. Il suo commento fu:

<< Tanto va la gatta al lardo che lo zampino ci lascia.>>

<< Cosa volete insinuare Severino?>> domandò la governante già sul piede di guerra.

<< Di maledizione trattasi.>> rispose egli senza scomporsi.

<< E cioè?>> domandò ella fingendosi irritata.

<< Tre donne tradite sono.  Inquietate sono, come mufloni sardi. Il malocchio gettato hanno sul Conte Casanova. Semplice come bere un bicchiere d'acqua.>>

Malgrado tutto Elisabeth scoppiò a ridere, poiché non andando troppo per il sottile Puddu aveva colto nel segno e di questo ne era quasi certa. Bisognava solo aspettare per sapere se le Contesse tradite avrebbero accettato l'invito. Mentre aspettiamo le risposte delle tre Contesse offese spenderei due parole nei confronti di Adalberto e Marcovaldo.

Il Conte Marcovaldo Savoretti da Sturla era nato due mesi dopo l'amico Ludovico da una coppia di amici intimi dei Conti Translook con i quali trascorrevano tutti i fine settimana e le vacanze estive.  I due pargoli crebbero insieme e in accordo amorevole passarono tutto il loro tempo a fare scherzi poco graditi alla servitù, non mancando di infastidire tutti i gatti della zona e le povere lucertole che si nascondevano terrorizzate.

Elisabeth li tenne sotto controllo seguendoli passo passo con grande fatica sino ai dodici anni, dopo di che le riuscì quasi impossibile star dietro a tutto ciò che si inventavano, poiché ne combinavano di cotte e di crude.

Tutto nella norma quindi, fino a quando Marcovaldo spense le candeline del suo tredicesimo compleanno cambiando completamente gusti sul modo di intendere il divertimento.

Smise di fare scherzi, di andare a giocare con l'aquilone o di rubare i dolci dalla madia della cucina.

Gli venne invece una passione folgorante per i macchinari in genere e nel caso specifico di un mangano nella lavanderia di Villa Translook.

<< Marcovaldo vieni a pesca più tardi? Ho dei piombini nuovi di zecca, guarda qui.>> Ludovico apriva il pugno mostrando sul palmo tre piombini nuovi.

<< Oh, belli, ma non saprei...pensavo di scendere in lavanderia a giocare con il mangano.>>

<< Sei sempre in lavanderia. Quante volte si può guardare un mangano?  Compreso come funziona, non c'è più nulla da scoprire, e poi scusa, ma a casa vostra non avete un mangano?>>

<< Certo che l'abbiamo, ma il vostro è più bello, più grande, fatto con materiali diversi.>> Ludovico fece spallucce ma non capiva come si potesse rinunciare ai vermi e alla spiaggia per osservare un mangano visto e rivisto. Ci pensò un po’ e poi si informò presso i suoi famigliari chiedendo spiegazioni.

<< Caro Ludovico, i mangani possono essere più interessanti di quanto tu non creda.>> il giovane Conte non comprese cosa intendesse il nonno e si diresse dal padre che alla domanda rise di gusto.

<< Marcovaldo diventerà un inventore e forse sta studiando come migliorare la strizzata.>> capendo ancora meno si avviò da sua madre. 

<< Caro il mio ragazzo, ognuno sceglie la strada che meglio gli calza per poter crescere.>>

Ma che risposta era? Non ricavandone un ragno dal buco ci mise una pietra sopra per quasi un mese, fino al giorno in cui chiese all’amico ancora una volta se volesse accompagnarlo a pescare.

<< Non ne ho voglia, vado a controllare il mangano.>>

<< Ancora?>> domandò stranito. Marcovaldo rispose un secco si incamminandosi verso le scale che portavano al piano di sotto, mentre Ludovico rimanendoci male restò sulle sue per qualche minuto con le braccia conserte e il broncio truce, ma poco dopo ci ripensò e seguì l'amico. Arrivato in fondo alle scale davanti alla dispensa girò a sinistra verso la stanza della lavanderia.

<< Signorino che fate qui? Questo non è posto per voi.>> lo avvertì una cameriera molto gentile bloccandogli il passaggio.

<< Per carità sono un uomo ormai, non chiamatemi signorino. Con permesso.>> detto questo la scansò con grazia proseguendo il suo cammino.

Sulla soglia della lavanderia vide Marcovaldo seduto su di un vecchio tino capovolto, con le braccia che circondavano le ginocchia strette al petto, fasciate dai pantaloni di lino blu alla zuava. Aveva lo sguardo fisso, sembrava ipnotizzato.

Gli fece un cenno con la mano per richiamare la sua attenzione, ma non sortì nessun effetto, allora fece alcuni passi e capì.

La grande stanza si divideva in tre settori: bollitura della biancheria nei tini con soda e bicarbonato e aceto bianco, sciacquatura con acqua fredda, cenere e spazzola, infine strizzatura con il mangano. Ah, ecco, appunto, il mangano.

Una fanciulla di circa quindici anni inseriva la biancheria nel rullo, un'altra girava la manovella con ritmo cadenzato muovendo il braccio bianco e tornito in senso orario, dando al petto, che fuoriusciva dalla camicetta di cotonina in forma generosa, un moto di propulsione gradevolissimo.

Su e giù, su e giù .........Ludovico rimase a bocca aperta completamente affascinato e senza staccare gli occhi dalla visione celestiale si posizionò accanto all'amico, che senza dire una sola parola gli fece spazio sul tino capovolto.

Passarono così interi pomeriggi, tra le risatine delle fanciulle che non si tiravano certo indietro, capendo che la lavanderia e limitrofi sarebbero stati spazi dove scoprire nuove emozioni nel prossimo futuro, sicuramente più spettacolari dei piombini da pesca e in adorazione della fanciulla, la quale si chiamava Celeste, e appena un anno dopo fu particolarmente generosa con Marcovaldo, suo più grande sostenitore.

Alla fine dell'estate i Conti Savoretti iscrissero Marcovaldo al collegio militare, il quale partì con la tristezza nel cuore, mentre Ludovico e Adalberto rimasero a casa a studiare con il precettore, ed ambedue se la cavarono egregiamente. 

Ma come arrivò Adalberto in quella casa?

Un pomeriggio d'inverno il giardiniere Carlo Ginestra percorrendo il sentiero che portava alla "Fontana del Diavolo", così si chiamava la fontana posizionata nel centro del parco di Villa Translook, con tanto di diavolo che zampillava acqua dalle corna, piegò a sinistra verso un cancelletto di legno che delimitava il roseto. Si fermò ad estirpare un'erbaccia, poi riprese il cammino, ma si fermò quasi subito, arrestato da un vagito bello chiaro. Pensò che un animale morente fosse rimasto imprigionato nel filo spinato che sosteneva il recinto del roseto, si inchinò quindi a cercare nei rovi, trovando una cesta di midollino intrecciato con dentro un neonato. Per poco non gli venne un colpo.

Raccolse la cesta e la portò di corsa ai padroni, i quali già euforici per la nascita del loro piccolo Ludovico, accolsero come un dono del cielo il nuovo arrivato.

Al momento del ritrovamento l'infante indossava biancheria pregiata con le inziali ricamate A e K e così per logica deduzione lo chiamarono Adalberto Kant Translook, anche se la cuoca propose il nome di Accanto Cancelletto, poiché al momento del ritrovamento si trovava appunto accanto ad un piccolo cancello. Dopo che tutti la guardarono come se fosse diventata improvvisamente deficiente, si decise per Adalberto Kant.

Da quel giorno Ludovico ed Adalberto divennero fratelli di latte, poiché nutriti dalla stessa balia e accuditi amorevolmente da Elisabeth.

L'infanzia di Adalberto trascorse in un limbo di gioiosa e serena tranquillità e ubbidienza e tutte le donne di casa Translook auspicarono per sé stesse un bambino simile.

Una sera fu portato ad assistere ad un concerto per pianoforte ed archi con musiche di Beethoven, con il risultato che la notte non dormì per l'eccitazione ed il giorno dopo chiese alla madre adottiva se poteva strimpellare il pianoforte sito nel salottino privato.  

<< Ma certo!>> rispose ella senza sapere di essersi, con quelle parole, tirata dietro le ingiurie della servitù e dei famigliari.

Adalberto immaginandosi un grande musicista, appena si trovava libero dallo studio, si accaniva sulla tastiera del povero strumento senza nessun controllo fisico ne ovviamente nessuna conoscenza musicale, facendone scaturire un cozzare di suoni, deleterio per il sistema nervoso di chiunque, e se per disgrazia qualcuno si trovava a passare davanti alla porta aperta del salottino della Contessa, restava folgorato vedendo un paggio biondo che scuoteva la testa come un epilettico, saltando sullo sgabello imbottito di velluto verde mentre pestava i polpastrelli con rabbia disumana sui poveri tasti bianchi e neri.

"Che il bimbo fosse posseduto?" si chiedeva la servitù.

La Contessa non entrò più nel salottino privato, finché esausta ebbe la sana idea di far trasportare il piano in una stanza lontana sita nella parte meno vissuta della grande villa, con conseguenti bestemmie dei trasportatori, i quali vennero scelti tra i pescatori più forzuti di Pescino.

Ma lo strazio non ebbe fine ed un giorno in cui la Contessa aveva il ciclo mensile e quindi un diavolo per capello, si unì al grido della servitù chiedendo pietà.

Come al solito fu Elisabeth a risolvere il problema suggerendo ai Conti di iscriverlo a lezione di pianoforte. Così fu deciso, ma fu mandato Adalberto dal Maestro e non viceversa. La villa ritrovò i suoi silenzi, la servitù il suo equilibrio e la Contessa il suo salottino.

Anche Elisabeth tirò un sospiro di sollievo e quando un giorno vide Ludovico soffiare convinto dentro un piffero di legno lo distrasse immediatamente, nascondendo il piffero in soffitta.

Nel frattempo Adalberto divenne bravo, così bravo che fu deciso di iscriverlo al conservatorio di Milano.

Luca pianse calde lacrime, Marcovaldo gli fece eco e Adalberto restituì la fiducia dei suoi genitori adottivi diventando uno dei pianisti più acclamati e amati in Europa.

         

 

*******

 

Madrid 1920.

 

<< Contessa? Scusate il disturbo, è arrivata la posta.>>

La Contessa Concita De Suarez sorrise.

<< Nessun disturbo, posatela sul tavolino. Grazie.>>

Il zelante maggiordomo depose le missive su un tavolino di legno, ornato da piccoli rombi in madreperla. Ella chiuse il libro foderato in cuoio con fregi in oro zecchino ad adornarne il titolo: " La ruota dei nativi d'America."  Si alzò e prese il plico di lettere.

Aveva amici sparsi in tutto il mondo ed era abituata ad un eterogeneo scambio di messaggi epistolari, soprattutto con studiosi e scienziati, essendo di fatto una famosa medium, anzi la reincarnazione di uno sciamano indo americano vissuto nel secolo precedente.

Portava la sua conoscenza in giro per il mondo attraverso incontri organizzati e collaborando a stretto contatto con la polizia, che la riteneva a ragion veduta fonte certa di informazioni precise. Smistò le buste con indirizzi e nomi ridondanti e un sorriso leggero sulle labbra minute, poi di colpo il sorriso le si smorzò come un moccolo arrivato alla fine della vita. 

<< Pescino? Conte Ludovico Translook? >> si sedette per recuperare un respiro regolare poiché le si era bloccato in gola.

Tirò il cordone dorato del campanello con tutte e due le mani e con una forza tale che avrebbe potuto staccarlo dal muro.

<< Si Contessa, ordini pure.>> il maggiordomo arrivò con l'espressione preoccupata.

<< Ho urgente bisogno di un cordiale!>>

<< Contessa voi non bevete liquori. Mai! Almeno da quando vi conosco, e vi assicuro con fermezza che sono più di vent''anni.>> rispose egli con la sicurezza di colui che sa cosa dice.

<< Lo so, ma c'è sempre una prima volta. >> sentenziò ella appoggiando il capo sulla spalliera dell’antico sofà, ricoperto da un arazzo con l'effige di un lupo dagli occhi di ghiaccio.

 Il maggiordomo davanti al bancone di legno bianco, impreziosito da una penna d'aquila sotto vetro, non seppe decidersi.

Voltandosi verso la Contessa domandò:

<< Mi scusi, ha delle preferenze?>> Ella alzò sconsolata lo sguardo e con voce appena udibile mormorò:

<< Veleno, ci vorrebbe del veleno.>>

<< Parlate seriamente?>> chiese il maggiordomo confuso. Concita si alzò.

<< Scusate, ho appena avuto un piccolo shock. Abbiate pazienza. Portatemi un calice di vino rosso, sarà più che sufficiente. Grazie Pachito.>>

Pachito si dileguò veloce. Concita prese la busta e si sedette. Aprirla? Non aprirla? Buttarla direttamente tra le fiamme del caminetto? Non trovava il coraggio di affrontare quei ricordi così ancora vividi e tangibili. 

Il maggiordomo arrivò poco dopo con un calice colmo di un liquido color rubino profumato di fragole.

Congedato Pachito Concita bevve amaramente il vino e si accinse a leggere il contenuto del foglio in pergamena.

 

 

" Carissima Contessa Concita De Suarez, non vorrei recarvi disturbo, né crearvi imbarazzo, ma arrivato all'età di quarantacinque anni e rivisitata tutta la mia esistenza, ho deciso di chiedervi perdono per il comportamento tenuto nei vostri confronti all'epoca dei fatti che voi ed io conosciamo molto bene.

Sono consapevole che potreste stracciare questo foglio senza finire di leggerlo, ma confido nella vostra bontà, virtù che vi appartiene e che ricordo con fervore. 

Vi chiedo formalmente di poter avere l'opportunità di raccontarvi la verità. 

Per questo motivo vi invito a passare le feste della prossima Strenna nella mia dimora a Pescino.  Sperando in un vostro consenso attendo vostre notizie."

 

 Servo vostro.

 Conte Ludovico Translook.    

                                                                                   

               

La Contessa chiuse il foglio, bevve un altro sorso di vino e lasciò che lo sguardo vagasse libero oltre la finestra a doppie porte, dove il cielo di mezzogiorno velato da piccoli cirri vaporosi sembrava immobile. Ne fissò uno in particolare che le ricordò la forma della gonna rossa indossata la notte del ballo.

Compiva quel giorno sedici anni ed entrava in società.

Il salone splendeva nella sua magnificenza, abbracciato da decine e decine di fiammelle arancioni che sembravano ballerine leggere piegate dalla brezza estiva e che invitavano gli ospiti ad uscire verso il patio battuto in terra rossa.

Durante la pubertà perse la madre e per Concita fu un trauma terribile. Per qualche anno lottò contro la depressione credendo di non farcela, ma non solo superò l'ostacolo eludendo per sempre il dolore e riuscendo nel compito difficile di non buttare la sua vita nelle ortiche, ma quando suo padre si sposò con un'altra donna ella abbracciò amorevolmente i fratelli che vennero, avendo così la possibilità di vivere in una famiglia allargata.

Tutto ciò spalancò i suoi orizzonti alimentando la sua sensibilità.

Quella sera, il tempo, essenza irreale, che i benpensanti cercano di infiltrare nelle menti dell'ignoranti convincendoli della sua esistenza, si eclissò per magia fermandosi e aspettando che Concita scendesse la scalinata avvolta in un abito rosso fuoco dalle striature cangianti e i capelli leggeri e gonfi trattenuti da un prezioso cerchietto di rubini.  

Nel volto dalla pelle brunita gli occhi color delle castagne mature, nascondevano timidezza.

I giovani le furono presto tutti intorno, eleganti e vivaci, accerchiandola in una danza pressante di corteggiamento mentre note nostalgiche madrilene uscivano dalle chitarre pizzicate con maestria dai musici presenti e provocando sospiri nelle dame romantiche. 

Concita in imbarazzo si schermì tra i giovani pretendenti senza nessun desiderio di compiacere le loro pretese, mentre suo padre storceva il naso poiché aveva radunato per l'occasione i più promettenti e ricchi giovani d'Europa, presentandoli alla figlia in pompa magna. 

Ella ascoltò i nomi con svogliatezza e una smorfia di menefreghismo sul viso finché incontrò gli occhi del Conte, leggermente in giù e colmi di promesse irradianti.

Il sorriso che egli le rivolse la travolse come un'onda gigantesca, avvolgendola in una vampata di calore sconosciuto.

Da quel momento desiderò solo che Ludovico la portasse verso l'angolo più buio del cortile. 

Il Conte da parte sua compresso dalla giovane età e la voglia di uscire dai binari la baciò con passione sotto un cielo senza luna, ed ella si lasciò andare tremante desiderando in cuor suo che il momento si focalizzasse per sempre in quell'attimo di totale abbandono.

I giorni che seguirono furono un connubio di risate, di sole e promesse colme di baci rubati dietro i giardini della casa colonica.

Qualche giorno dopo Concita ricevette un biglietto consegnato da un amico del Conte.

               

Vi aspetto domani a mezzanotte in punto, presso il portico.

Una carrozza ci porterà al porto, dove una nave salperà, portandoci in Italia.

Verrete? Vostro Ludovico.

 

Ella rispose con un altro biglietto:

Verrò poiché vi amo. Vostra Concita.

 

La notte del giorno dopo Concita si presentò puntuale, senza pensare neppure per un solo istante al dolore che avrebbe causato ai famigliari, poiché l'amore per Ludovico la spingeva a rinnegare tutto ciò che possedeva.  Aspettò nascosta nell'ombra del portico, con un raggio di luna piena a rischiararle l'orlo della gonna e la sacca di piccole dimensioni appoggiata sul terreno: nelle mani il biglietto che il giovane Conte le aveva scritto.

Fissò la luna con il sorriso sulle labbra minuto dopo minuto fino a quando la stanchezza le imprigionò le membra facendola scivolare contro il muro di pietra sino a terra, dove sfinita l'accolse il sonno.

Il mattino dopo fu la sorella a trovarla ripiegata su se stessa in una posizione scomposta con gli abiti sgualciti e i capelli spettinati.

La svegliò con dolcezza accompagnandola attraverso i muri della casa silente.

Al sicuro nella sua camera Concita si lasciò andare a un pianto straziante, stringendo tra le mani il biglietto del Conte.

Cadde febbricitante per settimane perdendo peso e interesse alla vita, rimanendo ostaggio di se stessa, fino al giorno in cui suo padre le portò in camera un cucciolo di gatto.

L'amore per gli animali e la natura l'aiutarono a recuperare l'autostima, donandole la forza di studiare e prendersi un posto nel mondo di tutto rispetto. Non si sposò ne ebbe figli.

Ripensando a tutto il calvario subito si ritrovò con gli occhi colmi di lacrime decisa a farsi giustizia.

Rispose al Conte con un telegramma breve e freddo che accettava l'ospitalità.

Sapeva cosa andava fatto e lo avrebbe fatto. Ci sarebbe stato da divertirsi.

 

                                                        

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 Parigi 1920.

 

L’applauso scoppiò fragoroso e i “Brava” si sprecarono nella volta settecentesca del teatro "Mogador " di Parigi.

In galleria le persone si alzarono in piedi urlando il suo nome, e poco dopo anche se non si usava farlo per questioni di contegno, anche la platea le fece eco.

<< Ofelia, sei fantastica.>> ella si fece avanti ancora una volta sul bordo del proscenio, inchinandosi agli spettatori con gratitudine.

In quei momenti si sentiva immortale.

Rimase prostrata per il suo pubblico, il quale l'omaggiava di sì fatta bravura, poi chiamò accanto a sé con il cenno di una mano, gli attori che da mesi si univano alla rappresentazione della Bisbetica domata di Shakespeare.

Gli applausi scrosciarono calorosi, protraendosi anche dopo che il pesante sipario di velluto rosso calò, lasciando la gente ancora in estasi a discorrere della bella serata appena trascorsa.

Dietro le quinte il viavai degli attori e degli addetti ai lavori si tramutò in un allegro frastuono.

Più tardi si sarebbero ritrovati al Caffè Rouge per festeggiare l'ennesimo successo di Ofelia, la quale si sentiva pienamente meritevole di mettere fine ad una stagione di duro lavoro, passando i prossimi due mesi tra viaggi e svenevoli discorsi.

Per quale motivo non avrebbe dovuto prendersi il meritato riposo?

In camerino si fece aiutare dalla sua cameriera personale per uscire dall'abbraccio opprimente di un abito di scena.

<< Non capisco come riusciamo noi donne a stare tutto il giorno dentro questi busti. Uno strazio, una mortificazione del corpo e anche dell'intelligenza femminile. Poveracce, siamo da compatire.>> disse Ofelia rivolgendosi ad Annette, la quale l'aiutava a sfilare strati di biancheria rigida come cartone.

<< Che ne pensi?>> chiese ancora sfilando decine di forcine dalla testa che le erano servite per tenere insieme un tupè di capelli finti, per sostenere una pettinatura d'epoca cinquecentesca.

<< Non possiamo fare altrimenti, chi bella vuole apparire un poco deve soffrire.>> rispose Annette piacevolmente pratica.

<< Hai ragione, magari anche io fra qualche anno non vorrò disfarmi di questo taglio di capelli alla maschietta. E' possibile che fra poco tempo questa pettinatura potrebbe essere definita giurassica!!!>>

Si infilò un abito da sera ricoperto di perline e veloce iniziò a radunare le sue cose aiutando Annette.

Era stanca e aveva già deciso di fare un'apparizione breve alla festa, cercando di svignarsela il prima possibile.

Aveva vissuto tutta la gioventù intrappolata tra due genitori oppressivi e vecchio stampo che l'avevano obbligata a seguire rigide regole, limitando il suo campo d'azione, chiudendola in un educandato gestito da suore.

Un giorno venne chiamata dalla Madre Superiora che la informò senza tergiversare della morte del padre, caduto da cavallo. Ofelia ritornò a casa ritrovandosi con una madre uscita completamente di senno, la quale rinchiusa in un silenzio cattivo, si rintanò nel castello di famiglia, circondata da fedeli servitori e chiudendo le porte alla vita.

Ofelia rimasta sola e libera non sapeva cosa fare di tutta quella libertà, fino al giorno in cui lesse su una rivista un articolo che parlava di drammatizzazione.

Si iscrisse ad una scuola parigina molto conosciuta e la sua vita cambiò notevolmente, divenendo così una donna completamente indipendente e senza alcun legame genitoriale che l'ammonisse di non fare quello o quell'altro. Alla morte della madre si ritrovò schifosamente ricca, ma non smise di recitare, perché il lavoro la manteneva viva e le regalava grandi soddisfazioni.

Quella sera era al centro dell'attenzione generale, tra amici, nemici, colleghi, conoscenti e giornalisti, tutti accomunati con verità o finzione al brindisi di congratulazioni.

Più tardi tornò a casa un po’ brilla ma piacevolmente felice. Era fatta. Ora era libera di fare qualcosa di diverso, rincorrendo nuove avventure.

Chissà cosa le avrebbe riservato il destino nell'immediato futuro. Il giorno dopo dormì sino alle undici del mattino.

Annette le portò la colazione a letto: un fragrante croissant e un caffè lungo e dolcissimo.

Sul vassoio giacevano alcune buste.

<< Uffa, Annette, la posta no, aprila e leggila tu.>> disse stiracchiandosi come una gatta dentro il pigiama da uomo in pura seta.

Annette aprì la prima lettera e cominciò a leggere con voce stentorea ed eccezionalmente soporifera.

<< Ecco, tu Annette non potresti fare l'attrice. Non ci metti passione, non rispetti le pause. Faresti addormentare tutto il pubblico.>> commentò Ofelia ridendo di gusto. Annette lesse ancora un po’, ma Ofelia le tolse il foglio dalle mani:

<< Oh, ti prego lascia perdere. Sei una lagna. Preparami un bagno. Oggi grandi spese e tu vieni con me.>> si alzò dal letto e prese un'altra lettera. Pescino? Conte Translook? No, sicuramente era uno sbaglio o uno stramaledetto scherzo.

Diede una scorsa veloce rimanendo in piedi in mezzo alla stanza da letto, immobile dalla sorpresa e dallo sdegno, poi come un automa si diresse verso un pouf foderato di raso color cipria e si sedette con un tonfo, i gomiti sulle cosce magre e le dita lunghe infilate nel caschetto di capelli castani, ondulati e leggeri.

 Annette si sporse dalla porta del bagno annunciando:

<< Il bagno è pronto. Vi sentite poco bene?>> Ofelia si scosse rimettendosi in piedi.

<< Tutto a posto Annette, puoi andare. Grazie, ti chiamo quando finisco.>>

Chiuse il foglio nel cassetto di un secretaire e andò in bagno, dove una vasca dai piedi leonini aspettava ricolma di schiuma profumata.

Si spogliò con calma misurata ed entrò nell'acqua, ma calma non era poiché il suo pensiero rincorse quel periodo della sua vita, il quale poteva sembrare nascosto sotto la cenere dei ricordi brucianti e lontani, ma così non era perché se la memoria può scordare, il cuore non dimentica. Appoggiò la nuca sul bordo della vasca e chiuse gli occhi rimembrando il trionfo definitivo a soli vent'anni, gli applausi scroscianti del pubblico che le risuonavano dentro come doni, le congratulazioni dell'impresario teatrale, il suo viso sulla prima pagina del Le Figaro, il camerino invaso da cesti di rose rosse e sempre lo stesso biglietto ad accompagnarle, con i tratti di una scrittura nervosa e leggera:

" Per sempre ai vostri piedi. Conte Ludovico Translook."  E poi l'incontro che la ritrovò scioccamente tremante e fragile.

Il corteggiamento del Conte fu serrato, durò settimane, ma egli ne uscì vincitore poiché fu ella ad invitarlo a casa sua per una cena a lume di candela in una notte che si prospettava infuocata ed ammagliante.

Notte di luna piena e desideri esplosivi, notte in cui Ofelia aspettò invano, senza poter dare una spiegazione logica all'avvenimento, perché le ricerche che fece la portarono al nulla, come se il Conte fosse sparito nella nebbia invernale di Parigi, risucchiato nelle gallerie sotterranee per sempre. 

Aprì gli occhi pensando che per colpa del Conte non aveva voluto dare fiducia a nessun altro uomo.

Scoppiò in una risata in cui vibrava una vena sardonica. Uscì dalla vasca e chiamò Annette.

Ancora avvolta nell'accappatoio di morbida spugna rispose al Conte che era lieta di passare il Natale prossimo a Pescino.

Sapeva cosa andava fatto e l'avrebbe fatto. Ci sarebbe stato da divertirsi.

 

 

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Berna 1920

 

La Contessa Amalia Genev rimescolò le carte delle Sibille più e più volte apprestandosi a farne una lettura rapida per sé stessa, come ormai faceva ogni mattina da più di vent'anni, poiché ciò l'aiutava a cominciare la giornata con il piede giusto.

Pose la prima carta sul tavolino rotondo fermandola con l'indice inanellato da una pietra color indaco: un'acquamarina incastonata in un elaborato cerchio d'argento vecchio di cent'anni e più.  

Uno di quadri: la stanza, notizie importanti, inaspettate. Scelse una seconda carta ponendola al fianco della prima.

Otto di cuori: riunione, il ritorno di qualcuno o di qualcosa.

Prese la terza carta. Due di picche: vecchia signora, bisognava ascoltare una verità.

Riunì il mazzo e lo tenne tra i palmi delle mani mentre mentalmente ringraziava le entità di luce, poi le infilò dentro un sacchetto di seta bianca e infine le chiuse in una scatola di legno di nocciolo.

Si alzò dalla poltroncina proprio nell'attimo in cui la governate entrava nel salotto portando con sé la posta del mattino su di un vassoio d'argento. 

Amalia ringraziò guardando il suo viso riflesso nella specchiera posta sopra il camino acceso, in cui poco prima aveva sparso delle erbe aromatiche per fare della capnomanzia.

Fissò i propri occhi che l'osservavano come fosse un'altra persona.

Si ricompose una ciocca di capelli biondi, elaborati in una acconciatura elegante e raffinata, degna di una regina e si sistemò un pettinino d'argento che aveva il solo compito di abbellire ancora di più la sua folta chioma, se mai ce ne fosse stato bisogno.

Si passò il palmo delle mani sulla gonna grigio fumo, lisciandone il taffetà lucido, poi si sedette e prese la prima busta, ma la lasciò andare subito sapendo che non era quella giusta.

Prese quindi la seconda portandosi all'occhio destro la lente assicurata alla catena d'argento che le pendeva dal collo.

Lesse e poi rilesse.

All'epoca era una giovane signorina, ma già da anni studiava la Chiromanzia e altre discipline sapienziali, praticando presso un noto studio di divinazione con ottimi risultati.

Era nata in una famiglia di nobili studiosi altamente eruditi, portatori di idee innovative e liberali.

I suoi genitori l'appoggiarono nelle scelte di studio che poi proseguì, lasciandola libera di esprimersi come meglio desiderava, anzi, la spronarono a non mollare mai i suoi ideali, riconoscendole senza ombra di dubbio le capacità divinatorie che aveva espresso sin da bambina.  Si immerse quindi nello studio della magia antica e della conoscenza infusa scoprendo d'essere nata per il mondo misterico.

Un giorno mentre la sua insegnante le stava mostrando una figura dell'antico Egitto riguardante le costellazioni dei segni zodiacali, la segretaria introdusse nello studio tre baldi giovani in odore di celie.

Amalia riconoscendo nei giovani gentiluomini la voglia di perdere del tempo, si prese la rivincita facendo in modo che si spaventassero un po’.

Il Conte Savoretti la fissò tutto il tempo senza distrarsi un solo attimo, ma fu il Conte Translook a chiederle più tardi attraverso il recapito di un biglietto, un appuntamento.

Da quel momento Ludovico la tampinò con lunghe ed estenuanti richieste di amore.

Amalia in cuor suo sperava in un gesto galante del giovane Savoretti,, ma sfinita ed indispettita dal silenzio di Marcovaldo accettò il corteggiamento di Ludovico.

Uscirono insieme per qualche tempo, poi il Conte le chiese la famosa prova d'amore.

Amalia accettò, ma solo a patto che facessero l'amore in una radura in mezzo al bosco e sotto i raggi vivifici della luna piena.

Ludovico sparì come era arrivato, senza spiegazioni o sorta di scusa, dissolvendosi nell'aria come se Merlino in persona avesse pronunciato parole magiche. 

Da quel giorno Amalia non prese sul serio nessun altro uomo.

Si sedette alla scrivania disponendosi a rispondere al Conte in modo conciso ed educato, non mancando di ringraziare.

Consegnò la posta alla governante, sottolineando di spedirla il prima possibile. Sapeva cosa doveva essere fatto e l'avrebbe fatto.

Ci sarebbe stato da divertirsi.

                                                                                     

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Pescino 1920

<< Conte scusi il disturbo, la posta arrivata è.>> Puddu entrò in biblioteca con un vassoio colmo di lettere.

<< Grazie Puddu, la porti nello studio, arrivo immediatamente.>> Ludovico si apprestò a rimettere al suo posto un libro di storia appartenuta a suo padre. Una noia mortale, da sbadigli immensi ed eterni.

Sorrise tra se entrando nello studio, dove un bel fuoco scoppiettante rallegrava l'atmosfera. Diede una scorsa veloce a due missive riguardanti i suoi affari all'estero, poi aprì la lettera di Marcovaldo, il quale si riteneva felice di passare il futuro Natale con l'amico più caro che avesse. Che bella notizia! Finalmente si sarebbero ritrovati dopo tanta lontananza.

Già pregustava la leggerezza dei discorsi goliardici fra uomini. Poi lesse la lettera di suo fratello, il quale annunciava il suo prossimo arrivo. Aprì quindi la risposta della Contessa Concita, quella di Ofelia e quella di Amalia, scoprendosi sorpreso che avessero acconsentito.

Mancava solo la risposta di Morgana, ma sicuramente sarebbe arrivata quanto prima.

Non stava più nella pelle e senza pensarci due volte scese in cucina nel seminterrato, entrando nella sala da pranzo della servitù con troppa irruenza e mettendo gli astanti in imbarazzo.

Chi era seduto scattò in piedi, chi era in piedi si paralizzò.

<< Conte, aiutarla possiamo?>> chiese Puddu pensando che la villa stesse andando a fuoco.

<< Arrivano il Conte Adalberto, il Conte Marcovaldo e le tre Contesse. Radunate la servitù. Tra due minuti nel salone principale.>> e senza aspettare tornò sui suoi passi euforico come mai era stato negli ultimi tempi. 

Pochi minuti dopo tutta la servitù aspettava in bell'ordine nel mezzo del salone. Il Conte tossicchiò per schiarirsi la voce:

<< Esattamente tra due giorni arriveranno tre Contesse. Non voglio annoiarvi con dettagli che apprenderete dai vostri superiori perché mi fido di voi. Vi ricordo che la sera della vigilia di Natale si terrà il ballo della servitù: esattamente come si faceva quando mio padre e mia madre erano in vita. Auguro ad ognuno di voi buon lavoro. Potete andare. Puddu ed Elisabeth vi chiedo ancora un po’ del vostro tempo.>>

Congedata la servitù il Conte si rivolse loro:

<< So bene che svolgete il vostro lavoro con passione e professionalità, ma dalla morte dei miei genitori in questa casa non ci sono stati ospiti, per cui vi prego di controllare ogni più piccola minuzia. Se manca qualcosa o c'è bisogno di nuove cose non fatevi scrupolo e chiedete. Controllate che la cuoca e i suoi sottoposti abbiano tutto ciò che serve. Non ho ancora ricevuto la risposta di Lady Morgana, ma non dubito arrivi a momenti. Vi auguro buon lavoro.>>

Da quel momento la villa fu rivoltata da cima a fondo e sia Severino che Elisabeth controllarono personalmente ogni più piccolo angolo con precisione e scrupolosità.

Tutto riluceva, dalle camere della servitù nei sotto tetti, alle cantine fornite di botti in rovere piene di vino e orci ricolme di olio extra vergine d'oliva, acciughe sotto sale e olive sott'olio. Furono anche rivoltate le forme di formaggio messe in fila sulle assi di legno nelle alcove areate e buie, e appesi salumi ad asciugare.

Elisabeth in persona sovraintese all'apertura delle stanze chiuse ormai da più di un anno, esponendo i materassi alla luce del sole dopo averli spolverati abbondantemente di bicarbonato e averli fatti sbattere con il battipanni dalle ragazze chiamate apposta dal paese, le quali sculacciando i malcapitati, cantavano canzoni marinare pescine.

Vennero aperti i guardaroba e antiche cassapanche, scoprendo lenzuola ricamate e trapunte impalpabili di piuma d'oca ricoperte di seta dorata e fragranti di erbe essiccate.

I vetri vennero tersi e gli argenti strofinati fino a risplendere. Lo stesso trattamento venne riservato ai bronzi e agli ottoni.

I mobili furono ingrassati con cera d'api fino a divenire specchi e con essi tutti i pavimenti di legno antico.

Le gocce di cristallo delle lampade divennero invisibili, mentre i tappeti di lana, attutivano ogni più piccolo rumore.

Due giorni dopo la servitù era stremata ma Villa Translook era l'emblema di ciò che si può definire, un palazzo da Re.

La vita aveva ripreso un andamento danzante e gioioso, e il Conte lieto, si mise ad aspettare l'arrivo dei suoi ospiti.

Quella sera, dopo cena, quando ormai tutta la casa dormiva sotto il silenzio della notte e la stanchezza del lavoro, Puddu bussò alla porta del micro salottino-studio di Elisabeth:

<< Avanti.>>

<< Elisabeth, mi scuso, tardi è. Se stanca siete, rimandiamo a domani.>>

<< No, Severino, entrate. Stavo pensando a come posizionare gli addobbi natalizi.>>

Severino si fece avanti con tanto di bottiglia di vetro bombata e due bicchierini a calice, dipinti con dei piccoli non ti scordar di me.

<< Ecco, che il lavoro duro ricompensato sia.>> annunciò colmando i bicchierini con una dose abbondante di erba Luisa.

<< Grazie Severino, ma se posso essere sincera, l'erba Luisa non la digerisco. >> confidò ella senza timore.

<< Basta saperlo, Severino pronto è. Un po’ di Villacidro proporrei.>>

<< E cosa è?>> chiese Elisabeth basita.

<< L'ottava meraviglia del mondo.>>

Puddu sparì tornando poco dopo con una bottiglia colma di un liquido dorato e profumato di zafferano.

<< Severino, dove l'avete preso?>>

<< Sono anni che mandare me lo faccio dalla Sardegna. Assaggiare volete?>>

<< Si, ma solo un goccio.>>

<< Un goccio che va giù come bere un bicchiere d'acqua. No?>>

Elisabeth bevve... e lo fece più di una volta. Il Villacidro era un portento.

Tra un bicchierino e l'altro disquisirono degli addobbi natalizi e come adornare l'albero di Natale.

Infine si diedero la buonanotte e Puddu accompagnò Elisabeth su per le scale sino alla porta della sua camera da letto tenendola per il gomito, poiché vacillava un pochino.

 

*******

 

Il giorno seguente la servitù iniziò a lavorare alle prime luci dell'alba, mentre l'ombra azzurrina della notte che moriva, lasciava il posto all'aria frizzante che trasportava con sé il profumo del pane appena sfornato.

Furono accesi i camini in tutte le stanze e posizionati i tralci di agrifoglio sulla balaustra di legno che correva lungo le scale, e sulle cornici dei camini.

L'albero maestoso e riccamente decorato fu posizionato in un grande angolo del salone, mentre il battacchio di ottone raffigurante il pipistrello a testa in giù, fu onorato da una corona di agrifoglio gigante.

La casa era tutta un fermento e la servitù tutta eccitata.

In cortile si sentivano il via vai degli zoccoli dei cavalli e le voci degli sguatteri di cucina che scaricavano i cibi freschi dai carretti.

I primi ad arrivare furono il Conte Adalberto Kant e il Conte Marcovaldo Savoretti Da Sturla.

La servitù aspettava il loro ingresso in fila e in rispettoso silenzio, nell'atrio accogliente mentre I tre amici si stringevano in un abbraccio che sembrava non dover finire mai, commuovendosi.

<< Quanto tempo!>> esclamò Ludovico battendo con la mano sulla spalla di Marcovaldo.

<< Troppo, tanto è vero che non siamo più giovanotti.>> rispose l'amico ridendo.

Elisabeth venne stritolata da un grande abbraccio e sollevata da terra. Ella si schermì asciugandosi un lacrimone che scappato dall'angolo dell'occhio, rotolò sul labbro superiore, facendola innervosire. Odiava essere colta nelle sue emozioni intime.

Anche Puddu fu omaggiato da una forte stretta di mano.

<< Severino, siete sempre uguale, non invecchiate mai.>> si complimentò Adalberto.

<< Grazie Conte, noi sardi nove vite abbiamo, come i gatti.>> risero tutti passando poi alle presentazioni del resto della servitù e dei valletti personali.

I bagagli furono portati nelle stanze assegnate e le auto parcheggiate in rimessa.

Ludovico fece accomodare i suoi ospiti in salotto chiedendo a Puddu, vista l'ora, di preparare un aperitivo.

Severino armeggiò presso le bottiglie mentre i tre si chiedevano informazioni di vita comune, finché udirono l'arrivo di una carrozza.

Alcuni minuti dopo Puddu introdusse in salotto tre signore.

La prima sulla sinistra era minuta e bruna, con qualche ciocca di capelli che fuoriusciva dallo chignon. Nel viso piccolo e olivastro gli occhi scuri parevano brace roventi. Indossava un abito turchese con una gonna pantalone e le mani erano coperte da guanti di raso moka con ricami preziosi color turchese, mani che stringevano il manico d'argento di un ombrellino in seta color cioccolato.

Al collo le  pendeva una catena d'oro con un rubino grosso come una noce.

La seconda signora era bionda, anzi biondissima con occhi verde prato e pelle color biscotto spruzzato di lentiggini, le labbra atteggiate in un sorriso ironico. I capelli raccolti in una elaboratissima acconciatura raffinata mettevano in risalto l'abito di seta nera e la camicia di pizzo bianco, dove una spilla d'argento mostrava  un'acquamarina ovale color indaco identica a quella che le brillava nell'anello dell'indice della mano destra, elegantemente infilato sopra il guanto di seta nera.

La terza signora indossava un basco verde muschio sopra un morbido caschetto di capelli color ruggine.

Il soprabito dello stesso colore del basco era ornato sul colletto e sul giro manica da una passamaneria color bronzo. Non indossava i guanti poiché li teneva ambedue nella mano sinistra. Nei lobi splendevano due gocce di smeraldi.

<< Allor monsieur, ci lasciate sulla porta come mendicanti?>> chiese Ofelia togliendosi il basco e scrollando la testa come un cavallino baio.

I tre che erano rimasti bloccati per la sorpresa si fecero avanti non del tutto convinti sino ad averle a distanza ravvicinata.

Ludovico strabuzzò gli occhi riconoscendo le sue tre ex amate, e non essendo preparato deglutì prima di esprimersi:

<< Perdonatemi, non vi aspettavo così presto, Ofelia. Sapevo che ognuna di voi sarebbe arrivata in un orario diverso. Vi chiedo umilmente scusa.>> Ofelia allungò la mano senza guanto pur sapendo che il bon-ton italiano non lo prevedeva, ma lei delle regole se ne infischiava, anche se tutto sommato amava ricevere complimenti e gesti di galanteria.

<< Vous etes pardonné.>> lo lusingò Ofelia superandolo per andare a farsi baciare la mano dal Conte Marcovaldo e il Conte Adalberto.

Ludovico si inchinò davanti alla Contessa Concita, la quale non tese la mano inchinando la testa di un decimo di millimetro e a ben guardare sembrava che non l'avesse mossa per niente.

<< Buongiorno Ludovico, vi trovo in forma smagliante. Vogliate scusarci se vi abbiamo sconvolto i programmi arrivando tutte insieme, ma per un destino fortuito ci siamo ritrovate alloggiate al Bristol di Genova, e facendo conoscenza abbiamo scoperto con grande meraviglia, d'essere dirette tutte allo stesso indirizzo, invitate dalla stessa persona. A volte la vita ci riserva delle sorprese inaspettate. Vero?>> domandò la Contessa con malcelata ironia.

<< Vero.>> ammise Ludovico cercando di dissimulare l'imbarazzo crescente, anche perché era la prima volta che vedeva una donna che indossava una gonna pantalone e un'altra con i capelli alla maschietta. Si rivolse quindi ad Amalia:

<<Benvenuta Contessa.>> lei lo guardò con un punto di domanda negli occhi, poi inavvertitamente esordì in una risata squillante.

<< Grazie, ma fatemi il piacere di non rivolgervi a me con l'appellativo di Contessa. Mi chiamo Amalia, ve lo siete scordato? Siamo vecchie conoscenze, giusto? Prima lo metterete in pratica, meglio sarà.>> detto questo allungò la mano guantata che Ludovico prese tra le sue con delicatezza, pronto a inchinarsi per il bacia mano. Ella lo sorprese stringendole la mano con forza come sollevano fare gli uomini tra loro per legare un patto, poi indicando la porta principale si espresse:

<< La diligenza che abbiamo preso a nolo è colma di bauli e valigie, se gentilmente ci mostrate le nostre stanze ne saremo liete, poiché abbiamo bisogno di rinfrescarci.>> e senza aggiungere altro chiamò la sua cameriera personale Michelle, la quale era rimasta qualche passo indietro insieme ad Annette, la cameriera personale di Ofelia e a quella di Concita che rispondeva al nome di Olita.

Il Conte non se lo fece ripetere due volte dando istruzioni in merito al personale, con un'impeccabile signorilità.

Le Contesse vennero quindi accompagnate nelle loro stanze da Elisabeth che fece loro strada, mentre la servitù maschile trasportava i bauli. Nell'aria fluttuavano le note languide del pianoforte.

 

*******

<< Conte il pranzo servito è.>> Severino precedette gli ospiti per aprire le porte del giardino d'inverno, debitamente scaldato per l'occasione.

 Adalberto offrì il braccio ad Ofelia, Ludovico ad Amalia e Marcovaldo a Concita.

Il giardino d'inverno non era grande ma esposto a sud, con una collezione di piante tropicali che esplodevano di fiori dai colori accesi. Presero posto intorno ad una tavola con la base in ferro battuto e il ripiano in cristallo, apparecchiata con porcellane di Laveno bianche come la neve e posate d'argento che risplendevano ai riverberi dei raggi di sole, incastrati nelle vetrate verdine.

<< Vorrei dirvi che apprezzo che siate venute, poiché per me è importante avervi qui. Mi auguro di cuore che il soggiorno sia di vostro gradimento.>> disse Ludovico mentre un cameriere biondo e bello come il sole passava tra gli ospiti con un vassoio colmo di quadratini di polpettone di verdure, caldo e fragrante.

<< Ludovico fate servire i pasti come usano gli aristocratici inglesi? Non si usa più. E’ obsoleto.>> affermò Concita con una sfumatura canzonatoria nella voce.

<< Sono d’accordo con voi Concita.>> confermò Marcovaldo << Troppo solenne.>>

<< Anche io sono d’accordo.>> intervenne Amalia << a casa mia le pietanze vengono servite direttamente in cucina e portate in sala coperte. Meno lavoro per la servitù, che per altro ho ridimensionato. Non saprei dire se è l’età, ma non ho più voglia di avere troppa persone tra i piedi. E voi cosa ne pensate Ofelia?>>

<< Parigi è moderna. Ognuno mangia quando ne ha voglia e dove vuole, ma quando invito faccio preparare grandi cene a buffet, dove ci si serve da soli: sicuramente più divertente.>>

<<Lo scorso anno sono stato in America, e anche lì usano preparare grandi buffet.>> aggiunse Adalberto << praticamente prendi un piatto, scegli ciò che più ti gusta e ti siedi dove capita.>>

<< Gli americani sono simpatici e ospitali, ma non hanno storia né cultura. Sono ricchi e potenti, ma manca loro secoli di bellezza, e la bellezza, scusatemi, non si compra: si crea.>> commentò Ludovico un po’ offeso.

<< Che strano.>> esclamò Concita d’impeto << vi ricordavo più alla mano.>>

Ludovico deglutì poiché sapeva riconoscere una frecciata quando ne sentiva il sibilo.

<< E’ vero, con l’età sono diventato più noioso di un vecchietto. Perdonatemi, sono conservatore e amante delle tradizioni. Datemi un po’ di tempo per adeguarmi alle nuove maniere: potrei stupirvi.>>

<< Su ciò non ve dubbio.>> la frase di Amalia arrivò sul capo del Conte come una mazzata.

Per alcuni secondi nessuno parlò, intenti a servirsi l’insalata dalla conca d’argento che il cameriere bello come il sole porgeva loro.

<< Siete sposata Amalia?>> chiese Marcovaldo all’improvviso.

<< No.>> rispose ella abbassando lo sguardo sul piatto.

<< Perdonatemi, non avrei dovuto.>> si scusò imbarazzato.

<< Non avrebbe dovuto neppure colui che mi ha spezzato il cuore.>> sentenziò Amalia alzando il calice:

<< Vorrei brindare a tutte le donne che non si sono fatte rapire dalla passione.>> Ofelia e Concita si unirono al brindisi, Marcovaldo e Adalberto le imitarono, mentre Ludovico lo fece per non passare da maleducato.

Adalberto che era  particolarmente ironico propose:

<< Io brinderei a coloro che hanno lasciato i posti liberi.>> sollecitando così una risata di gruppo che tolse Ludovico dall’imbarazzo.

<< E voi Ofelia siete sposata?>> domandò ancora il Conte Savoretti.

<< No, sempre grazie ad un uomo molto simile a quello conosciuto da Amalia.>> rispose Ofelia scagliando un’occhiata a Ludovico che avrebbe potuto incenerirlo.

<< Bene, prima che me lo chiediate anche io non mi sono sposata e credo che non ci voglia una grande immaginazione a capire il perché, però ho pensato ad altro e devo ammettere che sono felice della mia scelta.>> esordì Concita.

<< Sono felice per voi.>> si premurò di dirle Ludovico, il quale subito dopo si rivolse ad Ofelia:

<< So che in Francia siete un’attrice famosa ed affermata e il pubblico vi adora. Vivere a Parigi deve essere molto affascinante.>>

<< La recitazione è tutta la mia vita e sono fiera del mio percorso professionale, invece per quanto riguarda Parigi…beh, penso che sia l’unica città al mondo in cui morire di fame è ancora considerata un’arte. Città meravigliosa, ed io non potrei vivere in nessun altro luogo.>>

 

*******

 

<< Che dite amiche mie? Pensate quello che penso io?>> domandò Ofelia più tardi sdraiata sulla dormeuse, avvolta da una vestaglia da camera lilla, adorna di nastri svolazzanti.

<< Certamente>> rispose Concita << Ludovico mi è sembrato un po’ contrito e permaloso. Il suo amico Marcovaldo, antipatico e scontroso e Adalberto ironico e colto.>>

<< Marcovaldo mi urta il sistema nervoso, lo detesto cordialmente e credo che l'antipatia sia reciproca.>> affermò Amalia avvolgendosi nella trapunta color malva.

Si erano radunate nella camera da letto riservata ad Ofelia per il riposino del dopo pranzo, ma più che riposare si scambiarono pettegolezzi sugli uomini della casa.

Ofelia si passò le mani tra i capelli fini e mossi, ridendo sommessamente.

<< Vi prego, fate ridere pure noi.>> la invitò Concita sdraiandosi sul letto al fianco di Amalia, sfilandosi le forcine dalla testa.

<< Stavo pensando all'espressione di Ludovico quando ci ha visto insieme, solo un miracolo l'ha salvato dall'infarto. Comunque ormai siamo qui, non può più tornare indietro.>>

<< Le mie capacità medianiche mi dicono che ci divertiremo.>> profetizzò Concita ridendo.

<< Allora siamo in due a pensarlo. In camera mia ho consultato le rune e devo confermare che vi danno ragione.>> ammise Amalia.

<< Avete notato il maggiordomo?>> domandò Ofelia << Alto, snello ed elegante, mascella quadrata, dentatura perfetta, capelli castani, tempie brizzolate ed occhi verdi. Eh?>>

<< E chi non l'ha notato?>> rispose Amalia giocando con una ciocca di capelli che in quel momento aveva sciolti sulle spalle.

<< Ha il fascino dell'isola, terra argillosa, mare in tempesta e vento di maestrale. Non ti nascondo che mi piacerebbe conoscerlo meglio.>> sottolineò Ofelia strizzando l'occhio in cerca di complicità.

<< E il cameriere che ha servito a tavola? Fisico da atleta, capelli biondo dorato che tenta di pettinare all'indietro, ma che gli ricadono sul viso appena fa un movimento in avanti con la testa, occhi neri con ciglia femminee e bocca carnosa. Un gran bel vedere.>> sottolineò Concita.

<< Li ho notati, veramente notevoli, ma ambedue appartengono alla servitù e il cameriere avrà trent'anni a dire tanto!>> fece notare Amalia.

<< Ma andiamo...vorreste farmi credere che siete così limitata mentalmente? Ma chi se ne importa. Prima di tutto sono uomini, e poi che vuol dire che ha solo trent'anni? Meglio, significa che ha più energia. Pensate…scappare con il maggiordomo e con il primo cameriere. Che romantico! Che ne dite Concita?>> chiese Ofelia atteggiando l'espressione del volto a sognatrice.

<< Dico che la lussuria è uno dei sette peccati capitali, ma posso passarci sopra.>>

La conseguente risata scoppiò irrefrenabile.

 

        

*******

 

 

Il sole tiepido e dicembrino andò a riposare prima del previsto, lasciando la responsabilità di spegnere la luce ad alcuni raggi, che ancora vogliosi di gioco si rincorsero tra i pini marittimi e i fili d'erba, perfettamente rasata.

Amalia avvolta nel paltò color prugna passeggiava lungo i vialetti di ghiaia del parco, pensando che era piacevole camminare senza pensieri con il sole che accarezzava la fine del meriggio. Da lassù vide un veliero solcare le acque con le vele bianche ammainate sull’albero maestro: spazi di luce contro il moka laccato del legno e le sfumature rosa e arancio che svanivano all'orizzonte. Indugiò ancora un attimo sfiorando con la mano la siepe di pitosforo, prima di decidersi a rientrare. Proprio in quel momento sentì una voce maschile provenire da dietro il muro sempreverde. Si fermò ad ascoltare con il fiato sospeso.

<< Questa sera dopo cena spiegherò alle Contesse il perché del mio comportamento, non posso attendere oltre, poiché leggo il risentimento nei loro occhi e lo sento nelle loro parole, e comunque non posso esimermi da comprenderle sin nel profondo perché mi sono comportato da vigliacco. Prima mi tolgo questo peso dalle spalle e meglio sarà: per me e anche per loro.>>

Era la voce di Ludovico e Amalia la riconobbe senza dubbi. Un'altra voce rispose:

<< Sono convinto che capiranno e nessuna ti porterà rancore. Poi in fondo è passato tanto di quel tempo...cosa vuoi che importi ormai? Il trascorrere della vita ha fatto il suo dovere, mettendo i ricordi a tacere.>> Amalia riconobbe anche la voce del fratellastro. Si strinse il paltò contro il petto, perché un brivido le fece venire la pelle d'oca. Si girò su se stessa decisa a tornare sui suoi passi, ma la voce di Adalberto bloccò i suoi piedi sull'erba che poc'anzi aveva calpestato con i suoi stivaletti.

<< Ludovico, io sono con te, e sai che lo sarò per sempre. In fondo non fu colpa di nessuno, anche perché non potevi fare altrimenti, e quando lo sapranno è probabile che ti ringrazieranno. Dai...entriamo, fa piuttosto freddo. Non vedo l'ora di sapere qualcosa di più su di loro. Scusa se te lo chiedo, ma la tua amica irlandese quando arriva? Morgana, giusto?>> Amalia non aspettò la risposta affrettandosi a rientrare.

Alle diciotto in punto si ritrovarono nella sala da pranzo, eleganti e apparentemente sereni.

La tavola di mogano era ricoperta da una tovaglia di fiandra color panna, apparecchiata con un servizio di piatti di Limoges, rifiniti con una sottile doratura. I calici in cristallo sfaccettato, risplendevano sotto i riflessi della luce delle candele bianche, posizionate in due candelabri d'argento a quattro braccia.

<< Sono di vostro gusto le stanze?>> domandò Ludovico immergendo il cucchiaio d'argento nel brodo dorato.

<< Si, grazie Conte. >> rispose subito Ofelia << Buongusto e servizio ineccepibile, non posso che prenderne atto.>>

<< Sebbene non abbiate una compagna, ve la cavate piuttosto bene.>> commentò Concita.

Al Conte sembrò che la risposta di Concita contenesse una punta di sarcasmo, ma volle andare oltre senza commentare, cercando di non farsi prendere dall'impulso di andarsene. Fu Amalia che lo salvò gioiosamente:

<< Non avete bisogno di alcuna donna al vostro fianco, poiché la vostra governante ha buon senso e buongusto da vendere. La stanza dove dormo è accogliente, graziosa e mi ci trovo d'incanto. Non manca la carta da lettere né le candele, anche se ormai ci stiamo abituando tutti alla luce elettrica. Devo però aggiungere che l'atmosfera delle candele non è riproducibile con nessuna invenzione del mondo.>> Marcovaldo si illuminò in viso.

<< Sono d'accordo con voi Amalia. Posso sapere, se non sono indiscreto cosa fate a Berna e di cosa vi occupate?>>

<< Faccio la Contessa e mi occupo dei miei terreni e delle mie proprietà, ma a quanto vedo noto che avete la memoria corta. Sapete molto bene che mi occupo di Astrologia, di Aure, di Chakra. Sono una chiromante che lavora con cristalli e gemme. Pratico la Cristallomanzia, la Tasseografia, la Spodomanzia, la Rapsodomanzia, ecc. In poche parole sono una Wicca.>>

<< Wicca?>> chiesero gli uomini all'unisono.

<< Per spiegarmi meglio, ciò che gli uomini stupidi ed ignoranti chiamano Strega.>>

<< Io non credo affatto in queste cose.>> affermò Marcovaldo sogghignando.

<< Peccato, pensavo foste un uomo colto e di larghe vedute, ma d'altra parte non tutti possono avere accesso ai misteri dell'universo, dico bene?>> controbatté ella sarcastica.

<< Io invece ci credo. Ho sempre trovato interessante tutto ciò a cui la scienza non sa dare una risposta. Possiamo vedervi in azione? Mi piacerebbe farmi leggere la mano o farmi fare un giro di carte per sapere cosa mi riserva il futuro.>> propose Adalberto facendo un gesto con la mano accennando al soffitto della sala, probabilmente per evocare la volta divina del cielo.

<< Voi comprendete poiché siete un'artista ed avete libero accesso ai canali di vibrazioni più sottili.>> Amalia gli sorrise accorgendosi che Marcovaldo si era offeso e che Ludovico era a corto di parole.

<< Infatti Amalia>> continuò Adalberto << Mi piacerebbe andare in fondo alla questione. Avete elencato una lista di discipline a me sconosciute. Per esempio, cosa è la psicomanzia?>>

<< Per carità Adalberto, non tediamo oltre Ludovico e Marcovaldo.>> rispose ella ridendo.

<< Amalia non ci state tediando, e se ciò dovesse accadere ve lo farò sapere, spiegateci. Sono curioso come mio fratello e credo che lo sia anche il mio amico, vero Marcovaldo?>> le fece sapere Ludovico molto gentilmente. Marcovaldo annuì con il capo anche se lo sguardo esprimeva l'esatto contrario.

<< Va bene, si tratta di predire il futuro con le ceneri di un fuoco appena consumato.>>

<< Tutto ciò non ha nulla di scientifico!>> esplose Marcovaldo e senza farla proseguire aggiunse: << Siete forse caduta vittima di allucinazioni e delirio?>>

<< Se fossi in voi mi fermerei qui Conte Savoretti.  Come sapete sono una medium riconosciuta in tutto il mondo e si sa da sempre che Dio ci ha fornito di infinite capacità, che da secoli l'uomo ha insabbiato nel profondo della coscienza, finendo per credere solo alla materia, cioè a ciò che tocca con mano, e questo è immensamente ridicolo.  Ridicolo che nel 1920 ancora si creda che non esistano dimensioni parallele alla nostra. Ci sono persone che sono riuscite a risvegliare conoscenze profonde e certe altre che non ci riusciranno mai e posso affermare con assoluta certezza, che coloro che non ci riusciranno mai, sono proprio le persone limitate ed ottuse come voi.>> Concita concluse il breve monologo stringendo le labbra con stizza.

<< Chiedo scusa, ma mi sono lasciato trasportare dalla concretezza. Ad ogni modo non cambio parere.>> rispose egli per nulla pentito.

<< Penso>> riprese Concita per nulla ammansita << che la concretezza non abbia nulla a che fare con la stupidità. Come ho già detto la magia è legata a doppio nodo con doni che non tutti possono avere l’onore di sviluppare, e voi siete uno di questi, come centinaia di filosofi, teologi, uomini di scienza e vari pensatori minori, negano. Forse non lo sapete, ma tutti i religiosi e i grandi Re della storia hanno fatto uso della magia, e ancora lo interrogano: specialmente della magia teurgica o cerimoniale, anche se in seguito lo hanno negato, combattendola con la violenza, per il semplice fatto che non volevano che il popolo ne venisse a conoscenza. Amalia mantiene l'equilibrio con la Madre Terra e lavora per tutti noi, tenendo vivo il suo Spirito, e se fossi in voi cercherei di apprendere più cose possibili, almeno potreste uscire fuori dai labirinti dell'ignoranza.>> Concita fece una piccola pausa e poi riprese più tranquilla:

<< Amalia mantiene i suoi rituali segreti, non perché fa dei malefici terribili, ma perché i cosiddetti "civili" come voi sono stati così intolleranti nel corso dei secoli, nei confronti della magia, da fare giustiziare tutti coloro che scoprivano qualcosa di sconosciuto.>>

<< Non voglio far giustiziare nessuno, però sono sorpreso che la difendiate con tanto ardore, e debbo dire che ciò vi fa onore.>> rispose Marcovaldo sorridendo, sperando così di non essere additato come persona intollerante.

<< Non dovreste sorprendervi che io sia pronta a difenderla se riflettete un attimo su ciò che mi accumuna ad Amalia. Condividiamo un profondo amore per la Terra, e crediamo che il suo sfruttamento sia una forma di sacrilegio. Dio crea, costruisce, sostiene e accetta senza malizia ne castigo e pregiudizio, invece voi lo avete appena fatto.>>

Il silenzio calò nella sala e per un po’ si sentì solo il tintinnio delle posate a contatto con i piatti.

Fu Ofelia a sciogliere l'imbarazzo.

<< Ho recitato in teatro la storia delle streghe di Salem. Impersonavo una delle ragazze coinvolte: fu un successo clamoroso.>>

<< Se fossi vissuta a Salem nel 1692 e fossi esattamente come sono adesso, mi avrebbero con ogni probabilità arsa viva.>> sottolineò Amalia con enfasi.

<< Non voglio neanche pensarci.>> esclamò Ludovico scrollando le spalle, poiché un brivido gli percorse la spina dorsale.

<< Mi sovviene alla memoria un antico proverbio Amerindo che mio nonno usava ricordare a noi bambini, molto spesso.>> rimembrò Concita portandosi una mano alla fronte << Diceva: tratta bene la Terra, non è un regalo dei tuoi genitori, ti è stata data in prestito da Dio. Non erediti la Terra dai tuoi avi, ma la prendi in prestito per i tuoi futuri figli da Dio.>> i commensali applaudirono e Ludovico si rivolse ad Amalia sussurrando:

<< Mi scuso profondamente da parte di Marcovaldo, perché non è nella sua indole comportarsi in codesto modo. Se però vi può alleviare l'umore, gradirei se dopo cena mi faceste una divinazione con le carte.>> Amalia annuì piegando la testa, rivolgendo a Ludovico un grande sorriso. Marcolvaldo li fissò. Cosa avevano da confabulare?

Cancellò il pensiero negativo e si diede da fare con il cibo che aveva nel piatto, e anche se un po’ di confusione gli frullava il pensiero, era felice di scoprire che Amalia era provvista di personalità.

Conclusa la cena Ludovico si alzò posando il tovagliolo, segno inequivocabile che gli uomini si sarebbero spostati nel salottino del fumo.

<< Se le signore ci scusano, chiediamo il permesso di assentarci qualche minuto.>>

Usciti gli uomini le Contesse andarono nel salotto principale accomodandosi nel divano accanto al fuoco scoppiettante.

<< A Parigi dopo cena gli uomini e le donne rimangono insieme a fare conversazione. Mi sembra che in Italia non ci sia la parità dei sessi.>> esordì Ofelia giocando con la collana di perle che le pendeva sino alla vita.

<< Maschilisti.>> sentenziò Amalia.

<< Assurdo. Sapete che facciamo? Li raggiungiamo nel salottino.>> propose Concita che era ancora contrariata per la discussione di poc'anzi, poi si rivolse al cameriere biondo e bello come il sole, imbalsamato accanto alla porta del salotto.

<< Posso sapere come vi chiamate?>>

<< Enea.>>

<< Nome importante. Quanti anni avete?>>

<< Trentadue.>>

<< Non si aumenti l'età marmocchio, ci pensa già la vita. Quindi?>>

<< Ventinove.>>

<< Bene Enea, possiamo avere qualcosa da bere?>>

<< Certamente. Cosa gradite Contessa?>> domandò Enea con un sorriso smagliante che lo rendeva ancora più bello.

<< Champagne per tutte.>> ordinò Ofelia.

Intanto nel salottino del fumo Ludovico stava riprendendo Marcovaldo:

<< Potevi evitare di farle innervosire, sai bene che più tardi devo raccontare loro tutta la storia della luna piena.>>

<< Ti chiedo scusa, ma quella Amalia ha il potere di farmi perdere le staffe.>> rispose il Conte Savoretti prendendo la coppa di porto che Puddu gli offriva.

<< Ti agita? Bene, in fondo è una strega, ma secondo me, ti piace. Chi disprezza compra, caro mio. Amalia la strega che ammalia, potrebbe piacerti.>> profetizzò Adalberto portandosi la mano sul cuore.

<< Si, come il mal di pancia! Piantala, non sei divertente.>> si schermì' Marcovaldo accomodandosi meglio nella poltrona.

<< Scusa taccio per sempre. Parlami invece di quell'investimento che volevi fare.>> fu così che i tre amici si buttarono con foga in discorsi imprenditoriali dimenticandosi completamente delle Contesse, le quali con i calici colmi di bollicine si presentarono nel salottino dei fumatori una mezz'oretta dopo, annoiate a morte.

<< Ho portato con me le mie carte dei Druidi. Chi vuole pormi delle domande?>> domandò Amalia sorridendo sorniona.

<< Saremo felici di sottoporci alla vostra divinazione con umiltà.>> asserì Ludovico convinto.

Il gruppo si spostò in salotto poiché Amalia aveva bisogno di un tavolino rotondo dove appoggiare le carte. Dopo averle mischiate con maestria domandò chi volesse cominciare e Adalberto si offrì volontario.

<< Avete da pormi una domanda in particolare?>> si informò Amalia.

<< Mi sarebbe piaciuto trovare l'altra metà della mela, ma il mio girovagare per lavoro me lo ha sempre impedito. Ditemi se vedete qualcosa all'orizzonte.>>

<< Certamente, tagliate il mazzo con la mano sinistra.>> Adalberto eseguì mentre Marcovaldo pensava che l'amico fosse caduto vittima di una folle.

<< Benissimo. Ora scegliete quattro carte e posatele una su l'altra senza girarle.>> Adalberto eseguì concentratissimo.

Amalia dispose le carte in semicerchio, poi le voltò una per una studiandole con gli occhi stretti a fessura.

<< La carta del Matto Fintan mac Bochra mi dice che avete un istinto poetico. Il Fante di Coppe dice che amate l'arte. Il dieci di semi di Anguinum dice che sta per arrivare una grande eredità famigliare, infine la carta degli Arcani maggiori Eriu consacra l'impresa vittoriosa, grande successo in amore. Tutto ciò accadrà nei prossimi giorni.>>

Una risata fragorosa ruppe l'incanto ed Amalia alzò il viso verso colui che ancora stava ridendo.

<< Noto con grande dispiacere che il senso del rispetto non vi appartiene, Conte Savoretti.>> constatò Amalia con calma.

<< Scusatemi, veramente chiedo scusa, ma a sentire voi Adalberto fra pochi giorni si innamorerà perdutamente e otterrà una grande eredità.>> fece una piccola pausa e seguitò serissimo:

<< Peccato che vi siate dimenticata che Adalberto e Ludovico hanno perso entrambi i genitori per una disgraziata malattia e che l'eredità l'hanno ricevuta da un pezzo. Siete voi che mancate completamente di rispetto. Fatevi un esame di coscienza e finitela di professare stupidaggini. Siete pazza.>> detto ciò si alzò e lasciò il salotto nello stupore generale.

Adalberto e Ludovico rimasti di sasso si scusarono in tutti i modi possibili e poco dopo Adalberto chiese il permesso di ritirarsi per poter parlare a porte chiuse con Marcovaldo.

<< Vorrei ringraziarvi con tutto il cuore d'aver risposto al mio invito, poiché vi devo una spiegazione che vi spetta di diritto.>> premettendo ciò il Conte Translook si introdusse nel compito impervio di raccontare la sua tragica storia, senza tralasciare il benché minimo dettaglio, per sua fortuna senza mai essere interrotto, riuscendo ad arrivare alla conclusione senza inciampi ne tentennamenti.

L'ultima parola uscita dalle sue labbra si smaterializzò verso il soffitto, perdendosi nell'aria, e poi fu silenzio, che cadde dalle labbra sigillate delle Contesse, dai muri, dalle tende, dal fuoco e dal mondo tutto.

<< Se non foste stato un vigliacco>> esordì Concita dopo il lungo silenzio << dicendo la verità a tempo debito, avreste risparmiato a tutte noi, sofferenze e dolore.>> nella sua voce correva una vera d'amarezza.

<< Ci sono cose che si possono dire solo al buio Concita, e per questo ho passato la vita in solitudine.>>

Amalia si sentì il cuore scoppiare in petto per la tenerezza. Comprendeva Ludovico con tutta se stessa. Lo guardò nella penombra cercando parole che non esistevano, infine sfoderando un sorriso dolcissimo disse:

<< Avervi perso ha creato un vuoto che nessuna parola poteva colmare, ma ora comprendo che avete sofferto più voi di me, e direi che il senso di colpa debba essere cancellato per sempre dalla vostra anima. Vi perdono dal profondo del cuore e farò di tutto per ridarvi la libertà.>>

Ludovico si alzò dalla poltrona e le prese le mani tra le sue:

<< Vi ringrazio, ditemi cosa devo fare.>>

<< Per il momento nulla. Andate a riposare, noi tre abbiamo capito e comprendiamo fino in fondo il vostro problema, vero Ofelia?>>

<< Certo. Il giorno che mi avete abbandonato il cielo ha pianto, ed io con lui, poi è tornato a splendere il sole ed oggi sono fiera di avere chiuso il fazzoletto nel cassetto.>> Ofelia lo disse senza esitazioni.

<< Questa notte studieremo il modo per liberarvi per sempre da questo fardello.>> lo informò Concita.

<< Non avete paura?>> chiese egli perplesso.

<< Se fossi paurosa non sarei una medium e non parlerei con gli spiriti, né tanto meno lo farebbe Amalia. Dico bene Amalia? E tu Ofelia hai paura?>>

<< Io? Muoio dalla curiosità e non vedo l'ora di addentrarmi in dimensioni a me sconosciute. Che romanticismo, sono ospite di Dracula in persona. Quando ho letto il romanzo, ho passato intere notti ad aspettare che un vampiro mi mordesse il collo facendomi diventare anemica e sua succube, per poi struggermi d'amore. Questa notte copritevi il collo amiche mie!>> mentre Ofelia parlava camminava per il salotto tra il fluttuare del suo abito di chiffon color panna, alzando le braccia in cerchio come una ballerina di danza classica e gli occhi sognanti.

Gli altri risero, poi salirono le scale con una candela accesa a testa augurandosi la buonanotte.

Le tre Contesse si riunirono in un'unica camera.

<< Siamo ospiti di un vampiro. Vi rendete conto che solo per un pelo non siamo divenute le sue vittime? Abbiamo rischiato grosso. A questo punto dovremmo anche ringraziarlo di averci piantato in asso.>> ironizzò Concita.

<< Appunto. Che peccato però, me lo sono perso, e quando mi ricapita una fortuna simile? Quanti vampiri può conoscere una donna durante la sua esistenza?>> domandò Ofelia sconsolata.

<< Oh, se è per questo nove donne su dieci si sposano con l'uomo sbagliato e vice versa, per cui diciamo che il mondo è popolato di vampiri succhia energia di cui però non ci accorgiamo. Signore mettiamoci al lavoro, abbiamo un bel po’ da fare, qualcosa mi dice che domani mattina il Conte Savoretti non farà tanto il galletto.>> profetizzò Amalia ridendo.

<< Se non altro mi è sparita completamente la sete di vendetta, e a voi?>> domandò Concita.

<< Anche a me.>> rispose Amalia.

<< E pure a me.>> aggiunse Ofelia chiudendo la porta a chiave…a doppia mandata e incastrando una sedia sotto la maniglia.

 

*******

 

Il giorno seguente le Contesse non si presentarono a colazione, probabilmente stanche per aver passato la notte a studiare una risoluzione per il problemino di Ludovico, il quale risollevato per avere detto tutta la verità alle sue ex amate, era quel mattino, portatore sano di gioia rinnovata.

Anche Ofelia ancora addormentata era colma di inattesa felicità, ma per motivi ben diversi da quelli del Conte.

<< Ora sono più sereno.>> stava dicendo Ludovico a suo fratello e al suo migliore amico, mentre sorseggiavano un caffè caldo << Non avrei potuto sperare di meglio. Sono state comprensive e hanno creduto alla mia storia senza battere ciglio, in più mi hanno offerto tutto il loro appoggio. Penso che questa notte abbiano studiato il mio caso profondamente. Non le vedremo prima di pranzo, almeno credo.>>

<< Come vedi tutto si è sistemato nei migliori dei modi, non vorrei aggiungere " te lo avevo detto">> rispose Adalberto sorridendo amabilmente.

<< Dal momento che ti senti meglio, perché non porti le tue ospiti in gita da qualche parte, così me le togli dai piedi?>> propose Marcovaldo, desideroso di allontanarsi da tutta quella storia quanto prima, poiché il fatto di dormire sotto lo stesso tetto con una medium ed una presunta strega, lo rendeva particolarmente inquieto.

Fu in quell'istante che Puddu entrò in sala portando con sé una missiva. Ludovico aprì la busta suggellata da un giglio viola.

Lesse in silenzio e in silenzio rimase per circa dieci minuti col capo chino e gli occhi fissi sulla tazzina di porcellana.

Marcovaldo e Adalberto capirono subito che la notizia contenuta, non poteva essere di buon auspicio, per cui rispettarono la mancata favella del Conte. Aspettarono, ma Ludovico non accennava a parlare, fu quindi Adalberto a squarciare il velo di sottile divisione che si era intraposto tra loro.

<< Posso aiutarti in qualche modo?>> domandò con delicatezza e a bassa voce.

<< Penso di no, penso che nulla si possa più fare.>> rispose Ludovico laconicamente << Non avrò mai più la possibilità di parlare con Morgana, ho perso l'occasione, non la rivedrò mai più.>> prese il tovagliolo e si asciugò due lacrimoni.

<< Ma perché? Cosa è successo?>> domandò Marcovaldo alzandosi dal suo posto per avvicinarsi al caro amico di sempre.

Senza proferire parola Ludovico allungò la lettera foriera di notizie poco piacevoli a Marcovaldo, il quale la consegnò nelle mani di Adalberto, se non altro per rispetto al Conte, essendo Adalberto il parente più prossimo nella stanza. Adalberto lesse a voce alta:

 

 " Illustrissimo Conte Ludovico Translook, mi duole informarla che Lady Morgana da Clongarvin non abita più a questo indirizzo, poiché passata a miglior vita sette mesi fa, ed essendo io il suo notaio, vi ho cercato  per darvi un plico e una scatola da parte di Lady Morgana. Non riscontrando risultati nella ricerca di un vostro indirizzo ho dovuto abbandonare il compito fino all'arrivo della vostra lettera. Immaginatevi la mia sorpresa. Poiché di passaggio in Italia durante le feste Natalizie, sarei disponibile per una visita di lavoro presso la vostra dimora.

                                                                                                              Cordialmente

                                                                                                              Notaio Andrea Westport.

 

Seguiva l'indirizzo dello studio notarile.

Adalberto deglutì e Marcovaldo gli fece eco senza rendersene conto.

<< Almeno ora sai perché non ti ha risposto.>> disse Marcovaldo suo malgrado.

<< Hai intenzione di parlare con il Notaio Westport?>> domandò Adalberto speranzoso in una risposta affermativa, la quale arrivò senza deluderlo, con un accenno di capo del fratello.

<< Ci penso io, faccio inviare immediatamente un telegramma, tu non ti creare pensiero.>>

Adalberto si incamminò verso lo studio per andare allo scrittoio e Ludovico si alzò da tavola senza chiedere scusa per la prima volta nella sua vita, chiedendo il capotto e l'auto al maggiordomo per uscire di casa.

Puddu scosse la testa intristito e si dileguò nelle cucine portando la notizia ad Elisabeth, la quale ogni volta che un avvenimento toccava l'anima del suo adorato Ludovico, veniva scalfito anche il suo spirito. Poco dopo si ritrovò con gli occhi lucidi e accese tutte le candele bianche sparse per la cucina e la sala dei pasti, costringendo la servitù a recitare un Eterno Riposo per l'anima della defunta.

Quando le tre ospiti scesero eleganti e riposate per il pranzo, trovarono un'atmosfera raccolta in un manto di silenzio, parole sussurrate a mezz'aria e l'assenza del padrone di casa, nonché del fratellastro, uscito per spedire il telegramma e dell'amico Marcovaldo, chiuso nel bagno da circa un'oretta per un attacco improvviso di dolorose fitte intestinali.

Elisabeth le accolse con grande educazione, mettendole al corrente dell'accaduto, mentre una lacrima le cadeva piombando sul petto.

Ofelia l'accolse tra le braccia e Concita si premurò nel suo modo speciale di dirle che l'anima non muore: poi si sedettero al tavolo per desinare, constatando di non averla affatto convinta.

Ludovico salito in auto, si fece portare a Rapallo, dove seduto su di una panchina davanti al mare, rimembrò le ultime ore trascorse con Morgana.

Cercò di focalizzare il viso ovale dalla pelle bianchissima e i capelli neri e lisci come il velluto che l'avevano colpito sin dal primo istante, rendendosi subito conto che parlavano mentalmente lo stesso idioma.

Morgana fu l'unica delle quattro a cui il Conte non fece la corte né spese parole per promettere cose che non poteva mantenere, poiché fra spiriti liberi mal si adatta il possesso o l'aspettativa.

Si amarono e si lasciarono andare senza parole o fraintendimenti per poi ritrovarsi ancora anni dopo con rinnovata grazia.

Vissero quindi il presente consapevoli che si sarebbero ritrovati ogni volta che l'avessero voluto, nel qui e ora, e nell'eternità del ciclo esistenziale.

Seduto sulla panchina fredda si lasciò schiaffeggiare dal vento di scirocco e dalla pioggia che iniziò a scendere sottile come una lama di coltello, e come lame lasciò che le entrassero nell'anima, ferendolo. Solo a quel punto si sentì in sintonia con l'universo, ricordando i loro baci con dolcezza e il fatto certo che rimase con Morgana gran parte della notte, e quella notte c'era la luna piena che ella chiamava: Signora della Luce. Era così sconvolto dalla scoperta che rimase sotto l'acqua per parecchi minuti.

Arrivato a casa, Severino lo costrinse a fare un bagno nell'acqua bollente:

<< Una polmonite volete prendere? Poi chiamare l'obitorio mi tocca.>> e suo malgrado Ludovico scoppiò a ridere.

Adalberto e i suoi ospiti lo attendevano in salotto, ansiosi di avere sue notizie.

<< Ludovico, non vorrei essere inopportuna, ma come vi sentite?>> domandò Ofelia con gentilezza.

<< Non bene Ofelia. La morte di qualcuno a cui si vuole bene lascia sempre, dove passa, una scia di incredulità e anche se sono cristiano, la morte mi mette paura.  Probabile sia semplicemente paura dell'ignoto: ciò che non conosciamo. Morgana era una vera amica e mi mancherà molto.>>

<< La paura è quasi sempre portata dall'ignoranza.>> argomentò Amalia, la quale conosceva la materia molto profondamente.

Concita annuì:

<< In effetti per capire meglio il significato della morte bisogna andare indietro alla base degli studi che i popoli antichi ci hanno lasciato come testimonianza. Ovviamente non parlo del popolo Egizio o Maya o Etrusco, ma di quelli che ci hanno infuso la conoscenza attraverso la coscienza e che noi abbiamo dimenticato e cancellato per poi ricominciare tutto da capo, peccando di presunzione e pensando d'essere più avanti di Dio stesso. Lemuria e Atlantide vi dicono nulla? Qualcuno di voi conosce il vero significato della parola morte?>>  

Tutti si guardarono scuotendo la testa.

<< I popoli di quelle lontane terre ora inabissate sotto i mari, credevano che i morti andassero in un luogo preciso, che variava a seconda della filosofia in cui aderivano, dando alla parola morte il giusto significato di "Trapasso" che significa " Tra e con i passi". Attraversare, trapassare, passaggio da un luogo all'altro. Nell'attuale mondo l'uomo non riesce a superare le sensazioni d'angoscia che essa tende a produrre nell'anima umana, e si dispera non accettando l'avvenimento, creando quindi a se stesso gravi problemi personali e lasciandosi prendere dalla disperazione. Pochissimi riescono a comprenderla e quindi a viverla come una nuova fase della vita.>>

<< Cosa intendete dire Concita, non comprendo.>> disse Marcovaldo che aveva una cera poco salutare.

<< Che se gli esseri umani capissero che realmente la morte non esiste non avrebbero più paura di nulla. Non esiste morte, ma solo il cambiamento da uno stadio all'altro, come nel regno minerale o animale o vegetale. Bisognerebbe superare le sensazione di paura che la parola morte evoca analizzandola da un punto di vista non emotivo, per mezzo della ragione.>>

<< Si, ma sul vocabolario, sotto la parola morte c'è scritto: cessazione della vita, di uomo animale o pianta.>> asserì Ludovico convinto.

<< D'accordo, ma è una spiegazione dei giorni nostri e in più è incompleta, in quanto non tiene conto del significato degli Etimi più antichi e delle radici primarie della parola. Gli Etimi più antichi come Arradiko, Eblaita, Fenicio, Egizio, Ebraico e Arabo, i quali nella lingua odierna hanno caratteristiche inesistenti.>> rispose Concita sicura di ciò che stava affermando.

<< Ma sono lingue morte da milioni di secoli.>> esordì Marcovaldo ridendo.

<< Non esistono lingue morte, ma solo cervelli in letargo.>> rispose Amalia pronta, alzando gli occhi al cielo. Marcovaldo si offese, e Adalberto la incitò:

<< Vi prego andate avanti.>>

<< Le lettere degli alfabeti di queste lingue sono segni, simboli che indicano ognuna, idee e concetti ben precisi. Lo Scriba teneva conto del significato delle singole lettere e non della parola intera, ecco perché dopo migliaia di anni possiamo ricostruire attraverso l'analisi delle radici e delle singole lettere il senso nascosto che l'autore della grafia, suono o parola aveva in mente mentre scriveva.>> Concita smise di parlare e tutti i presenti rimasero in attesa.

<< Oh>> esclamò Ofelia << potete farci un esempio se non vi è di troppo disturbo?>>

<< Per carità sono cose noiosissime, vorrei astenervi dal sbadigliare. >> si schermì ella sorridendo.

<< Non ve lo permetto. Siete in dirittura di arrivo, andate sino in fondo.>> ordinò Ludovico.

<< Vediamo...cercherò d'essere più elementare che posso. In Fenicio la radice formata dalle lettere MEM, VAU, TAU, significa " Passaggio" da un tipo di vita ad un altro. Se si scompone la parola nelle singole lettere otteniamo nuove definizioni che arricchiscono la conoscenza che poi ha generato le parole italiane: moto, nuotare. >> tutti la fissarono protesi in avanti.

<< Perché mi guardate in questo modo?>> domandò un po’ angosciata.

<< Vi prego Concita, continuate, è stramaledettamene interessante, siete un pozzo di scienza.>> decretò Ludovico.

<< Se lo desiderate...d'altronde il sapere non ha nessun peso se non lo si lascia andare condividendolo con altri esseri: se lo si tiene per se stessi, non serve a nulla. Prendiamo quindi, come dicevo poc'anzi le lettere MEM che significano " alimentare per tenere in vita, far crescere. Contiene quindi l'idea delle acque matriarcali, simbolo per eccellenza del generare, in senso femminile e materno. VAU ha la funzione dell’agganciare, collegare, saldare due lati. Descrive la possibilità del passaggio da una natura all'altra. La sua definizione è il gancio che collega due parti. La letta TAU invece ha la funzione del tribolare, soffrire, se messa all'inizio o dentro una parola o radice. Ma siccome è messa alla fine della radice, essa assume l'idea della sofferenza, del limite per una resurrezione o nuova vita. Nella vita universale la definizione della parola " Morte" è dunque: " Soffrire per risorgere". Questo è quanto.>> concluse Concita alzandosi dal divano. Ludovico deglutì prima di domandare:

<< In breve mi state dicendo che Morgana non è morta ma solo trapassata da una dimensione ad un'altra?>>

<< Esattamente caro Ludovico! Ma dipende dall'evoluzione dell'anima.>> precisò Amalia.

<< Cioè?>> chiese Ofelia curiosa.

<< Se l'essere umano che abbandona il corpo è un'anima evoluta, riconosce il viaggio astrale da percorrere…altrimenti si blocca e rischia di rimanere incatenato nella terza dimensione, cioè quella terrestre.>>

<< Perché ci sono varie dimensioni?>> chiese Adalberto sorpreso.

<< Chi di voi ha voglia di fare una passeggiata?>> domandò Concita voltando le spalle agli astanti.

Tutti annuirono sorridendo lieti, ma in cuor loro avrebbero dato l'anima per continuare la scoperta del mistero attraverso le strade della conoscenza e la sapienza di Concita. Dopo aver infilato i paltò e calcato i capelli uscirono per andare sulla passeggiata che costeggiava il litorale sabbioso. Marcovaldo offrì il braccio a Concita, Ludovico ad Amalia e Adalberto ad Ofelia.

<< Concita è erudita in modo sapienziale.>> commentò Adalberto prendendola sottobraccio.

<< Sono senza parole, chissà quante cose possiamo scoprire stando con lei. Ora però capisco perché per simboleggiare l'eternità e l'infinto i sapienti usino il numero otto. Tutto continua, nulla si ferma, niente si spezza!>>

<< In verità l'ho sempre saputo, e credo che nello spazio non esistano linee rette.>> rispose Adalberto convenendone << Noi umani dobbiamo liberarci dalla zavorra delle bassezze e delle malvagità come l'egoismo, il desiderio, la gelosia, l'ambizione smisurata, l'odio ed altre cosucce negative. Dovremmo considerare che nessun progresso avviene secondo lo schema di una linea retta continua. Ogni cosa procede sino ad un certo punto e poi retrocede un pochino. Un nuovo impulso la fa andare avanti facendola avanzare ulteriormente e così via di seguito, descrivendo una curva elicoidale.>>

<< Sono d'accordo.>> aggiunse il Conte Translook << ho letto in un libro che l'itero processo è detto Kalpa, ossia ciclo.>>

<< Accidenti Ludovico anche tu non scherzi.>> si complimentò Marcovaldo.

<< L'unica cosa che ricordo bene è che Platone diceva che al piano materiale corrisponde il corpo, al piano psichico l'anima ed al piano spirituale lo spirito. Ciò che tiene collegati corpo e spirito è l'anima. Quando l'anima segue il corpo sottostà agli appetiti involvendo lo spirito. Quando l'anima segue lo spirito viene elevata dallo stesso. Bisognerebbe equilibrare il tutto con grande perizia.>> rispose Ludovico quasi esultando.

<< Il difficile sta in ciò, ma non è impossibile. Comunque per correttezza si definisce processo alchemico.>> aggiunse Amalia, la quale subito dopo annunciò che le sarebbe piaciuto aiutare la cuoca in cucina, e poiché Ludovico la fissava sgomento replicò che era stufa di oziare.

 

*******

 

Dopo cena si raccolsero tutti nel salone, accanto al camino tenuto romanticamente in vita da ceppi croccanti, mentre le candele proiettavano ombre danzanti sulle pareti.

Le Contesse chiesero al Conte Adalberto di suonare un brano al pianoforte.

<< Volentieri. Dedico questo pezzo a Morgana che non è più tra noi.>> 

Si accomodò sulla panchetta che lo vide bambino e suonò con maestria e sentimento l’Ave Maria di Schubert, mentre i presenti introducevano le note dentro il loro mondo interiore. Quando il Maestro sfiorò l'ultimo tasto, la nota finale rimbalzò tra le pareti della sala e l'aria si colmò del rumore del silenzio.

Ofelia vagò per la stanza con lo sguardo perso, pensando che la musica era un dono divino e Amalia rimase seduta guardandosi le mani, pensando a Morgana che non aveva mai conosciuto. Marcovaldo si versò del porto in una coppa di cristallo fissando il liquido color prugna, cercando di capire dove fosse finita la sua gioia di fanciullo. Concita si diresse verso il Conte Translook con decisione:

<< Permettetemi Ludovico di essere diretta. Ieri sera avete aperto il vostro cuore raccontandoci del vostro dramma. Ebbene, siamo arrivate ad una conclusione. Noi siamo convinte che tutto ciò non vi è mai capitato sul piano fisico o materiale, anche perché avete asserito che nessuno mai ha visto con i propri occhi la vostra trasformazione: per questo abbiamo raccolto testimonianze dalla vostra servitù. Nessuno di loro vi ha visto volare sotto forma di pipistrello ne qualcuno è stato morso da voi, anche se voi invece lo vivete ad ogni luna piena. Dunque, dopo aver consultato libri arcaici, abbiamo dedotto che ciò avviene solo in fase astrale. Qui dentro c'è l'elisir di guarigione. Amalia ed io abbiamo lavorato una notte intera, riuscendo a sintetizzare in un unico medicinale l'essenza della guarigione stessa.

<< Fase astrale?>>

<< Viaggio astrale, per l'esattezza!>> puntualizzò Amalia. Ludovico non capì e lo disse sinceramente:

<< Non comprendo, se volete essere più esaustiva ve ne renderei merito.>>

<< Cerco di spiegarlo con parole più semplici possibili. Viaggiare in astrale significa, in termini pratici, liberare quella parte di energia che risiede in ognuno di noi, che si chiama anima o componente eterica, lasciandola libera di muoversi liberamente senza il fardello e le limitazioni imposte dal corpo fisico. Quando parlo di piano astrale mi riferisco al terzo piano dell'esistenza: quello successivo al piano fisico. In poche parole si tratta di una sorta di psicosfera, dalla quale è possibile attingere informazioni, un vero e proprio piano di esistenza che si trova in posizione intermedia tra le manifestazioni terrene e la fase di distacco dagli interessi materiali.>>

Il Conte la fissò con la bocca aperta, fece per dire qualcosa ma si bloccò.

<< Dite pure Ludovico, non abbiate timore ad esprimervi.>> lo tranquillizzò Amalia.

<< Ecco…dunque…questo mondo astrale è compenetrato con il nostro?>>

<< Certamente, ma vive su un piano vibrazionale diverso, più alto. Se ne parla in tutte le dottrine orientali, le quali vedono l'universo sintonizzato su varie vibrazioni. Viaggiare attraverso queste vibrazioni rappresenta la chiave per penetrare nelle altre dimensioni dell'esistenza.>>

<< E queste vibrazioni sono tutte uguali?>> chiese sinceramente interessato.

<< No. C'è il piano basso, il piano medio, il piano alto, tre diversi livelli in cui ci si muove durante gli spostamenti in astrale. Durante tutto il viaggio c'è una sinergia tra il corpo fisico e il corpo astrale, i quali sono legati da una corda d'argento, simile al cordone ombelicale con cui veniamo al mondo. La corda d'argento (che ha un'estensione illimitata) parte dalla fronte del corpo fisico, esattamente dove si trova il sesto chakra, quello del terzo occhio, ed è collegata alla nuca del corpo astrale.>>

<< Mi state dicendo che mi trasformo in vampiro esclusivamente nei miei viaggi astrali? Che non succede mai nella realtà terrena?>>

<< Si, il distacco dal corpo vi fa vivere una specie di incubo, esattamente come succedeva a Dracula, in altri invece favorisce solo viaggi meravigliosi.>> Amalia lo disse abbassando la voce dispiaciuta.

<< Ma Dracula è solo una storia inventata.>> commentò il Conte.

<< Assolutamente no. È l'uomo che ha voluto credere che Dracula fosse un vampiro sul piano fisico, e poi si ricordi Ludovico che la maggior parte delle storie e dei libri che esistono nel mondo prendono spunto sempre dalla realtà.>> aggiunse Concita conciliante.

<< E i viaggi stupendi? Perché io non li faccio?>>

<< Perché chi fa viaggi stupendi lo deve a una profonda meditazione trascendentale, con pensieri rivolti all'amore in maniera cosciente e continua e a luoghi sconosciuti. Nel vostro caso tutto è accaduto per una scossa emotiva, provocata sicuramente da un trauma o da una crisi intima, ma abbiamo il rimedio e voi guarirete per sempre. Vi lascerò un quaderno con scritte tecniche di rilassamento e meditazione. Le seguirete facendole vostre e quando uscirete dal corpo lo farete lucidamente, vivendo solo esperienze gradevoli e illuminanti. Non sarete mai più un vampiro.>>

Concita si alzò e mise nelle mani del Conte Ludovico una boccetta di vetro scuro insieme ad una microscopica pompetta per prelevarne le gocce.

<< Fatene buon uso.>> detto questo uscì dal salotto con Amalia al seguito.

Ofelia rimase a guardare il Conte per qualche minuto, poi gli disse:

<< Concita e Amalia vi hanno fatto un dono inestimabile: non sprecatelo. Probabile che vostro nonno vi raccontasse cose terribili sin dalla prima infanzia e voi ne siete rimasto scosso. Non abbiate paura poiché la paura non porta mai nulla di buono e blocca la crescita interiore. Abbiate più fiducia nelle vostre capacità e tutto tornerà a splendere.>>

Ludovico annuì con il capo ed insieme ad Ofelia, Adalberto e Marcovaldo si diresse al piano superiore.

Ofelia però non entrò nella propria stanza.

 

*******

 

Poco dopo Ludovico disteso nel letto a baldacchino, ripensò a tutto l'amore che aveva perduto dietro ad una mera paura, ripromettendosi di staccare il ritratto di suo nonno dal muro per buttarlo tra le fiamme del caminetto.

Ingoiò le tre gocce di elisir, indossò il pigiama di seta grigia e andò alla porta finestra che dava su un balcone dalla balaustra bianca a colonnine scostando il pesante tendone per rivolgere lo sguardo verso il manto della notte.

Le stelle e la falce crescente della luna fissate alla parete notturna brillavano inconsapevoli dei suoi timori. 

Accarezzò con lo sguardo i pini marittimi finendo per soffermarsi sulla fontana del Diavolo, posta in mezzo ad una piazzola ricoperta di ghiaia bianca, circondata da panchine di marmo, dove vide un’ombra saettare. Subito pensò ad un animale, ma guardando meglio vide che si trattava di un essere umano: per l'esattezza di una donna.

Possibile che Elisabeth lasciasse che la servitù girasse per il parco indisturbata a quell'ora della notte? Prelevò il candelabro dal comodino ed uscì sul terrazzo cercando di mettere a fuoco la figura. Si, non v'era alcun dubbio, era una donna vestita di bianco, la quale si voltò In quel momento rivelando un viso ovale dalla pelle bianca.  L'urlo di Ludovico fu così potente da svegliare tutti gli abitanti della villa.

Pochi minuti dopo Adalberto, Marcovaldo, Amalia ed Elisabeth entrarono nella stanza del Conte in preda al terrore. Elisabeth corse dal Conte, Ofelia arrivò subito dopo insieme a Severino e subito dietro Concita.

Dopo aver bevuto un sorso d'acqua Ludovico raccontò di aver visto Morgana passeggiare nel parco. Adalberto e Marcovaldo organizzarono una spedizione con tutta la servitù maschile al seguito. Le Contesse accompagnarono il Conte Translook in salotto, prendendolo sotto la loro ala protettiva e obbligandolo a sorseggiare un bicchierino di cordiale.

Gli uomini perlustrarono il parco senza trovare nessuna donna, né tanto meno tracce di essa.

<< C'è da comprenderlo, poiché solo oggi ha saputo della sua dipartita. E' ancora scosso e l’immaginazione ha fatto il resto. Bisognerà stargli accanto con più attenzioni.>> mormorò Adalberto preoccupato.

<< Caspita, però non l'ha presa bene per nulla. Che tu sappia che tipo di rapporto c'era con questa Morgana?>> chiese Marcovaldo all'amico.

<< Mi sembra di ricordare che avessero avuto un innamoramento, ma erano giovani, e a quell'età le storie si somigliano tutte,  e al  dire il vero non so cosa pensare, ma non credo comunque che si tratti di ciò, credo sia solo stanco. Troppe emozioni in così pochi giorni. Vieni controlliamo il cancello e i muri di cinta.>>

Si accodarono a Puddu che strisciava come un serpente lungo la recinzione di pietra intonacata, con una lampada a petrolio in mano, la quale dondolando proiettava figure inquietanti contro il terreno ricoperto di foglie. In salotto, le donne molto più sensibili cercavano una spiegazione più divina.

<< Non abbiate paura, penso che Morgana si sia palesata a voi per l'ultimo saluto.>> constatò Concita con tenerezza.

<< Mi state dicendo che era il suo fantasma?>> domandò egli con l'espressione stravolta.

<< Sicuramente.>> asserì Amalia togliendole il bicchierino dalle mani tremanti << probabile che non possa andare oltre senza salutarvi.>> Ofelia alzò gli occhi al cielo:

<< Che romantico..., vi ha amato così tanto da non poter andare via senza l’ultimo abbraccio, che storia affascinante!!>

<< Vi prego Ofelia, mi sono spaventato a morte.>> mormorò egli tenendosi la mano sinistra sul cuore, poiché ancora in tachicardia.

<< Oh, che peccato, quindi non volete più vederla? Pensavo fosse una vostra cara amica.>> mormorò mesta Ofelia.

<< Si, certo. Era una cara amica. Appunto: era.>> Ludovico si lasciò andare contro lo schienale della poltrona, senza fiato e più bianco di un cadavere.

Gli uomini rientrarono e Puddu informò il Conte:

<< Conte, il custode giura che il cancello chiuso era, io stesso giurare lo posso. Se volete il mio parere spassionato, di spettro errante trattasi.>>

<< Grazie Puddu, per quanto possa essere interessante il vostro punto di vista, non credo che in questo momento giovi al mio benessere. Potete andare a riposare, buonanotte.>>

<< Buonanotte Conte. Buonanotte signori e signore.>> fatto un leggero inchino Puddu si defilò verso la cucina, dove tutta la servitù stava in attesa di novità.

<< Allora?>> domandò Elisabeth in ambascia, circondata dai suoi sottoposti in camicia da notte e papalina in testa << che dobbiamo pensare?>> Severino preso da un colpo di genio non si lasciò scappare l'occasione. Si sedette drammaticamente:

<< La villa infestata è!!!>>

La servitù si radunò intorno al tavolo sviluppando e formando congetture sul tipo di fantasma che infestava la villa, bevendo del rosolio per farsi coraggio. Andarono poi a letto coprendosi la testa con le loro trapunte, ma qualcuno non dormì e altri ebbero incubi terribili.

In salotto gli ospiti e il Conte avevano una coppa in mano con dentro del cognac, un po’ per rilassarsi e un po’ per esorcizzare l'accaduto, poiché anche Adalberto e Marcovaldo che si spacciavano per uomini coraggiosi, non erano affatto tranquilli.

Il silenzio gravava sinistro tra gli ospiti della casa sino a quando Ludovico parlò:

<< Sono convinto al cento per cento di avere visto Morgana. Concita potete dirmi cosa sta succedendo?>>

<< Sappiamo che dopo la morte fisica lo spirito continua a vivere, e che la maggioranza degli spiriti attraversa il proverbiale tunnel, dirigendosi verso la luce bianca dell'eterno e perfetto amore di Dio, nell'aldilà. Altri spiriti, per tante e svariate ragioni vedono il tunnel e si rifiutano di entrarci, restando qui, fuori dal loro corpo, imprigionati tra il livello vibrazionale inferiore in cui viviamo sulla Terra e il livello delle vibrazioni superiori divine.>>

<< Concita, state affermando che Morgana non è entrata in quel tunnel?>> la domanda di Ofelia arrivò nella stanza come una freccia scagliata dall'alto. Tutti fecero un balzo.

<< Forse è così. Uno dei numerosi dettagli su cui concordano coloro che ha sperimentato un'esperienza di premorte, è che neanche per un momento, neanche quando si attraversa quel tunnel sacro si prova la sensazione d'essere morti. Finalmente si è liberi, allegri, forti, invincibili, sereni, ricolmi d'amore, ma morti no. Io stessa lo posso affermare poiché esco dal corpo quando cado in trance.>>

<< Detto in questi termini dovremmo augurarci di morire il prima possibile!>> auspicò Marcovaldo storcendo la faccia in una smorfia beffarda, come a sostenere la sciocchezza delle parole di Concita.

<< La vita è solo un viaggio, un viaggio dedicato alla evoluzione dello spirito. Quando si lascia il corpo fisico, si deve entrare nel tunnel, e chi non lo fa non sperimenta tutte le sensazioni meravigliose che ne derivano, restando qui, senza rendersi conto d'essere morto. Non ha idea di essere deceduto quindi non si rende conto dei cambiamenti intorno a sé, come accade invece agli spiriti che attraversano la soglia dell'aldilà. Resta precisamente dove era al momento della morte, convinto d'essere ancora vivo, ma non cambia niente, a parte il fatto inspiegabile che nessuno lo vede o lo ascolta, poiché ha cambiato frequenza vibratoria senza saperlo. Questo è tutto.>> seguì una lunga pausa silenziosa.

<< In poche parole Morgana non ha attraversato il fatidico tunnel, e convinta d'essere ancora viva ha letto la mia lettera ed è venuta qui?>> dedusse Ludovico poco convinto.

<< Non nel suo caso>> rispose Amalia << probabile che voglia solo farvi sapere che sta bene.>>

<< Mi fratello è solo stanco, niente che delle sane ore di sonno non possano cancellare. Domani informerò il nostro dottore di famiglia Francesco Aro. Signore vi chiedo di dimenticare l'accaduto. Ancora i miei rispetti e buonanotte.>> Adalberto uscì dal salotto trascinandosi dietro Ludovico. Il Conte Savoretti si alzò dalla poltrona subito dopo, e posando la coppa diede un ultimatum alle Contesse:

<< Vi sarei grato se per il resto della vostra permanenza in questa casa lasciaste decadere qualsiasi argomento da fattucchiere, buonanotte.>>

Le Contesse rimaste a bocca aperta, ci misero due secondi a ridergli dietro.

<< In fondo in fondo il Conte Translook mi fa un po’ pena, costretto a vivere con un fratello che lo tratta come un malato e un amico ottuso che della sua apertura mentale ha una visione decisamente ottimista. Al Conte Savoretti non è bastato stare seduto tutta la mattina sul water, ma vi assicuro che domani si pentirà delle parole dette.>>

Amalia si alzò dal divano ridendo: era un bel po’ che non si divertiva tanto.

La notte passò serena senza urli che squarciassero l'aria. Marcovaldo sognò di litigare con Amalia, Ludovico dormì con il fratello e Ofelia e Concita non dormirono nel loro letto.

 

*******

 

La mattina dopo il Conte scese per la colazione con il viso sfatto e gli occhi gonfi, trovando tutti i suoi ospiti al tavolo della sala sereni e cortesi come se nulla fosse successo e quel tipo di atmosfera lo mise di buon umore.

<< Buongiorno, dormito bene?>> domandò Amalia sorridendo amabilmente.

<< Certamente, mai dormito meglio.>>

Le Contesse si guardarono, consapevoli della bugia appena sentita. Non fecero più domande, finendo la colazione nel silenzio più assoluto.

Un'ora dopo uscirono tutti insieme per passeggiare nel parco, poiché il sole splendeva, nonostante il freddo fosse pungente.

Marcovaldo si accostò ad Amalia.

<< Non vi nascondo che sono preoccupato per il mio amico, perché tutto questo parlare di fantasmi, anime, viaggi astrali, non gli fa del bene, ed io stesso non sono affatto tranquillo.>>

<< Ne deduco che siete labile psicologicamente, oppure avete paura. Ditelo chiaro e tondo, sarei lieta di prepararvi un amuleto contro i demoni.>> Amalia gli rise in faccia piantandolo seduta stante. Egli imbufalito di diresse verso Adalberto, il quale stava conversando fitto fitto con Ofelia, ma non li raggiunse poiché inciampò in qualcosa d'invisibile torcendo il piede in una posizione innaturale. Tutti accorsero al suo urlo di dolore.

<< Sono preoccupato Adalberto>> esordì con le lacrime agli occhi << sento che la vicinanza di queste signore ci porta sventura, e fammi passare il termine, vorrei rispedire a casa i tre uccellacci del malaugurio.>> Adalberto lo fissò sgomento:

<< Per carità Marcovaldo, non dire eresie. Ho già mandato un messaggio al nostro medico, invitandolo per pranzo. Farà con Ludovico una bella chiacchierata, gli prescriverà una tisana rilassante e a te fascerà la caviglia e tutto tornerà come prima. Ti prego non avercela con le nostre ospiti, tra l'altro trovo la storia del fantasma particolarmente affascinante e ti dico di più: trovo le Contesse stimolanti in maniera superlativa.>>

<< Veramente io...>> ma si dovette interrompere perché un urlo raccapricciante invase il parco.

Ludovico che era in compagnia di Concita sobbalzò sbiancando in volto mentre Concita per istinto lo tenne stretto al braccio rassicurandolo. Pochi istanti dopo Puddu ed Elisabeth arrivarono correndo.

<< Conte, abbiamo bisogno di voi.>> ansimò Elisabeth senza fiato per la corsa.

Rientrarono tutti in casa domandandosi cosa mai fosse successo, anche Marcovaldo sostenuto da un cameriere. 

Ludovico scese nelle cucine con Puddu ed Elisabeth, mentre Annette, la cameriera personale di Ofelia raccontò agli altri cosa fosse accaduto:

<< La sguattera di cucina ha detto che mentre lavava le stoviglie della colazione, ha sentito dei rumori alle sue spalle. Quando si è girata ha visto una donna vestita di bianco con il viso pallido e i lunghi capelli scuri, sciolti sulle spalle. Le ha chiesto chi fosse e la donna le ha detto di chiamarsi Morgana.>> scosse la testa trastullandosi con il fiocco del grembiule << In quel momento si è ricordata ciò che è successo ieri sera al Conte, quindi ha urlato con tutto il fiato che aveva in gola, poi è svenuta. Poverina, non so cosa avrei fatto se fosse capitato a me.>> Adalberto ascoltò in preoccupato silenzio mentre Marcovaldo rispose nervoso:

<< La pregherei di non alimentare questo racconto presso la servitù. La ragazza sarà sicuramente un soggetto facilmente influenzabile, di conseguenza avrà avuto una allucinazione. Ora potete andare.>>

<< Vorrei ricordarle Conte Savoretti >> esplose Ofelia << che Annette è la mia cameriera personale e solo io posso congedarla, inoltre penso che tappare la bocca a tutti gli abitanti della villa, mettendoli a tacere, sia oltremodo inutile, poiché non fa certo sparire il fantasma stesso, che per altro sparisce già di suo. Andiamo Annette, sembra che i signori qui presenti abbiano dimenticato le buone maniere.>> e le contesse se ne andarono seguite da una Annette alquanto divertita.

Neanche un'ora dopo la sguattera di cucina abbandonava la villa con il suo baule, seguita da un giovane cameriere alle prime armi, particolarmente fifone.

Il Conte dispiaciuto li fece accompagnare alla stazione in carrozza, rimanendo fermo sulla porta d'ingresso fino a vedere sparire la carrozza dietro la curva che portava al cancello, domandandosi cosa mai stesse succedendo nella sua vita. Che fosse il castigo divino per gli sbagli commessi?

In quei brevi istanti arrivò una carrozza dalla quale scese il dottor Francesco Aro: uomo gioviale dal fisico robusto, un viso intelligente e gli occhi color nocciola, buoni e profondi.

Dopo i vari saluti di circostanza si accomodarono nello studio privato del Conte, chiudendosi la porta alle spalle.

Ludovico sembrava sereno e si dimostrò loquace, raccontando tutte le sue pene al medico, il quale concluse che Ludovico non aveva avuto nessuna allucinazione e che la storia del fantasma lo interessava in modo particolare.

<< Quindi cosa ne pensate?>>

<< Penso che avete visto Morgana perché in quel momento eravate sullo stesso stadio vibrazionale. Siete entrato, per così dire, nella sua dimensione. Vedere le entità che ci gravitano attorno è molto difficile.>> rispose il dottore molto tranquillo.

<< Capisco, ma come è potuto succedere?>>

<< Esistono passaggi speciali chiamati portali in cui la struttura del tempo, come la intendiamo noi, non esiste, si dissolve, facendo apparire alla mente razionale tutto ciò che la scienza definisce inconcepibile. Gli uomini arcaici conoscevano questi passaggi, mentre l'uomo moderno, si è dimenticato di ciò o ha scelto di ignorarli. Questi portali dunque favoriscono la transumanza dello spirito da uno stato di coscienza all'altro, attraverso l'etere.>>

<< Caspita, sembra di sentire parlare Amalia e Concita! Ma siete un medium pure voi?>> chiese il Conte sbalordito.

<< No, sono un umile medico che guarda alla guarigione del corpo senza mai tralasciare lo spirito e la mente: di conseguenza mi informo parecchio. In questo momento sto appunto portando a termine degli studi sull'etere, ma credo che per arrivare ad un risultato scientifico ci vorranno ancora alcuni anni.>>

<< Scusate, cosa è l'etere?>>

<< E' un elemento molto sottile che però non è aria, ma è un flusso, una specie di movimento. Un movimento che solo la luce può spostare o far muovere.>>

<< E questo etere dove si trova?>> chiese Ludovico estasiato dalle nuove rivelazioni.

<< Nel vuoto, ma compenetra tutto ciò che incontra. Quindi anche l'essere umano e il suo cervello-coscienza con i suoi impulsi elettrici.>>

<< Quindi nel pensiero...>> mormorò Ludovico sempre più stupito.

<< Certamente, poiché il pensiero non è altro che elettricità, una sostanza chimica che si muove alla velocità della luce. Scienza, solo scienza.>>

<< In pratica Amalia e Concita lavorano con questa sostanza che ai nostri occhi è invisibile. Non è magia.>>

<< Certo che no, ma questo è il sistema che le anime usano per apparire come fantasmi.>>

<< Visto sotto questo punto di vista decade tristemente tutta l'atmosfera horror che li segue da milioni di secoli.>>

<< Appunto, nulla di terrificante o impossibile.>> concluse il dottore sorridendo e aggiungendo che sentiva un certo languorino di stomaco.

Nonostante tutto ciò che era accaduto la cucina funzionò come sempre, ma al tavolo della sala si ritrovarono solo gli uomini poiché le Contesse esasperate dal comportamento poco garbato del Conte Savoretti desinarono nelle loro stanze, anzi si tennero compagnia in un'unica camera. Nel primo pomeriggio Puddu si presentò in salotto annunciando la visita di due signore, e ciò accadde nello stesso istante in cui le Contesse entravano in salotto.

<< Le signorine Gertrude e Guendalina Turzino.>>

" Accidenti" pensò il Conte Translook " le sorelle Turzino no... che caspita ci fanno qui?"

Le sorelle Turzino erano ciò che si definisce le vicine di casa più impiccione che un essere umano potesse avere. Coloro che le conoscevano dicevano che erano così ficcanaso da aver perso il naso.

Erano zitelle e più che settantenni e abitavano nella villa vicina a Villa Translook, avuta in eredità dai loro defunti genitori.

Amavano ricevere e il loro passatempo preferito erano i pettegolezzi. Ludovico se le ricordava già adulte quando egli ed Adalberto erano poco più che fanciulli e per colpa delle loro spie avevano goduto di frequenti castighi e anche di qualche scappellotto.

Diciamo che all'epoca non le poteva vedere neanche dipinte.

Il Conte le fece accomodare presentandole come le sue " amabili " vicine di casa, scambiando i convenevoli necessari per il rito di buona educazione tra gli ospiti, che portò via un tempo considerevolmente lungo.

<< A quale onore debbo la vostra visita?>> domandò Ludovico cercando di incominciare la conversazione gentilmente.

Le due sorelle si guardarono di sbieco, impettite sul bordo di due sedie in paglia di Vienna. Ambedue in gramaglie dalla morte dei genitori, non tornarono mai agli abiti colorati, ornando i polsini e i colletti di pizzo color avorio e non risparmiandosi nell'agghindarsi con i gioielli di famiglia, i quali luccicavano dai loro colli, dalle orecchie, dai polsi e dalle dita senza nessun criterio di stile e buongusto, tintinnando tra loro ad ogni più piccolo movimento, come sartie di barche. Avevano i capelli di un bianco candido raccolti sulla sommità del capo che coprivano con cappelli fuori moda, fermati da spilloni d'oro.

A parte questo non si somigliavano per nulla, anzi, nessuno avrebbe mai detto che fossero sorelle, figuriamoci gemelle.

Gertrude aveva il viso tondo, occhi verdi spolverati da pagliuzze dorate e i denti incisivi un po’ in fuori che le donavano un'aria dolce, ma non bisognava farsi ingannare dal suo aspetto delicato poiché era energica, acuta, istruita e intelligente, mentre Guendalina che aveva occhi grigio-azzurri come l'acciaio e un mento a punta come la strega cattiva di Biancaneve, passava il tempo a saltare di fiore in fiore nell'immenso giardino della villa, come un'ape laboriosa, poiché si dilettava di flora, passando le sue giornate nella serra, colma di ogni genere di specie vegetale.

<< Caro Conte, sapete bene che ogni anno all'approssimarsi delle feste natalizie vi facciamo sempre visita, e poi vorremmo chiedervi perché non ci avete presentato le Contesse attraverso una vostra visita di cortesia. Ormai disquisire con la nobiltà è quasi impossibile. I ceti si mischiano attraverso matrimoni misti e razze diverse, e così facendo si perde definitivamente il sangue blu. Che peccato! Vi abbiamo inviato un nostro biglietto da visita con un invito per il thè, ma non avendo ottenuto risposta ed essendo preoccupate siamo venute a controllare di persona il vostro stato di salute.>> rispose la signorina Gertrude piegano la testa di lato in un atteggiamento parecchio civettuolo.

<< Si, a controllare il vostro stato di salute.>> fece eco la signorina Guendalina.

<< Sono dispiaciuto di non aver letto il vostro biglietto, ma un evento drammatico me lo ha impedito.>> si scusò Ludovico tossicchiando nervosamente.

<< Oh, sì, abbiamo saputo e ci dispiace profondamente per la vostra perdita. Quando qualcuno che si ama se ne va così all’improvviso…il mondo non sembra più lo stesso. Nessuno può capirvi meglio di noi. Vi porgiamo le nostre più sincere condoglianze.>> la signorina Gertrude strofinò tra le dita inguantate un medaglione d'oro considerevolmente grande, custode delle foto in miniatura dei suoi genitori.

<< Si, vi porgiamo le nostre più sincere condoglianze.>> ripeté la gemella Guendalina.

Amalia rise tra se, Ofelia si stupì dell'imbarazzo del Conte e Concita provò ad indovinare mentalmente cosa avrebbe risposto Ludovico, perché annaspava nel nulla.

Marcovaldo iniziò ad agitarsi, anche perché non gli rimaneva altro da fare, avendo una caviglia immobilizzata in una benda rigida.

<< Scusate signorina Gertrude, cosa avete saputo?>> domandò Adalberto incredulo, dal momento che nessuno di loro aveva detto nulla a nessuno sulla prematura morte di Morgana.

<< Della dipartita della vostra cara amica Morgana. Siamo venute a sapere molto discretamente della tragedia dalla vostra sguattera di cucina e il vostro garzone, che abbiamo incrociato con la carrozza poco distante dal nostro cancello e che questa mattina hanno abbandonato la vostra casa sconvolti sin nel profondo per la visita del fantasma di codesta vostra amica. Ne abbiamo quindi dedotto che qui ci fosse il finimondo, e poiché siamo Presidenti Onorarie del gruppo sensitivo " Impariamo a parlare con i nostri cari defunti", eccoci qui. Pensavamo di aiutarvi ad organizzare una seduta spiritica per allontanare l'entità che infesta la vostra casa.>> la signora Gertrude sorrise magnanima.

<< Si, per allontanare l'entità che infesta la vostra casa.>> ricalcò la signorina Guendalina.

Gli ascoltatori rimasero in attesa della risposta del Conte, il quale sembrava avere avuto la perdita totale della memoria a giudicare lo sguardo fisso e la bocca aperta.

<< La Contessa Concita De Suarez è una delle più brave medium del mondo.>> annunciò all'improvviso Ofelia avvicinandosi alle signore con passo elegante.

<< Oh, ma davvero?>> domandarono all'unisono le gemelle girando il viso verso Concita, battendo le mani come bambine golose a cui era appena stato offerto un gelato gigante.

<< Come vedete, Dio vede e provvede. Che meraviglia!!!>> esclamò la signorina Gertrude felice, subito dopo sostenuta dalla sorella  gemella.

Ludovico alzò gli occhi al cielo capendo che ormai il danno era fatto. Chiamò Puddu e ordinò di servire il thè.

Per il resto del pomeriggio si parlò di fantasmi, spettri ed ectoplasmi. Si fecero trasportare tutti dalla sapienza di Concita e la saggezza di Amalia nonché dalle padronanze scientifiche del dottor Aro. Marcovaldo si congedò dal gruppo andando a passeggiare con la mente dentro i ricordi della sua educazione militare, rimembrando con nostalgia la lucidatura degli scarponi dei primi anni di accademia e tornando nella realtà solo quando gli fu offerta una tazza di thè bollente. Fu in quel momento che il dottor Aro confidò agli altri il suo parere medico:

<< Sono convito che il Conte sia sano come un pesce e che non abbia avuto alcuna allucinazione di sorta, piuttosto sono propenso a credere che un'entità vaghi per la casa. Sono talmente affascinato dalla questione che mi auguro di cuore, signorine Turzino, che possiate tenere per me un posto nella vostra seduta spiritica. Da sempre (come studioso) mi interesso alla questione della vita dopo la morte e ve ne sarei grato se teneste in conto la mia richiesta.>>

Marcovaldo quasi si strozzò con il thè e a quel punto non si fece scrupolo di porre in piazza la sua opinione:

<< Dottore spero vivamente che siate in vena di celie, a chi mai potrebbe interessare parlare con un fantasma?>>

Otto voci risposero all’unisono: << A me!!!>>

Il Conte Savoretti si accasciò definitivamente nella profonda accoglienza della poltrona chiudendosi in un silenzio ombroso.

Un'ora dopo le signorine Turzino si congedarono insieme al medico, contente del risultato quasi insperato della loro visita.

Ludovico fortemente disorientato, non sapendo che pesci prendere, dopo cena colse l'occasione per chiedere un consiglio a Concita ed Amalia.

<< Vi chiedo scusa ma ho bisogno di ragguagli. Cos'è una seduta spiritica?>>

<< Sono delle sedute che si fanno in gruppo chiamate " Circoli spirituali" e sono diventate popolari dopo che nella città di Hydesville, dipartimento di New York, le tre sorelle Fox, dotate di poteri psichici, iniziarono a fare sedute in cui comunicavano con il mondo spirituale grazie ad un complesso codice di colpi. La dottrina spiritica è conosciuta in tutto il mondo grazie ad un medico, filosofo e pedagogo francese Hippoliye-Léon-Denizard Rivail, nato a Lione nel 1804 in una famiglia di grande prestigio, dedita all'avvocatura e alla magistratura. Grazie a lui e alle sue ricerche abbiamo oggi una conoscenza più vasta del mondo dell'invisibile, le suggerisco Ludovico di leggere i suoi trattati scientifici. Semplicemente eccezionali. Tutti i suoi scritti sono firmati Allan Kardec. Ma aldilà di questo, la conoscenza spiritica è più antica di quanto si possa immaginare. Ovviamente scettici e benpensanti hanno fatto qualsiasi cosa per screditarla, ma chi non crede nello spirito non crede nell'anima, dono incommensurabile e divino di Dio.>> spiegò Concita contenta di poter esternare a qualcuno il suo bagaglio culturale.

<< Cosa consigliate di fare per la questione?>> domandò Ofelia eccitatissima.

<< Dal momento che avete in casa una delle più serie e famose medium del mondo vi consiglio di accettare la proposta della seduta. Se io non ci fossi ve lo sconsiglierei vivamente, poiché in giro si trovano tanti ciarlatani che non hanno la professionalità e la conoscenza per comunicare con altre dimensioni senza fare danni.>>

<< Dunque d'accordo, terremo la seduta. Mi fido ciecamente di voi, ma si farà qui, in casa mia.>>

<< Certamente, però avrei una richiesta da fare.>>

<< Domandate ed io cercherò di accontentarvi.>> rispose il Conte riflettendo che in Concita c'era qualcosa di combattivo e provocatorio che trovava affascinante.

<< Chiedo che alla seduta non partecipi il Conte Savoretti.>>

<< E quale sarebbe di grazia il motivo che adducete per tenermi fuori dal cerchio?>> chiese Marcovaldo, il quale pur non credendo alla storia del fantasma, si sentì offeso per non essere tra i prescelti.

<< Per ottenere l'attenzione degli spiriti è imprescindibile creare un clima di armonia che attiri gli esseri disincarnati. La vostra presenza eccessivamente scettica e la vostra debole fede nei confronti del divino, porterebbe a non captare parte dell'energia peri spiritica, messa in circolo dal gruppo. Potrebbe costituire un serio ostacolo mentale che comprometterebbe il risultato della seduta e metterebbe in pericolo la vita della medium. La medium sono io, per questo motivo credo che la prudenza e la riserva nei vostri confronti siano più che giustificate.>> fu la risposta esaustiva di Concita.

<< Sono d'accordo. Sono scettico e non credo a questa storia. Vorrà dire che mentre voi vi gingillerete con il giochino della seduta spiritica io leggerò un buon libro sorseggiando un porto d'annata.>>

<< Non tollero oltre insulti verso il mio dono, il quale è vivo in me come l'amore, come i fiumi che scorrono, gli alberi, le pietre e la Terra stessa. Tutto nell'universo possiede un'informazione. Io e altre persone lavoriamo su queste informazioni riuscendo a recuperare elementi vitali che la persona o la terra può aver perso o preso, senza accorgersene durante la sua vita. Sono stata richiesta infinite volte per curare terreni fertili, acque contaminate, coltivazioni malate e lo faccio con amore poiché ho un debito di gratitudine verso la vita, e non lascerò che un ignorante, sterile, piccolo uomo, osi chiamare gioco il lavoro che faccio. Voi appartenete a quella massa stupida che sfrutta il pianeta per scopi commerciali, senza mai ringraziare e pensare alle generazioni future. Vi consiglio vivamente di studiare poiché avete lacune enormi.>> Concita parlò in un sol fiato con le gote in fiamme e i pugni stretti.

<< Mi scuso, non intendevo ferirvi.>> sussurrò Marcovaldo abbassando lo sguardo.

Concita non rispose e se ne andò nell'imbarazzo generale. Ludovico deluso profondamente per il comportamento dell'amico lo esternò senza giri di parole:

<< Che bisogno hai di parlare del suo lavoro con disprezzo? Ti piacerebbe se lo facessero con te? Scusami ma non ti comprendo.>>

<< Non volevo ferire nessuno, scherzavo. Concita è un po’ suscettibile.>> rispose ridendo.

<< Smettila di scherzare e cresci una buona volta, non sei più un bambino.>> ribadì Adalberto serissimo.

<< Il fatto che voi non vediate il mondo spirituale con gli occhi fisici non significa che non esista. Voi non vedete l'aria eppure respirate.>> osservò Amalia intristita.

<< Beccato, chiedo umilmente perdono.>>

<< Dovresti chiederlo a Concita.>> concluse Ludovico stufo del suo atteggiamento.

Marcovaldo guardò Adalberto in cerca di sostegno ma ciò che ottenne fu un duro silenzio.

Si alzarono tutti e si diedero la buonanotte.

 

******

 

Pochi minuti dopo le tre gocce di elisir scesero sotto la lingua di Ludovico, il quale si sdraiò stanco sotto le coltri.

Non prese subito sonno perché mille pensieri gli affollavano la mente come centinaia di chicchi di caffè in un macinino, e come in un macinino girarono tutti insieme in un movimento a spirale: una spirale ipnotica che ad un certo punto lo sollevò e lo fece alzare dal letto.

Si rese subito conto che fluttuava leggero a mezz'aria.

La consapevolezza di ciò che gli stava accadendo lo colpì come un mare moto ma sorprendentemente rimase calmo.

Ricordando le parole di Concita si voltò verso il letto.

Il suo corpo era lì, in posizione fetale, accoccolato sotto le coperte: il viso sereno in atteggiamento di abbandono.

Di colpo sentì un freddo glaciale intorno sé e per un momento pensò d'essere morto, ma non era morto, di ciò ne aveva la certezza, poiché vedeva e sentiva. Si toccò il viso e sotto ai polpastrelli sentì l'epidermide resa un po’ ruvida dalla crescita della barba e passando una mano nei folti capelli ne sentì tutta la lunghezza e la morbidezza.

Perché sorvolava la stanza e il suo corpo fisico era immobile nel letto? Perché si sentiva leggerissimo e senza pensieri? Non aveva paura e si sentiva felice come mai si era sentito.

Per istinto si diresse verso la porta e non fece neppure in tempo a pensare di aprirla che una luce la trapassò come una saetta.

Sentì un risucchio d'aria e subito dopo apparve Morgana.

Il Conte aprì la bocca per parlare accorgendosi stupito che nessun suono usciva dalle sue labbra. Ebbe un attimo di sconcerto.

Era diventato muto?

" Non aver paura, in questo momento sei in astrale. Le anime degli spiriti sono energie di luce quindi non parlano. La voce è solo uno strumento fisico." la voce di Morgana arrivò nitida e chiara nella mente di Ludovico, anche se ella non proferì verbo.

" Se vuoi comunicare con me, usa il pensiero." gli suggerì gentilmente.

" Mi sento strano, ma bene." pensò Ludovico.

" Non ti preoccupare, la prima volta è uno shock, poi diventa naturale e più avanti non se ne può più farne a meno. Io l'ho fatto per tutta la mia vita terrena. " Il pensiero di Morgana fu seguito da una sua risatina.

" Vieni ti faccio vedere com'è divertente passare attraverso la materia." Morgana lo prese per mano ed egli sobbalzò sentendo il contatto diretto con la sua pelle, come se avesse toccato il suo corpo fisico.

" Ma io ti sento come se avessimo il corpo fisico, però con più intensità."

" Si chiamano vibrazioni. Molto più potenti delle emozioni fisiche perché hanno una forza motrice che viene spostata dall'etere. Elettricità."

" Infatti sto tremando di felicità e non capisco perché."

" Sei abituato alle emozioni corporee, le quali sono create da vibrazioni basse. Diciamo che sono emozioni di seconda mano. In questa dimensione tutta la bellezza e le sensazioni sono amplificate."

Morgana trapassò la porta tirandosi dietro Ludovico che si sentiva leggero come un palloncino gonfio di elio, il quale rimase di stucco per essere passato attraverso la spessa porta di legno senza essersi causato neppure un graffio.

" Facciamo piano" pensò Morgana " Amalia e Concita sono sensitive, potrebbero accorgersi di noi. Guarda Ludovico, la Signora della Luce è in fase crescente, con i suoi raggi la casa prende tutto un altro aspetto. La luna è la migliore pittrice che c'è!"  Morgana si spostò più avanti allontanandosi da Ludovico.

"Aspetta Morgana, non lasciarmi solo." Morgana tornò indietro in un istante saettando fulminea, eppure a Ludovico sembrò che non si fosse mossa.

Uscirono dalla casa tenuti per mano e i fortunati terrestri abituati a comunicare con le entità, quella notte, alzando gli occhi, videro due globi di luce risplendere nel buio.

Morgana e Ludovico guardarono insieme la luna che rifletteva la sua luce sul mare.

" E' bellissimo." comunicò Ludovico.

" Un miracolo." pensò Morgana cingendogli le spalle con un braccio.

" Ho un'aria spettrale? Sembro un fantasma?" domandò Ludovico con il pensiero.

" No, anzi mi sembri più giovane." Morgana gli afferrò ancora la mano, ed egli si lasciò sollevare accorgendosi che l'aria stessa li aiutava e li sospingeva. O era l'etere? Non vedeva l'ora di raccontare tutto al dottor Aro. Sorvolarono un parco.

" Come sono belli i ciclamini." pensò Ludovico.

" Senti come è intenso il loro profumo." Morgana fece una giravolta nell'aria spostando il tappeto di foglie morte sull'erba.

Il Conte respirò a pieni polmoni, forse come mai aveva fatto.

" Vorrei sorvolare Pescino dall'alto." pensò Ludovico.

Lo fecero scendendo e salendo come funamboli circensi in bilico sul nulla. Infine si fermarono in riva al mare.

" Sta per arrivare Natale, poi passerà e ti mancherà, ma da questa notte non sarà più così, poiché ti sto donando la possibilità di comprendere che l'anima è eterna e si rincarna scegliendo come viaggiare e con chi. "

" Concita mi ha detto che forse non sei entrata nel tunnel che avrebbe dovuto portarti nella luce divina."  Pensò Ludovico.

" Ho lasciato il mio corpo, il quale è stato sepolto al cimitero in un giorno di pioggia battente. Mia nipote ha domandato a mia sorella perché il cielo piangesse, ma lei non ha risposto. Avrei voluto gridare che io ero lì proprio vicino a lei, viva e felice, ma non poteva sentirmi. Il mio corpo astrale si è sollevato dal corpo fisico ed è rimasto nella dimensione terrestre fino al giorno del funerale del mio corpo, poi un'entità di luce mi ha presa per mano facendomi attraversare un tunnel buio alla velocità della luce. Nella nuova dimensione il corpo astrale ha cominciato a dissolversi, ed è rimasto il corpo eterico che a sua volta si è dissolto per rilasciare il puro spirito che, o si rincarna per assolvere compiti non capiti nella vita precedente o diviene immortale poiché raggiunge la perfezione, divenendo uno strumento di Dio."

Lo spirito di Morgana era circondato da un alone d'armonia.

" Dobbiamo capire" continuò a comunicare Morgana " che la morte è solo una metamorfosi. Si passa il tunnel e si lavora per migliorarsi. Mi sono palesata a te perché ti voglio un monte di bene e vorrei farti accedere ad un livello di evoluzione superiore, allontanandoti dalla materia."

Ludovico le sorrise rinfrancato.

" Potresti farmi un favore?" pensò ridendo.

" Tutto ciò che posso."

" La vigilia di Natale terremo una seduta spiritica per farti apparire, potresti presentarti per farti vedere e sentire? Marcovaldo pensa che non ci sono più con la testa."

" Con infinito piacere, magari lo spavento un po’, che ne dici?"

" Sarebbe divertente, ma cosa si prova a non vivere più sulla Terra? Com'è essere morti?"

" Hai presente quando prepari i bagagli per andare in vacanza o parti per un viaggio d'affari? Non fai altro che ritrovarti in un posto nuovo che non avevi mai visitato con l'aggiunta che ti senti libero da ingombri fisici e quindi da qualsiasi malore o fastidio fisico. Non hai più pensieri o responsabilità. Ti senti bene in tutti i sensi.  Non dimenticare però che ci sono tante anime che non sopravvivono alla morte fisica perché nel corso della loro vita terrena hanno lavorato esclusivamente per ottenere la materia, non costruendo nulla per la sopravvivenza della propria anima. Altre anime sopravvivono ma devono stare ferme in certe dimensioni per lavorare al loro miglioramento. Altre ancora, la minor parte, arrivano alla perfezione quando sono ancora legate al corpo, trasformandosi in strumenti divini."

" Il bene e il male. Ne parlano tutte le favole per bambini."

" Ricorda che nelle favole c'è sempre nascosta la verità. L'esistenza terrena è un viaggio che ci dà l'occasione di evolverci più che possiamo, senza tornare sui nostri errori. Ti suggerisco di non chiudere le porte della mente, perché tutto ti verrà svelato."

" Una voce dentro di me mi dice di darti fiducia."

" Grazie, non avevo dubbi. Ci vediamo la vigilia di Natale. Arriverò mentre sarete seduti intorno al tavolo con i mignoli che si toccano."

" Ti aspetto." e il Conte l'avvolse in un lungo e stretto abbraccio, nel modo speciale in cui si intrecciano fra loro le anime pure.

Le vibrazioni salirono d'intensità lasciando Ludovico quasi privo di sensi.

" Urca, altro che sesso!!!" Scoppiarono a ridere spensierati.

" Quando rientrerai nel corpo accadrà con un risucchio terribile. Ti sembrerà d'essere scaraventato dall'alto in malo modo e senza nessuna cura. Non spaventarti, questo succede solo i primi tempi, poi imparerai a controllare le uscite e i rientri. Ci vuole solo un po’ di pratica, come ogni cosa, d'altronde. Domani mattina sentirai dolore in ogni muscolo come se avessi forzato il tuo corpo a ore e ore di ginnastica. Tutto ti sembrerà pesante, dal camminare a sederti o parlare."

" Perché?"

" Perché questa notte ti sei mosso nell'etere senza il tuo guscio materiale. Tornarci dentro sarà una grande sofferenza e se come prevedo continuerai a viaggiare in astrale, rientrare nel corpo sarà sempre più facile a livello fisico, ma più pesante a livello mentale, poiché nel corpo rimpiangerai la leggerezza e la velocità provate in astrale. Per quanto mi riguarda rimarrò in contatto con te per aiutarti ogni volta che ne avrai bisogno."

Ludovico annuì con il capo sorridendo e solo un secondo prima che Morgana sparisse si rese conto che ella sembrava una fanciulla, con la pelle diafana dai lineamenti piccoli, incorniciati da una lunga chioma di capelli corvini, lucenti come pietra umida, e qualcosa nell'espressione e nel portamento che gli fecero pensare ad un essere senza età, e si rese conto che si erano rivolti l'uno all'altro dandosi del tu, cosa che egli trovò fantastica. Bisognava rientrare, si sentiva tanto stanco!

Individuato il suo corpo ci si diresse senza indugio: aveva proprio necessità di un buon sonno.

Avvicinandosi al letto sentì un vento freddo propagarsi sul corpo astrale e subito dopo si sentì trascinare nel corpo fisico come se una calamita lo attirasse senza tanti riguardi. Il rientro fu uno shock terribile, poiché gli sembrò d'essere infilato a forza dentro una armatura di ferro come quelle dei cavalieri medievali, ma di due taglie più piccola della sua.

Rimase disteso, abbandonandosi al turbinio di emozioni provate, ricordando come si era spostato seguendo la famosissima etere.

Avrebbe voluto vivere per sempre così, come un'aquila, costruendo un nido provvisorio per poi ripartire verso altre vette senza rimpianti…poi la stanchezza ebbe il sopravvento.

Si addormentò mentre le ali degli Angeli si posavano sulle tegole della sua casa. Morgana aveva detto la verità.

 

 

*******

 

Il mattino dopo il sole ammantò Pescino in un alone dorato, colmo di aspettative e cambiamenti gradevoli.

Ludovico si svegliò sfinito e con dolori sparsi in tutto il corpo come se avesse zappato cento ettari di terreno. Non aveva un solo centimetro che non gli dolesse e la voce usciva dalla gola emettendo versi strani e gutturali che non gli appartenevano. Morgana lo aveva avvisato.

Fece uno sforzo immane per alzarsi e si fece aiutare dal valletto personale per vestirsi, e quando scese in sala per la prima colazione, cercò ovviamente di non dare a vedere quanto gli costasse muoversi con disinvoltura.

<< Buongiorno!>> salutò entrando in sala.

<< Buongiorno!>> risposero i presenti all'unisono. Egli cercò di sedersi senza destare sospetti, ma Amalia, a cui non erano sfuggiti i movimenti legnosi del Conte, domandò:

<< Avete dormito bene?>>

<< Benissimo.>> tagliò corto, sorridendo tra sé mentre pensava alla notte appena trascorsa.

La colazione fu consumata in una atmosfera molto gradevole e fu deciso che la giornata sarebbe servita a tutti loro per comprare nelle rivendite commerciali di Pescino, i regali di Natale. Le Contesse chiesero di poter acquistare i loro doni senza la compagnia dei signori, i quali acconsentirono di buon grado.

Subito dopo che le Contesse uscirono accompagnate da un autista, Ludovico raccontò a suo fratello e all'amico ciò che gli era accaduto la notte precedente, senza tentennamenti.

Adalberto gli credette senza porsi troppe domande, mentre Macovaldo dubitando della sanità mentale dell'amico ridacchiò proponendo una scommessa:

<< Se vedrò Morgana con i miei occhi ti regalo la mia nuova automobile.>>

Il patto fu suggellato da una stretta di mano.

Poco dopo Ludovico spingeva Marcovaldo su una carrozzina e mentre aspettavano l'auto, arrivò Severino con una busta in mano:

<< Conte Adalberto Kant, una missiva per lei arrivata è.>>

<< Grazie Severino.>> Adalberto prese la busta tra le mani chiedendo alcuni minuti ai compagni per leggere con calma.

Dopo aver aspettato quindici minuti rientrarono in casa per constatare con i loro occhi cosa mai fosse successo. Trovarono Adalberto seduto sul divano con le mani sul viso e le spalle scosse dai singhiozzi. Che diamine poteva essere accaduto ancora?

Ludovico circondò le spalle del fratello con un braccio, cercando con parole gentili di lenire i suoi singhiozzi.

Ci volle un po’ di tempo perché Adalberto si riprendesse e parlasse, e quando lo fece fu una liberazione per la sua anima.

<< Ho scoperto chi è mio padre!>> Ludovico rimase di sasso, ma ripensandoci fece un salto di gioia che gli costò un dolore immenso in tutto il corpo. Prese i fogli della lettera abbandonati sul tappetto e si inoltrò nella lettura senza smettere un attimo di sorridere.

Appena finì urlò per la felicità coinvolgendo Marcovaldo in un girotondo infantile, trascinando la carrozzina per tutto il salotto.

Quando finalmente lacrime e saltelli giocosi finirono, Marcovaldo conobbe il perché di sì fatta felicità.

Il marito della Baronessa Alida Kenscroft era passato a miglior vita e la stessa vedova ne avvisava Adalberto Kant.

La Baronessa era stata (per così dire) l'amante del nonno di Ludovico, in giovanissima età, quando ancora non era Baronessa, rimanendo incinta. Non potendo disonorare la famiglia di nascita fu mandata lontano da casa a sgravarsi del fardello poco onorevole che teneva sul seno. Lo stesso fardello (con l'accordo del padre) fu portato presso la soglia di Villa Translook. La Baronessa fu poi data in sposa ad un Barone ricchissimo e più grande di lei di parecchi anni, il quale fu un dolcissimo marito che la trattò come una principessa, sortendo così un matrimonio sereno, ma non ebbero figli.

Alla morte del Barone la Baronessa si sentì libera di mettersi in contatto con il figlio lasciandogli l'intera eredità del Barone con la clausola di poterlo riabbracciare e chiedere il suo perdono.

Perdono che Adalberto concesse con estrema facilità, poiché poco incline a giudicare le altrui azioni.

Il telegramma fu scritto all'istante e spedito di gran carriera. Severino ed Elisabeth appena informati, decisero di organizzare una cena particolare per festeggiare l'avvenimento, perché non solo Adalberto ereditava una cospicua fortuna, ma si fregiava dell'appellativo di Barone, superando il Conte Ludovico Translook nel rango nobiliare e passando da figura di fratello a quella di zio.

 I tre amici trascorsero una mattinata deliziosa cercando i regali di Natale e incontrando le Contesse, le quali furono invitate ad unirsi a loro per un pranzo memorabile intriso di sorrisi, bicchieri di chiaretto fresco e una frittura mista di pescato fresco.

Dopo il pranzo tornarono a Villa Translook carichi di pacchetti e momenti da ricordare. Marcovaldo fu colui che pensò più di tutti, chiedendosi se avesse sbagliato a puntare il dito del giudizio contro Amalia.

Stremati si chiusero ognuno nella propria stanza a riposare fino all'ora di cena.

Fu proprio nel momento in cui iniziarono a mangiare che Severino entrò in sala silenzioso e zelante:

<< Conte, il notaio Andrea Westport in biblioteca vi attende.>>

<< Arrivo immediatamente.>> chiese scusa e si alzò seguito da Adalberto e Marcovaldo particolarmente solerti.

I tre entrarono in biblioteca senza vedere neanche il più piccolo pezzettino del Notaio Andrea Westport. C'era invece una donna seduta sul bordo di una poltrona in cuoio, con i capelli corti sapientemente composti in onde ordinate e occhi stretti e scuri sopra zigomi tondi.

Ludovico pensò di aver capito male.

<< Notaio Andrea Westport.>> si presentò la donna con un inconfondibile accento inglese. Allungò la mano  inguantata, dove uno zaffiro a forma di stella brillava di riflessi azzurrini.

Ludovico interdetto scambiò un’occhiata veloce con Adalberto e Marcovaldo, i quali accolsero il notaio con mille scuse, atte solo a colmare il vuoto dell'assurdità del momento.

<< Non mi aspettavo...ecco mi aspettavo.>> esordì Ludovico.

<< Non vi aspettavate una donna, dico bene?>> domandò ella un po’ rigida.

<< Vero...non mi aspettavo una donna, il nome mi ha tratto in inganno.>> rispose egli confuso.

<< Nessun problema, se vogliamo procedere...>> il notaio si sedette e aprì una valigetta.

<< Prego.>> si sedettero anche loro aspettando che il notaio tirasse fuori i vari documenti con movimenti studiati e lenti, stendendoli per benino sul tavolino di fronte a sé.

Ella prima di parlare si toccò il tira baci sulla gota destra.

<< Lady Morgana poco prima di morire mi ha incaricato di indicarvi come erede di un oggetto di nuova generazione e di darvi una lettera scritta di suo pugno. Tutto ciò che dovete fare (a patto che siate d'accordo) è firmare i fogli allegati e ritirare il pacco con la lettera.>>

<< Assolutamente d'accordo.>> rispose Ludovico.

<< L'unica postilla sta nel fatto che dovrete aprire la missiva esclusivamente e solo la notte del 25 Dicembre. E' un problema per voi?>>

<< No. Assolutamente no.>> il Conte lo sottolineò senza remore.

Firmò le carte e prese in consegna il pacco e la lettera che affidò alla professionalità di Puddu, il quale li costudì come una reliquia.

Ludovico invitò il notaio a cena poiché si era accorto che Adalberto la fissava a bocca aperta.  Ella accettò e in sala furono fatte le presentazioni.

Il notaio Andrea che sulle prime era sembrata una persona un po’ rigida e formale si rivelò colma d'ironia accattivante. Adalberto ne fu estasiato, infatti parlarono per tutta la durata della cena escludendosi quasi dal resto dei presenti.

Spostandosi in salotto per il dopo cena Andrea vide il pianoforte:

<< Posso toccarlo?>> chiese al Barone.

<< Certo si accomodi.>> la incoraggiò egli sottovoce.

<< Posso sedermi sulla panchetta?>> chiese ella con le guance rosate sopra la pelle olivastra.

<< Sicuro, la panchetta fa parte del piano.>> rispose egli sedendosi accanto a lei.

Gli sembrò di sentire un leggero profumo di gelsomino.

<< Lei suona il pianoforte?>> domandò Adalberto educatamente.

<< No, ma darei qualsiasi cosa per saperlo fare. Lei lo suona?>>

<< Sono un concertista, la musica è la mia vita.>>

<< Quando ha capito che sarebbe stato il suo futuro?>>

<< Dopo aver assistito ad un concerto a otto anni. Da quel momento la musica ha avuto per me il potere di far cessare ogni pensiero. Lasciavo scorrere le dita su un pianoforte immaginario e svuotavo la mente. Se lo desiderate potrei darvi delle lezioni.>> disse il Barone prendendo degli spartiti a caso.

<< Cercherò d'essere uno studente modello.>> filtrò ella abbassando lo sguardo.

Adalberto si ritrovò a fissare gli occhi di lei che sembravano quelli di un cerbiatto. Sentì ancora il delizioso profumo di gelsomino e il desiderio di baciarla fu travolgente.

<< Quindi voi siete un notaio?>> domandò egli completamente rapito.

<< Si, m a fare musica penso sia un lavoro completamente diverso, credo.>> rispose Andrea in un soffio.

<< In realtà non lo è poiché la musica è logica.>> rispose Adalberto cercando di non far trasparire il desiderio che provava standole accanto.

<< La musica è la cosa più logica che esista, come la matematica. Ha persino i suoi simboli.>> aggiunse indicando un segno curvo che compariva all'inizio della linea.

<< Sa come si chiama?>>

<< Ehm...>>

<< E' la chiave del Sol. Indica il sol sopra il Do centrale. E' sempre così, non cambia mai, e questo? Lo sa?>> chiese indicando un cancelletto << Questo è un simbolo di Diesis.>> rispose senza aspettare che ella ammettesse la sua ignoranza in materia.

<< Significa che qualunque nota in questa posizione è un semitono più alta della sua vera tonalità. Non può significare niente altro, mai.>> parlando si avvicinarono l'uno verso l'altro sfiorandosi con le spalle e Adalberto notò le dita di Andrea affusolate e lunghe con unghie rosate e arrotondate sulla punta. Pensò che fossero dita perfette per suonare il pianoforte.

Risentì il profumo di gelsomino che gli ricordò la Primavera. Cercando di recuperare l'equilibrio perduto riprese le spiegazioni poiché non sapeva cosa dire. Andrea non era in imbarazzo o timida, al contrario era interessata e attenta.

<< Questo è il simbolo del tempo, un numero sull'altro. Il denominatore rappresenta sempre l'unità di tempo della pulsazione base di quel metro, quindi qui il quattro rappresenta una misura quaternaria. Il numeratore, in questo caso tre, indica sempre il numero di tempi all'interno di ogni misura o battuta. Qui per esempio annuncia che ogni misura ha la stessa lunghezza di tre semiminime. Un tempo in tre-quarti. Un valzer. Mi concederebbe un valzer?>>

Senza volerlo aveva trovato il codice di accesso all'anima di Andrea poiché nell'aria fluttuavano le note di un valzer viennese che rimbalzavano dal grammofono.

 Adalberto si alzò tendendole la mano:

<< Mi scuso sin da ora poiché sono un pessimo ballerino.>>

<< Si…>> rispose Andrea porgendole la mano. Ballarono persi l'uno nell'altro senza accorgersi del tempo che passava, fino al momento in cui Adalberto si offrì di accompagnarla all'hotel in cui ella alloggiava.

Quando la lasciò davanti all'ingresso dell'albergo prese il dito indice di Andrea e se lo portò al petto puntandolo all'altezza del cuore sussurrando:

<< Questo tasto si chiama Do centrale. E' il Do più vicino al centro del piano, la chiave del Do si usa molto, per cui cercate di imparare presto dove si trova il Do centrale.>>

Ella fece scivolare il dito per far posto alla propria fronte.

 

*******

 

Il giorno dopo, vigilia di Natale, dormirono tutti fino a tardi, consumando la prima colazione all'ora del pranzo con una tazza di caffè e una fetta di torta alle mele profumata alla vaniglia.

Le tre Contesse stanche e con impresso nei volti il desiderio di casa propria. Marcovaldo con quello della noia e Adalberto con quello svenevole dell'amore. Subito dopo colazione si salutarono tutti cerimoniosamente dileguandosi e sparendo dietro a porte, tendaggi e piante. Il Barone Adalberto andò alla ricerca di un dono natalizio per Andrea.  Le Contesse sparirono non si sa dove.

Andrea andò alla ricerca di un abito che potesse far cadere la mascella del Barone.

Severino ed Elisabeth diressero i lavori per l'organizzazione della festa.

Il Conte Savoretti annoiandosi a morte vagò per la villa come un'anima in pena zoppicando e appoggiandosi ad un bastone dal manico in avorio sino a quando si ritrovò nella grande cucina.

Guardandosi attorno gli venne in mente ogni volta che con Ludovico e Adalberto ne avevano sconfinato la soglia per trafugare fette di torta o gelati appena preparati.

Sentì di colpo un nodo in gola che gli impediva di deglutire e non volendo cedere alle lacrime pensò a quante cose quei muri avevano visto, aspirando a pieni polmoni l'odore di spezie che invadeva l'ambiente: basilico, aglio, olio extravergine d'oliva, pinoli, pecorino.

Indovinò che la cuoca avesse preparato il pesto genovese. Ciotole colme di borragine lesse raffreddavano sui ripiani della dispensa e gamberetti grossi color corallo attendevano d'essere sgusciati.

Il branzino riposava su un letto di patate e olive aspettando d’essere infilato nel forno a legna.

Sentì all'improvviso il profumo dei temporali estivi imprigionati nei barattoli di ciliegie sotto spirito.

I ricordi dell'infanzia scesero come lacrime sulle assi indurite del suo cuore. Si appoggiò allo stipite della porta pensando alla bellezza di Pescino: una collina di mare in movimento che degradava fino a Portofino con le sue alcove di villette ricoperte di siepi in fiore: una magica torta alla panna, dal gusto succulento, guarnito da stelle ballerine.

Villa Translook era una residenza grandiosa circondata dalla bellezza dei dintorni.

Ogni sera della sua infanzia aveva visto i cirri affacciarsi all'orizzonte per spingere il sole aranciato nell'oscurità del mare violaceo, e sentito sulla pelle la brezza estiva che entrando dalle finestre rimaneva prigioniera della casa durante la notte.

Si ricordò del profumo biscottato delle crostate ricolme di amarene, aspre e dolci insieme, e al filo argentato di spensieratezza che non aveva mai più provato insieme al suono melodico della voce di Elisabeth, giovane e bella come una fata che li cullava sino a farli addormentare, ritmando con qualche ninna nanna il loro sonno di bambini.

Risentì i loro nomi ripetuti più volte dalle loro madri che li richiamavano per la cena nelle lunghe serate estive, strappandoli ai loro giochi di cavalieri in battaglia.

E poi c'erano i risvegli mattutini annunciati da risa, schiamazzi e cuscini volanti e girotondi di corse per scappare alla vestizione dalle mani di Elisabeth. Tutta l'aria era mossa di gioia.  Che fosse quella l'etere di cui tanto si parlava? L'amore?

<< Avete bisogno di qualcosa Conte Savoretti?>> una voce delicata e conosciuta lo distaccò dai ricordi. Si dette un contegno e guardò verso la voce. Amalia indossava un grembiule e ciò non poteva certo toglierle la delicatezza dei movimenti che la circondava come un 'aura dorata.

<< Cosa state facendo?>> domandò egli.

<< Creo il gusto.>> fu la risposta di Amalia.

<< E come di grazia? Facendo incantesimi?>>

<< L'incantesimo è una magia. Creare qualcosa richiede tecnica ma anche molta immaginazione, per cui la magia è necessaria, mi sono spiegata? Ora chiudete gli occhi.>>

Egli ubbidì e Amalia gli mise in bocca un gamberetto.

<< Lo sentite il sapore del mare?>>

<< Sento il gusto salmastro del mare, la morbidezza dell'olio, l'aroma dell'aceto balsamico, il fuoco del peperoncino e il profumo delicato del limone.>> rispose sicuro. << E' probabile che al momento della pesca la luna piena alzasse la marea.>> commentò Marcovaldo senza sapere perché l'avesse detto e prendendo un altro gamberetto ricambiò il gesto.

<< E voi cosa ci sentite?>>

<< Dio e il sacrificio di questo piccolo essere. Ha dato la vita per farvi godere l'immensità della natura, non dimenticatelo mai.>>

Marcovaldo si sentì in colpa perché aveva dato sempre tutto per scontato.

<< Come vi chiamate? Fata? Maga? Fattucchiera? Rompiscatole?>> domandò ridendo.

<< Amalia.>> rispose spostandosi e dandogli la schiena per aggiungere legna nel forno.

<< Scusatemi ma non posso perdermi in chiacchere, la cucina ha bisogno di attenzioni.>>

" Sta solo preparando qualcosa da mangiare, non sta certo creando un'opera d'arte." Pensò mentre ella si muoveva intorno ai fornelli con la stessa grazia di una ballerina.

I capelli biondi erano raccolti dentro una cuffia di cotone bianco e aveva le gote spolverate di lentiggini, accaldate.

<< Venite qui Marcovaldo>> era la prima volta che lo chiamava per nome ed egli sussultò. Amalia sollevò un cucchiaio di legno:

<< Sapete qual è il mio segreto?>>

<< Un cucchiaio di legno?>> domandò il Conte Savoretti ridendo.

<< No, il fuoco, la fiamma, quella della passione.>>

<< E dove la tenete nascosta codesta fiamma?>>

<< I segreti non si svelano.>>

<< Chi siete di grazia?>> domandò ancora Marcovaldo, completamente affascinato dalla sua personalità.

<< La migliore maga del momento. Ora aiutatemi perché sono ore che cucino e sono un po’ stanca.>>

<< Non so cucinare.>>

<< Ve lo insegno io.>> Amalia gli tese la mano sorridendo. Non c'era bisogno di parole.

 

 

*******

 

E Ludovico cosa stava facendo?

Puliva con amore riverenziale la sua fotocamera ICA e l'obbiettivo che la corredava, anzi, per meglio dire le stava facendo un'autopsia poiché l'aveva smontata e rimontata, maneggiandola come fosse la cosa più preziosa che avesse al mondo.

Egli si era avvicinato alla fotografia con il desiderio di evolversi e conoscere altri orizzonti perché la riteneva una magica combinazione tra scienza, arte e bellezza, capace di trasformare la realtà materiale in viaggi mentali miracolosi.

La mattina di Natale avrebbe immortalato i suoi amici in un ritratto di gruppo, rendendoli eterni.

 

 

*******

 

Alle diciassette e trenta in punto Ludovico scese in salotto elegantemente vestito, seguito a ruota da Marcovaldo e Adalberto, belli come damerini.

Pochi istanti dopo le tre Contesse apparirono avvolte nei loro meravigliosi abiti da sera.

Concita indossava un abito di taffetà rosso fuoco, la gonna larga con il corpetto dalla scollatura rotonda e le maniche strette e lunghe che le arrivavano sino alle nocche delle mani, come una principessa rinascimentale. I capelli scuri erano trattenuti sulla nuca appositamente spettinati e tra una ciocca e l'altra erano inserite delle perle. Un rubino incastonato in un cerchio d'oro, pendeva dal suo collo.

Ofelia gravitava leggiadra dentro un abito di chiffon color verde acqua come un'elegante medusa sotto i flussi del mare poiché i volant si spostavano nell’aria come tentacoli assassini.

Il caschetto di capelli mossi erano gonfi e fermati ai lati con fermagli di smeraldi. Una goccia di smeraldo le pendeva dal collo magro e fragile.

Il Conte rimase senza fiato inchiodato dallo sconcerto perché il viaggio a ritroso nel tempo stava ottenendo il suo effetto. Avevano fatto in modo di indossare più o meno ciò che indossavano l'ultima volta che si erano visti. Un piccolo castigo? Una burla?

Amalia era sinuosamente avvolta in un abito dalla forma a sirena color indaco con lo strascico a ventaglio. Il bustino senza maniche le metteva in risalto le spalle e il decolté lentigginoso. I meravigliosi capelli biondi erano raccolti in due trecce spesse, avvolte intorno al capo. Un'acquamarina a forma di cuore le pendeva dal collo.

Ludovico deglutì con difficoltà. Si erano messe d'accordo? Se pur vero che le sue ex amate non erano più le fanciulle che aveva conosciuto, lo spettacolo che si presentava ai suoi occhi lo lasciò sottosopra.

Tenne la testa alta e senza battere ciglio fece loro il bacia mano e sinceri complimenti, poi si diresse sulla soglia di casa ad accogliere le signorine Turzino, sempre in gramaglie, ma magnificamente eleganti e sostenute da tutto l'oro del mondo.

Poi fu la volta del dottor Aro impettito nel suo doppio petto e sciarpa di seta bianca annodata al collo, e subito dopo arrivò Andrea vestita da un abito aderente di raso blu notte che le lasciava la schiena completamente nuda, dove tra le scapole perfette, dondolava una piccola sfera di zaffiro appesa ad una catena sottilissima di argento. I capelli corti pettinati all'indietro fermati e resi lucidi dalla brillantina avevano un tirabaci sulla fronte, donandole un aspetto sensuale e sbarazzino insieme.

Il Barone Adalberto ebbe quasi un collasso per la felicità.

Una gradevole calda atmosfera avvolgeva la casa mentre Enea e un altro cameriere passavano tra gli ospiti con vassoi colmi di ogni bene di Dio e coppe di champagne dorato.

Tutti cedettero all'aria festosa che si propagava tra i presenti.

Con calma vennero formate le coppie e la processione entrò in sala, dove una tavola imbandita magnificamente, invogliava ad abbandonare, anche solo per una sera, le rigide maniere.

Si disquisì di argomenti banali e leggeri come il clima, lo sport e il cibo, ma si toccarono anche argomenti molto più interessanti come i poeti maledetti, lingue morte e capolavori abbandonati al lavorio dei tarli, e infine di teatro.

Argomento in cui Ofelia primeggiò con maestria, erudizione e profonda ironia. Tutti l'ascoltarono estasiati.

Nessuno dei commensali ebbe l'ardire di parlare di fantasmi anche se si toccava con mano che in fondo ognuno di loro stava mettendo in pratica la complicata arte di Ofelia.

Quando Ludovico si alzò per eseguire il tradizionale brindisi ci fu un applauso prolungato e un tintinnio allegro di cristalli che si baciavano.

Al termine della cena traslocarono nel salotto, dove un quartetto d'archi e la servitù al completo abbigliata elegantemente, attendevano silenziosi: Severino ed Elisabeth in testa.

Appena la prima nota riempì il silenzio Ludovico si avviò verso la sua Tata prendendola tra le braccia:

<< Con il vostro permesso vi chiedo il primo ballo.>>

<< Permesso accordato.>> Si aprirono così le danze. Ofelia invitò Severino, Adalberto Annette, Marcovaldo con il cuore in pappa per Amalia invitò la cuoca, Concita il garzone di cucina, Amalia un cameriere e così via... cambiando poi a turno le persone con cui ballare.

Ultimati i giri di danza Ludovico distribuì i regali di Natale alla servitù, non mancando di aggiungere una busta con un obolo in denaro per ognuno di loro:

<< Ora potete andare a cenare e a divertirvi. Buona serata e Buon vigilia di Natale a tutti voi.>>

La servitù ringraziò dileguandosi al piano di sotto dove li attendeva una tavola imbandita con lo stesso cibo dei signori, ma decisamente più rilassata e divertente, poiché non mancarono i pettegolezzi e le battute ironiche sul fantasma.

Al piano di sopra in biblioteca, Elisabeth aveva predisposto tutto per la seduta spiritica.

<< Amalia siederà alla mia destra, perché ho bisogno della sua energia. Cercate di rimanere rilassati con la schiena appoggiata ben dritta contro la spalliera della sedia. Aprite le vostre mani a ventaglio mettendo in contatto solo i vostri mignoli con quelli del vicino. Prego accomodatevi.>> comunicò Concita chiudendo la porta d'ingresso.

<< Posso partecipare?>> domandò Marcovaldo umilmente.

<< Perché dovrei dire di sì?>>

<< Perché ho cambiato idea su alcune cose e mi adopererò completamente per aiutarvi.>>

 Una smorfietta che sembrava un sorriso apparve sulle labbra di Concita:

<< La vostra coerenza è ammirevole, soprattutto in un mondo di bacia pile come il nostro. Guardate che non c'è bisogno di fare la commedia con me.>>

<< Non sto recitando Concita, vi prego fatemi partecipare.>>

<< Va bene, in fondo solo gli stupidi non cambiano idea, ma non fatemi pentire della scelta fatta, prendete posto.>>

Una coltre di nubi cariche di elettricità si avvicinava rapidamente dal mare, stendendo un manto di tenebre sulla facciata della villa.

La biblioteca galleggiava nell'oscurità totale a parte la piccola sfera di luce giallina al centro del tavolo, formata da quattro candele bianche, dalle fiammelle tremolanti.

<< Qualunque cosa succeda, per nessun motivo al mondo, ripeto, per nessun motivo al mondo dovete rompere la catena, perché potreste mettere in pericolo la mia persona. Quindi ve lo ripeto. Qualsiasi cosa accada in questa stanza non dovete staccare le vostre dita dai vostri compagni, mi sono spiegata? >>

<< Certamente Concita, vi siete spiegata chiaramente, ma prima di incominciare potreste per gentilezza spiegarci cosa potrebbe accadere?>> domandò Andrea lievemente preoccupata.

<< D'accordo, mi sembra doveroso. Le entità si manifestano tra i vivi per diverse ragioni e in molte maniere e sotto diverse forme. A volte producono rumori o spostano oggetti, altre volte trasmettono messaggi scritti o verbali, altre ancora provocano visioni fugaci e raramente visioni corporee. Io ho la facoltà di captare la loro presenza in virtù di una speciale costituzione del fluido elettromagnetico. Un fluido che mantiene uniti il corpo e l’anima nel mondo terreno. Questo fluido (che per altro abbiamo tutti noi, chi più chi meno) costituisce il tramite attraverso il quale le anime dei defunti agiscono sugli oggetti del mondo fisico, trasmettendo le loro comunicazioni ed entrando in contatto con chi assiste alle sedute medianiche o semplicemente a chi è aperto a riceverli, prendendo in prestito l'energia del ricevente. In questo caso me. Questa non è magia ne stregoneria, ma semplicemente una conseguenza del progetto Divino e della Creazione di Dio, nel quale l'essere umano, la Terra e l'universo visibile ai nostri occhi non occupano che una parte insignificante di spazio.>>

<< Forse potremmo vedere Morgana?>> domandò il dottor Francesco Aro.

<< Certamente, è lei che chiameremo. Farò da tramite aiutata dal vostro fluido e dalle vostre menti. Rilassatevi e puntate tutta la vostra energia su Morgana, e se vi può aiutare a concentrarvi chiudete gli occhi, ma non è indispensabile. Vi avviso che se Morgana si manifesterà, Amalia porrà delle domande tecniche. Se ci sono richieste particolari ditelo ora in modo che Amalia possa intercedere per voi. Ovviamente io cadrò in trance per cui siete avvisati di non parlarmi o toccarmi.>>

Tutti si guardarono in evidente imbarazzo. Ludovico si fece coraggio:

<< Vorrei sapere da Morgana se ci rincontreremo in un'altra vita e se avremo lo stesso corpo fisico.>>

Amalia e Concita annuirono con il capo e di colpo calò il silenzio mentre i presenti unirono i mignoli senza chiudere gli occhi e fissando Concita la quale chiuse gli occhi, fece cinque profondi respiri e partì per il suo viaggio interiore.

I presenti la guardavano immobili come in attesa di un miracolo o del permesso per poter respirare di nuovo. Piano piano dal viso di Concita sparirono i segni delle vicissitudini della vita, trasfigurandosi sino a ritornare infantile e sfumato, come se una mano invisibile lo stesse cancellando con una spugna, poi la sua testa si rovesciò di colpo all'indietro e tutti sobbalzarono istintivamente.

Amalia parlò con voce sommessa e dolce:

<< Morgana siamo qui raccolti in questo cerchio, esclusivamente per accogliere il tuo Spirito armonico e poter onorare il tuo nuovo viaggio. Il tuo amato amico Ludovico desidera vederti, se lo vuoi e puoi Concita ti farà da filo conduttore. Se mi hai sentito batti un colpo.>>

I respiri dei presenti rimasero sospesi nell'aria. Passò un lungo tempo d'attesa, infine Amalia ripeté tutta la frase. Dopo pochi secondi si sentì un colpo forte e chiaro come se qualcuno avesse colpito il tavolo con un pugno. I nervi dei presenti guizzarono.

<< Benvenuta Morgana, siamo felici di sapere che ci hai onorato con la tua visita. Fammi sapere da quale ordine vieni. Se è il primo batti un colpo. Se è il secondo batti due colpi. Se è il terzo batti tre colpi.>> Immediatamente si susseguirono due colpi forti e precisi.

I presenti impallidirono.

<< Da come ci informi arrivi dal secondo ordine, cioè dalla dimensione degli Spiriti Buoni. Ora vorrei capire a quale classe dell'ordine appartieni. Se appartieni alla quinta, batti cinque colpi. Se appartieni alla quarta, batti quattro colpi. Se appartieni alla terza, batti tre colpi. Se appartieni alla seconda, batti due colpi.>>

Due colpi secchi vennero battuti.

Le ginocchia dei presenti incominciarono a tremare, soprattutto quelle di Marcovaldo che era bianco come un lenzuolo. Solo Ludovico rimaneva impassibile.

<< Perfetto da ciò che comunichi appartieni alla classe degli Spiriti Superiori.  Ti sei incarnata sulla Terra con un carattere eccezionale e per compiere un perfezionamento, convertendoti in un esempio di evoluzione a cui può aspirare l'uomo. Questo significa che sei sempre stata prudente e buona, che il tuo linguaggio è sempre stato benevolo e gentile, degno, elevato, sublime. Per la tua evidente superiorità sei adatta a comunicare le nozioni giuste per tutto ciò che riguarda il mondo Spirituale incorporeo, sempre nell'ambito dei limiti in cui all'uomo è concesso conoscerlo. Hai sempre comunicato spontaneamente con chi ricercava la verità in buona fede e sei sempre stata distaccata dalle cose terrene, abbastanza da poterle comprendere. Hai sempre sfuggito chi era mosso solo da curiosità e chi è sviato dalla pratica del bene a causa dell'influenza della materia. Poiché noi siamo Spiriti affini ti chiedo da parte nostra di manifestarti ai nostri occhi. Se ti manifesterai batti un colpo.>>

Il colpo arrivò puntuale e possente.

Un ansito di insicurezza e timore serpeggiò tra i partecipanti, i quali non erano più tanto sicuri di desiderare di incontrare Morgana.

Stavano ancora dibattendosi in codesto pensiero, quando dal mare arrivò il fragore di un tuono, simile al ruggito di un drago. I vetri tremarono come foglie al vento.

La penombra della biblioteca fu squarciata da un lampo che spaccò in due il cuore di Ofelia, la quale poverina aveva il terrore dei fulmini.

Lo scoppio del secondo tuono si manifestò in tutta la sua potenza e scrosci d'acqua impetuosi si rovesciarono su Pescino in un unico getto. Ofelia chiuse gli occhi digrignando i denti, ma tenendo fede alla parola data dopo la raccomandazione di Concita, non mosse un solo muscolo del suo corpo, neppure di un millimetro.

Fu proprio nel momento in cui tutti si distrassero per l'improvviso diluvio che la figura di Morgana si stagliò davanti alla grande finestra.

Ludovico la vide per primo ed un sorriso estasiato le apparve sulle labbra.

La figura dalla forma indistinta si palesò piano piano agli occhi di tutti.

<< Grazie Morgana per essere venuta. Puoi avvicinarti un po’ al tavolo così ti vediamo meglio?>> chiese Amalia con dolcezza. Morgana si mosse scivolando nell'aria spostandosi verso il tavolo.

Il viso era pallido ma era illuminato dal sorriso e da una luce speciale. I capelli lunghi sino alle reni splendevano come l'ardesia al sole. Indossava una tunica bianca con i bordi delle maniche a calice colorati di viola. Tutti la fissavano con gli occhi fuori dalle orbite chiedendosi come mai Morgana sembrasse avere poco più di sedici anni. Le pupille di Marcovaldo erano vitree.

<< Morgana, hai un messaggio per noi?>> domandò Amalia.

<< Si.>>

La voce di Morgana era calda e sembrava provenire da lontano come se tra loro ci fosse uno spazio infinito. Aveva parlato, ma nessuno dei presenti vide la sua bocca muoversi.

<< D'accordo. Per chi è questo messaggio?>>

<< Per tutti.>> rispose Morgana avvolgendoli loro malgrado in una spirale ipnotica.

<< Procedi, ti ascoltiamo.>>

<< Se amerete l'arte, la bellezza naturale, l'armonia delle cose semplici e l'universo intero, compresi gli abitanti di altre Galassie, vorrete possedere poco, vivendo alla giornata, trovando sempre nuove idee e nuovi stimoli per arrivare all'essenza delle cose, le quali diverranno per voi preziose. Solo così vi sembrerà d'essere nuovi, poiché tutto vi stupirà come la prima volta. Il vento, le scogliere, il mare, le vette innevate, le persone che sfiorerete.>>

<< Grazie Morgana, il tuo messaggio è arrivato chiaro e forte. Ludovico vorrebbe sapere se vi incontrerete in un'altra vita, sia qui oppure in un'altra dimensione, e se avrete lo stesso corpo fisico avuto in prestito in questa vita.>>

<< Si, Ludovico ed io ci rincontreremo, ma ci rincontreremo tutti nel giro del ciclo vitale. Non so se avremo lo stesso aspetto fisico, forse alcuni di noi si, altri no, e non sempre ci rincontreremo sulla Terra, ma anche in altre pianeti possibili che sono miliardi e miliardi nell'universo. Questo succederà finché non concluderemo il compito che ci è stato affidato da Dio. Ciò che è sicuro è che alcuni di noi si riconosceranno nel primo istante, ma non potremmo confrontare la nostra vita con quella precedente, né potremmo correggerla con quella futura, poiché non ricorderemo. Non importa quante altre volte ci rincarneremo, né quanti mondi scopriremo o dimenticheremo, perché prima o poi faremo ritorno a casa al fianco di chi ci ha amato veramente. Non bramate la materia, poiché renderà il vostro Spirito mortale. Ora vi lascio, lo spazio temporale a mia disposizione è arrivato al termine.>>

<< Possiamo avere un indizio su dove o quando ci rincontreremo?>> chiese ancora Amalia.

<< 1975. H.>> rispose Morgana in un soffio.

In quell'istante un tuono più potente degli altri flagellò l'aria con il suo frastuono e la figura opalescente di Morgana si sbiadì fino a dissolversi nel nulla, lasciando i presenti convinti che qualcosa d'immenso aveva toccato la loro mortalità, con una sensazione di concreta nostalgia evocata da un luogo lontano ma conosciuto.

Amalia chiamò con grande delicatezza Concita più volte, la quale scossa da un brivido ritornò alla realtà sbattendo gli occhi e scrollando la testa.

<< Ben tornata Concita, grazie per tutto ciò che hai fatto per noi. Come ti senti?>> si premurò a chiedere Ludovico.

<< Bene, senza energie, ma bene. Ora potete staccare le mani e sgranchirvi le gambe.>> rispose ella ancora un po’ intontita.

 Si alzarono tutti come automi stirando le membra indolenzite, rinnovati nel profondo e grati per ciò che avevano vissuto.

Tutti si congratularono con Concita, soprattutto Marcovaldo che avvolgendola in un abbraccio le chiese mille volte scusa.

Le signorine Turzino euforiche come bambine ringraziarono il padrone di casa con mille salamelecchi annunciando il loro ritiro perché si era fatta una certa ora, quindi venne chiamato il loro autista che aveva festeggiato con il resto della servitù e andarono via seguite da vari buonanotte.

Grazie a loro nei giorni seguenti tutta Pescino fu al corrente della seduta medianica, adorna però di decine di particolari mai accaduti.

Il dottor Aro chiese di poter salutare Elisabeth prima di congedarsi definitivamente. Cosa che fece.

Tutti gli altri si spostarono in salotto per un piccolo spuntino e alcuni brindisi, sprofondando nei divani e nelle poltrone colmi di sensazioni amorevoli, mentre fuori la notte nera come la pece e la pioggia calavano come un sudario su Villa Translook.

<< Chissà cosa voleva dire Morgana con quel numero e quella lettera, 1975 H.>> mormorò Ofelia quasi a se stessa.

<< Penso che si sia riferita all'anno in cui ci ritroveremo.>> azzardò Ludovico.

<< Si, ma H?>> aggiunse Marcovaldo.

<< Credo che sia l'iniziale della città o paese in cui ci rincontreremo.>> propose Adalberto.

<< Certo, potrebbe anche essere, ma secondo me è difficile da scoprire.>> precisò Andrea.

<< Qualcuno di voi ha notato la data dell'anno? 1975...se la scomponete e la sommate, come si fa con la scienza numerica, il risultato è quattro.>> affermò Concita.

<< Siete una bravissima medium, ma in matematica siete un po’ scarsa.>> scherzò Marcovaldo << poiché il risultato giusto è 22.>>

<< Conte Savoretti rincominciate? Può darsi che la scienza dimenticata della numerologia non vi dica niente, ma ricordate che per secoli, prima della nostra attuale epoca grossolana e pedante, le capacità dei matematici sono state considerate inutili, a meno che non fossero divinatorie, cioè legate alle proprietà magiche dei numeri. Quindi se si scompone la data come si fa con la numerologia magica il risultato è quattro. Cioè 1+ 9+7+5=22 2+2= 4, numero magico per eccellenza e particolarmente fortunato. Determina che ci incontreremo protetti dai quattro angoli e dal potere dei 4 Spiriti Elementali. Terra, aria, fuoco, e aria.>>

<< Davvero?>> chiese Adalberto << significa che avremo delle vite facili?>>

<< No, significa che avremo le vite che ci siamo scelti e che durante i momenti in salita saremo aiutati in modo particolare.>> rispose Amalia particolarmente paziente.

<< Mi conviene andare a dormire perché domani è Natale e per nessun motivo al mondo voglio perdere la prima messa del mattino.>> concluse Amalia alzandosi dal divano.

<< Ma voi avete affermato che non siete cattolica e abborrite ogni tipo di religione.>> esclamò Ludovico sorpreso.

<< Vero, non sono cattolica e protestante, né buddista ecc, ma sono profondamente umana e credo nella forza divina di Dio, per questo lo onoro in qualsivoglia luogo. Certamente preferisco il silenzio di un bosco o la distesa di una spiaggia, ma una chiesa andrà bene ugualmente, buonanotte.>>

Si incamminò verso la porta elegante come una regina e gli altri la seguirono come sudditi, sentendosi migliori solo per il fatto di conoscerla.

<< A proposito, ho visto Morgana, e tu hai vinto. Ti devo la mia auto.>> disse Marcovaldo a Ludovico mentre salivano le scale.

<< Non voglio la tua auto, mi basta aver ritrovato l'amico buono di sempre.>> si abbracciarono e si diedero la buonanotte.

Quella notte Ludovico rimase sveglio a lungo, fantasticando sulla sua futura metamorfosi.

Si sentiva come se si fosse lanciato in una corsa contro il tempo, capendo che il mondo illusorio costruito intorno a sé si era sgretolato quella sera e che quella fase della vita si stava concludendo.

A nessuno di loro venne in mente che nonostante il temporale avesse inglobato la notte, la luna piena non era scomparsa, ma fu solo offuscata dalle nuvole.

 

*******

 

Elisabeth aprì le tende per far entrare la debole luce dell'alba che ricalcava i contorni degli alberi e delle ville vicine.

In cucina il suono delle stoviglie si intrecciò all'aroma del caffè e agli schiocchi della legna nella stufa.

Nelle stanze si accendevano i camini e la casa si svegliava come un'unica entità dalle mille braccia. Amalia tornò dalla messa nello stesso istante in cui Ludovico scendeva le scale seguito da Adalberto e dagli altri ospiti della casa. Si fecero gli auguri di buon Natale accomodandosi al tavolo della colazione, compresa Andrea che aveva dormito in Villa a causa del temporale, per la felicità di Adalberto.

Forse l'atmosfera magica della sera prima li aveva contagiati tutti perché nell'aria vagava leggera la grazia fatta persona.

Un'ora dopo si riunirono sotto l'albero di Natale per scartare i pacchetti ricevuti in dono, e per svariati minuti circolarono solo esclamazioni di sorpresa, seguiti da sinceri ringraziamenti.

Il Conte avvisò gli ospiti del suo desiderio di immortalare i momenti vissuti in una fotografia di gruppo per avere un ricordo di quelle giornate memorabili.

Le signore crearono un bel po’ di caos e di sfarfallamenti vari discutendo tra loro su chi si dovesse stare a sinistra e chi a destra per poter mostrare al fotografo il profilo migliore.

Ludovico si prodigò in consigli e suggerimenti, ma dopo un quarto d'ora pensò di strangolarle tutte.

Quando il lampo fuoriuscì dalla fotocamera colpendoli come una saetta, i modelli si immobilizzarono. Subito dopo applaudirono contenti ma anche malinconici, pensando alla partenza che sarebbe avvenuta da lì a poco. Mentre gli ospiti si apprestavano a prendere le ultime cose dalle stanze occupate, Ludovico ed Elisabeth aspettarono in fondo alle scale per salutarli con il loro corteo di bauli, valige e camerieri personali. Concita scese per prima:

<< Ludovico, vi ringrazio dal profondo del cuore per la squisita ospitalità e vi auguro che il vostro futuro sia colmo di profonde intuizioni. Non penso di tornare a Pescino a breve, anche se l'ho trovata gradevole, ma la terra rossa e polverosa della Spagna mi si confà di più e se Morgana non si è sbagliata vi dò appuntamento per 1975.>>

Ludovico le prese la mano e la accompagnò verso l'atrio.

<< Permettetemi di spedirvi la fotografia.>>

<< Certamente, e perdonatemi se vi lascio orfano del vostro primo cameriere Enea, ma in questi giorni è nato tra noi un sentimento profondo e speciale. Lo porto con me a Madrid, non certo come cameriere.>>

Ludovico fissò Enea e Concita a bocca aperta.

" E' nato un sentimento tra noi?" pensò incredulo " e io dove mi trovavo quando questi due si facevano gli occhi dolci?" Non si era accorto di nulla.

<< Caro Ludovico il momento di lasciarvi è arrivato, anche se lo faccio con dispiacere. Ma è ovvio che Marcovaldo ed io vi aspettiamo la prossima estate nella mia villa sul lago. La Svizzera in estate è un tripudio di fiori e profumi. Verrete vero?>> domandò Amalia. Ludovico si guardò intorno confuso:

<< Come Marcovaldo ed io... Marcovaldo te ne vai?>> chiese scioccato rivolgendosi all'amico, il quale stringeva la mano di Amalia con estrema tenerezza.

<< Vado a Berna con Amalia. Mi piacerebbe approfondire alcuni aspetti esoterici di cui mi sono appassionato.>>

" Aspetti esoterici?" pensò Ludovico esterrefatto " Ma se l'hai presa per i fondelli un giorno sì e l'altro pure." Scrollò la testa poiché non capiva e lo disse senza scrupoli:

<< Sono un po’ confuso. Vi siete punzecchiati tutto il tempo.>>

<< Hai ragione da vendere e l'aveva anche Adalberto: chi disprezza compra.>> Ludovico fece spallucce.

<< Non mi resta che porgervi i più sinceri auguri per un buon proseguimento. Trattala bene, è una donna eccezionale.>>

<< Grazie, ma lo sai che ci vedremo presto. Fatti abbracciare.>> Gli amici di vecchia data si strinsero in un lungo abbraccio e qualche lacrimuccia scese dagli occhi di Elisabeth, commossa per i suoi ragazzi. Amalia mandò le formalità a farsi benedire stritolando Ludovico in un abbraccio energico.

<< Eccoci, siamo pronti pure noi.>> esordì Ofelia al braccio di Puddu.

<< Puddu, cosa fate? Non infastidite la Contessa.>> lo rimproverò Il Conte.

<< Per carità Ludovico, che dite? Severino ed io ci siamo perdutamente innamorati e siamo qui davanti a voi non per chiedere il vostro permesso, ma la vostra benedizione. Finite le feste ci sposiamo e ovviamente siete tutti invitati a Parigi per festeggiare con noi. Promettete che verrete.>> annunciò Ofelia pregna di felicità. Il Conte rimase paralizzato dallo stupore e faticò un po’ a mettere in ordine le notizie appena ricevute.

<< Non ho parole, se volevate scioccarmi ci siete riuscita, ma se questo è il vostro desiderio, non posso fare altro che prenderne atto, anche se portarmi via il maggiordomo più bravo del mondo è un colpo veramente basso.>> rise << non me lo aspettavo di certo. Puddu che dirvi? Fatevi onore come sempre. Da questo momento devo chiamarvi Conte!>>

<< Neppure parlarne dovete. Emozionato sono. A proposito, Severino mi chiamo, Puddu il cognome è!>> Ludovico scoppiò a ridere e subito dopo si abbracciarono come cari amici, ciò che erano divenuti durante i lunghi anni trascorsi insieme. Elisabeth lo abbracciò subito dopo.

Il Conte rimase sulla soglia di casa a guardare le auto in fila indiana pronte a partire.

Alzò la mano in segno di saluto finché non le vide sparire.

<< Eccoci qui caro nipote.>> esclamò Adalberto ridendo << è arrivato il momento di andare anche per noi. Non vedo l'ora di conoscere la mia madre biologica, anche se questo comporta stare lontano da te per un po’, ma non ti preoccupare perché fra pochi mesi mi farai da testimone di nozze. Ti va?>> Ludovico gli diede una pacca sulle spalle:

<< Alla fine Amalia ci ha azzeccato in pieno. Eredità e amore in poco meno di tre giorni. Sarò onorato d'essere il tuo testimone di nozze e ovviamente complimenti per la scelta.>> si volse verso Andrea e le fece il baciamano:

<< Andrea i miei rispetti, anche perché state per diventare mia zia.>> la risata che seguì coinvolse anche Elisabeth, completamente spaesata senza Severino al suo fianco.

Adalberto e Andrea partirono subito dopo accompagnati dallo sguardo di Ludovico, il quale rientrato in casa si lasciò cadere nella vecchia poltrona di suo padre accanto al fuoco.

Elisabeth aggiunse un ciocco di legna.

<< Cara Elisabeth, sapete che facciamo?>> esordì il Conte allegramente.

<< Veramente non lo so, sono successe troppe cose e tutte in una sola volta. Che facciamo?>>

<< Mangiamo due trofie al pesto.>> Elisabeth scattò:

<< Vado subito a dire di preparare la tavola.>>

<< No, noi mangiamo insieme. Qui, davanti al camino, con due vassoi.>>

<< Ma Ludovico non è.…>>

<< Cosa? Cosa non è? Basta barriere Elisabeth, sono stanco, stufo marcio di tutte queste manfrine. Morgana ha detto bene, ci vuole il cambiamento e subito. Coraggio, cambiate insieme a me, sento arrivare il vento.>>

Elisabeth comprese cosa il Conte le stesse dicendo e si diede da fare per accontentarlo. Mangiarono insieme un piatto di trofie davanti al caminetto sorseggiando un calice di champagne. Parlarono e risero ricordando i fatti dei giorni appena trascorsi.

Più tardi Elisabeth si occupò di far pulire e chiudere le stanze usate dagli ospiti, mentre Ludovico uscì per una passeggiata sul mare.

Pescino era fredda e deserta, avvolta nella penombra del meriggio appena rischiarata dai lampioni a gas.

Camminando sulla strada piena di piccole pozzanghere si accorse di trattenere a stento le lacrime, ferito da una solitudine durata troppo a lungo, e accorgendosi che il suo universo altro non era che la sua fotocamera, lasciata in un angolo per troppo tempo.

Non si rese conto da dove arrivasse il suggerimento, ma un idea gli vorticò nella mente come se si fosse appena svegliata.

Tornò a casa a passo spedito, accompagnato dallo sgocciolare dell'acqua nelle canalette di scolo. Al rientro lo accolse il chiarore delle candele, il tepore del fuoco e un profumo invitante di pollo allo spiedo, e il Dottor Aro accomodato davanti al camino.

<< Scusate Conte se mi sono presentato senza preavviso, ma sono qui per parlarvi di una cosa assai cara per me.>> Ludovico gli fece cenno di accomodarsi.

<< Non ditelo neppure per scherzo, siete il benvenuto. Parlate liberamente.>>

<< Vorrei domandarvi la mano di Elisabeth.>> rispose il dottor Francesco senza tergiversare.

Il silenzio che seguì era paragonabile solo alla pesantezza del piombo, tanto che il dottore pensò che il Conte non avesse capito.

<< Mi avete lasciato senza parole, ma io non posso rispondervi, poiché non posso predisporre della vita di un altro essere. Dovreste porre la domanda ad Elisabeth stessa. Aspettate qui.>>

Il Conte andò alla ricerca della governante, accompagnandola in salotto.

Subito dopo li lasciò soli.

Mezz'ora dopo Elisabeth entrò nella biblioteca, dove Ludovico si era appartato per non disturbare.

<< Ve lo ha chiesto?>>

<< Si.>>

<< Cosa avete risposto?>>

<< Si.>>

<< Sarò sincero con voi...fatico a lasciarvi andare, poiché per me siete una sorella, ma devo farlo perché vi meritate tutto l'amore del mondo. E' giunto il momento di raccogliere tutto ciò che avete seminato.>>

Nel silenzio della biblioteca si abbracciarono stretti non frenando la commozione.

 

Dopo cena Ludovico aprì la lettera di Morgana:

 

" Caro Ludovico, se leggerai questa lettera vorrà dire che non vivo più dentro l'astuccio del mio corpo, ma sono libera di muovermi senza limiti e impedimenti, in altre dimensioni. Non potevo però lasciare questa Terra senza farti dono di un piccolo presente che ti servirà nel tuo prossimo nuovo futuro, e che ti porterà inesorabilmente ad aprire del tutto il terzo occhio: la fotocamera più all'avanguardia che Dio abbia mai creato. Ti sei fregiato di un nobile gesto invitando le Contesse e chiedendo loro perdono, poiché tanti anni fa soffrirono per il tuo poco onorevole comportamento.  Il tuo gesto ha fatto sì che tutte e tre trovassero l'amore nella tua casa e che lo trovassero anche Severino, Marcovaldo, Enea, Adalberto, Elisabeth, Francesco e Andrea. Non è stata una coincidenza. Non esistono coincidenze. Nulla è stato causa del caso, ma del suo parente nobile che si chiama destino. Tu l'hai voluto ed è accaduto. Ciò che ti rimane da fare è di ridimensionare la tua esistenza, portandola ad un livello superiore.  Ti abbraccio, non dimenticarmi. Goditi il regalo e non prendere impegni per l'ottobre del 1975."

                                                                                                                                            Con amore Morgana.

 

Dagli occhi di Ludovico scesero lacrime che lo costrinsero ad affidare al silenzio l’emozione che lo sopraffaceva.

Come era possibile? Morgana aveva scritto la lettera prima della sua morte e quindi prima che egli decidesse di invitare le Contesse.

Rilesse la lettera pensando di non aver letto bene. Non era in preda ai fumi dell'alcool, né tanto meno aveva preso un colpo in testa.

La lesse ancora e poi decise di aprire il pacco. Come si potrebbe descrivere l'espressione di sorpresa e incredulità dipinta sul suo volto?

Non si può poiché neppure nel vocabolario si troverebbero le parole adatte.

Con le mani che tremavano tolse la carta che avvolgeva una meravigliosa Contax I: una fotocamera 35 mm e telemetro ad ottiche intercambiabili. Il corredo di ottiche era eccezionale: un Botor 42.5 mm f/2, un Biogan 35 mm f/28, un Orthometer 35 mm f/4.5, un Tessor 28 mm f/8, un Sonnor 85 mm f/2, un Trvotor 85 mm f/4, un tele Tessor 180 mm f/63 ed uno strepitoso Sonnor 180 mm f/2.8!!!

Quella notte nel suo letto ripensò a tutto ciò che era accaduto in quei pochi giorni, ritrovandosi a voler vivere in quel mondo misterioso e affascinante, popolato da personaggi non meno reali dell'aria che respirava.

Si abbandonò all'incantesimo dei ricordi fino a quando l'alba non bussò ai vetri della finestra insieme al sonno e alla stanchezza, ma egli resisteva perché non voleva dire addio alla magia di quella storia né ai suoi protagonisti. Infine si addormentò sereno.

Quando si svegliò erano passate da poco le undici. Non chiamò il valletto e si prese cura di sé pregustando la gioia di non avere nessuno tra i piedi. Invece di andare in sala per la colazione si diresse in cucina, e quando si presentò sulla porta la servitù non più comandata dall'assente Severino, scattò in piedi. Egli fece loro cenno di stare seduti:

<< Comodi. Elisabeth avrei bisogno di tutti voi in sala.>> la governante annuì con il capo e Ludovico disse ancora: << Tolgo subito il disturbo, prendo solo un po’ di caffè.>>

Prese una tazza qualsiasi dalla credenza e ci versò del caffè, sotto gli occhi allucinati della cuoca e i suoi aiutanti. Aggiunse lo zucchero di canna e mise la tazza su un vassoio. Prese un piattino e ci mise una fetta di crostata. Salutò e se ne andò dritto in sala, dove la tavola era apparecchiata elegantemente per la sua colazione, con piatti ricolmi di frutta e brioche appena sfornate.

Fece dietro front dirigendosi in salotto, dove si accomodò nella poltrona, davanti al caminetto scoppiettante. Sorbì il caffè in estasi poiché aveva ritrovato la libertà dei suoi gesti.

Quando Elisabeth poco dopo entrò in salotto con la servitù al completo egli si alzò in piedi spiegando con calma e gentilezza che avrebbe messo in vendita la casa, e avrebbe dato loro ottime referenze per aiutarli a trovare un ottimo posto di lavoro.

Quando li congedò Elisabeth si congratulò per la decisione presa:

<< Sono fiera di voi, finalmente girate pagina. Mi ero stancata di immaginare sempre lo stesso finale.>>

<< Non vi nascondo che le parole di Morgana sono state una grande spinta per elaborare la mia decisione, ma l'idea era già dentro di me. Vi chiedo solo di aiutarmi a scegliere le cose da tenere.>>

<< Sono qui Ludovico, sono qui per questo.>>

Il giorno dopo il Conte Translook sviluppò la lastra della fotografia scattata il giorno di Natale.

Appena le figure apparvero nitide nella loro interezza egli rimase di sasso, inchiodato a fissare il volto di Morgana al centro del divano, dove egli inconsapevolmente aveva voluto lasciare uno spazio libero per la geometria armonica dell'immagine.

Lei lo fissava con un sorriso appena accennato e uno sguardo complice colmo di parole.

Fece incorniciare la foto e la posizionò sopra il  caminetto della sua nuova casa, poiché Villa Translook fu venduta ad una coppia di giovani imprenditori che ne fecero un albergo di lusso.

Ludovico comprò una casetta di pescatori a Portofino, con stanze piccole abbarbicate su due piani e finestre che sembravano palchi di teatri.

La ammobiliò con gusto raffinato, colorando le pareti con tutti i riflessi del tramonto. Il resto dei beni genitoriali venne venduto all'asta e il ricavato fu donato all'ospedale Gaslini di Genova, con il bene placido di Adalberto, il quale si sposò con Andrea in pompa magna.

Subito dopo si sposarono anche Severino e Ofelia, Concita ed Enea, Marcovaldo e Amalia, ELisabeth e Francesco.

Il Conte si disfò di tutti i possedimenti e affari imprenditoriali fuori porta e dopo qualche settimana partì per un viaggio intorno al mondo, e quando tornò colmo di esperienza, nuove emozioni e istantanee meravigliose aprì un elegante studio fotografico.

Una mattina di Primavera mentre osservava una fotografia dietro il bancone di legno lucido, il campanellino della porta d'ingresso tintinnò allegro.

<< Mi scusi avete bisogno di una commessa? Sto cercando un lavoro.>>

Ludovico alzò lo sguardo sul viso ovale dalle labbra piene di una donna, la quale aveva i capelli biondi raccolti sulla nuca con un fermaglio di poco valore e occhi scuri colmi di dolcezza. Indossava abiti comuni senza pretese, ma dalla sua persona fuoriusciva una luce dorata che la circondava come un alone. L'unica cosa di valore che indossava era un anello con un topazio rettangolare.

Avrebbe potuto indossare anche un sacco delle ferrovie postali, ma a Ludovico sembrò un astro scolpito nel cielo.

Per similitudine gli venne in mente la luna piena e senza capire perché un brivido serpentino di piacere gli corse lungo la schiena.

<< Vi intendete di fotografia?>> domandò egli professionale.

<< No, ma posso imparare.>> rispose ella sorridendo.

Il Conte che aveva un arretrato d'amore, rispose d'impeto:

<< Stavo proprio per appendere un cartello sulla porta: " Cercasi commessa." Cadete a fagiolo. Come vi chiamate?>>

<< Luna.>>

 

Epilogo

 

Alcuni mesi dopo Ludovico e Luna si affacciarono alla finestrella della camera da letto con il cuore colmo di nuove sensazioni, per guardare le ombre che calando lievi si adagiavano sulla valle all'ora del tramonto, scivolando per i canaloni rompicollo e sciogliendosi come gocce nell'acqua.

Portofino con il tramonto perdeva ogni superbia, illanguidendo.

All'orizzonte il sole era ancora presente, tinteggiando l'aria di viola e oro, mettendo in risalto la netta linea del mare già in ombra, immobile, accanto alla parte ancora piena di lucine palpitanti, vive e ondose.

Poi la riga si dissolse e le due parti si confusero come se una sarta dalle mani esperte li avesse cuciti insieme per sempre.

La luna piena iniziò a salire illuminando le case, i pini ad ombrello e gli ulivi contorti e tutto all'improvviso brillò tingendosi d'argento.

I gabbiani non urlavano più andando a riposarsi sugli scogli, vicini l'uno all'altro, con le piume che si sfioravano.

Un angolo incantato, libero, con gli alberi che affondando le radici nel buio del tempo, davano riparo a insenature sabbiose, nascondigli segreti per pirati e amanti.

Dietro i vetri della loro casa le candele accese mandavano messaggi di intimità alla solitudine dei pescatori, toccando i loro cuori e scaldando il viso freddo della luna.

 

 

*******

                                                                                                                                  

Genova-Sturla Ottobre 1975.

 

<< Ludovico, la colazione è pronta!>>

 Ludovico sbucò fuori dal collo del suo maglioncino a rombi panna e blu, dai bordi grigio perla, che sua madre amava tanto comprargli in serie.

Si soffermò davanti allo specchio, giusto il tempo di controllare che i capelli non si fossero scomposti destabilizzando la scriminatura.

Si, si poteva definire soddisfatto. La colazione aspettava sul tavolo. Sua sorella Monia lo guardò di straforo.

<< Che faccia. Incubi?>>

<< Insomma…ho fatto un sogno a dir poco assurdo.>>

<< Dai racconta, magari è un sogno premonitore.>>

<< Ti ci metti pure te?>>

<< Perché, hai un fantasma che si nasconde nel tuo guardaroba?>> domandò sua sorella ridendo e sistemandosi il caschetto di capelli castano chiaro, dietro le orecchie.

<< Ah, ah, ah, che ridere. No, ma il sogno era pieno zeppo di cose strane. Io ero un Conte- vampiro-non vampiro, avevo un fratellastro che poi è diventato mio zio e un amico un po’ ottuso. C'era anche una strega, una medium e un'attrice francese. Vivevo in una villa fantastica, ma coabitavo con un fantasma di nome Morgana. Ero ricco sfondato ma facevo il fotografo. Insomma un caos tremendo.>>

<< Quindi ho ragione io. Un incubo.>> sentenziò Monia infilandosi la giacca.

<< Dai vampiro non vampiro, asciugati il sangue dalla bocca. Non vorrai far tardi il primo giorno di scuola.>> lo esortò la madre prendendo le chiavi di casa.

Monia e Ludovico andarono a piedi verso la scuola sita in Villa Savoretti e chissà per quale motivo quel nome evocò in Ludovico una strana nostalgia.

Non ebbe nessun problema ad inserirsi nella prima media sezione H, anche se alla vista di alcuni di loro ebbe un piccolo fremito, un brivido serpentino di piacere che gli salì lungo la colonna vertebrale.

Fece amicizia con tutti, ma con alcuni di loro sentì subito una corrente sotterranea di complicità, una specie di flusso elettromagnetico che lo attirava senza che potesse opporre resistenza.

Si sentì immediatamente a casa e si lasciò trasportare dal fluido come dentro un miracolo.                      

 

                                                                                                                                                  The end.

 

                                 Ci sono due modi di vivere la vita.

                                 Uno è come se niente fosse un miracolo.

                                 L'altro è come se tutto fosse un miracolo.

                                                                    Albert Einstein.

 

Nota:

Dentro la piccola ampolla che Concita ed Amalia diedero al Conte, c'era acqua pura di sorgente colorata con petali di viola del pensiero.

La fotocamera che Morgana regalò a Ludovico, mettendola da parte prima della sua morte, venne messa sul mercato italiano solo nel 1935.