Chat:  La ladra di quadri. 

 

 

Capitolo 1   

                             

 Il Maresciallo Capo Salvatore Cocuzza entrò in caserma alle 7.30 in punto, ancora lievemente assonnato. Cosa che accadeva da più di trent'anni. Mai un'assenza, mai un lamento. Un uomo tutto d'un pezzo, che per il lavoro dava l'anima senza risparmiarsi, sino all'ultimo anelito d'energia. Un uomo d'altri tempi, formato nelle restrizioni della povertà e della disciplina, che suo padre Carmelo, pace all'anima sua, gli aveva stigmatizzato in testa a forza di calci in culo. Non avendo il suo paese natale, nulla da offrire, se non la coltura delle melanzane e dei peperoncini, decise di rimanere nell'arma dopo il servizio militare obbligatorio. Per riuscire ci mise tutta la sua buona volontà e un bel giorno si ritrovò elegantemente abbigliato da una divisa dei carabinieri.

All'epoca era solo un carabiniere semplice e senza darsi mai per vinto si incamminò per l'impervia strada della carriera. Trasferitosi dalla Calabria nella città di Genova per rimanerci pochi mesi, finì per starci una vita, e approfittando delle sue prime ferie, avvenute dopo un anno di dura gavetta, tornò al paesello per impalmare la fidanzata di sempre, Eufrasia Calogero. Settima figlia femmina di un meccanico del paese vicino, Eufrasia non aveva dote da portare allo sposo, ma in compenso trasportava l'anima dentro un corpicino niente male, provvisto di tutto ciò che a Salvatore faceva girare la testa. Inoltre essendo cresciuti insieme, si conoscevano molto profondamente.

A Salvatore piaceva la mitezza di lei e la semplice condizione economica, che la faceva apparire ai suoi occhi, donna dalle parche richieste. Dopo una festa durata tre giorni, tra mangiate di fagioli piccanti, agnello arrosto, melanzane ripiene,  inondazioni di vino e balli vari, partirono per il viaggio di nozze, verso la lontana Roma, ospiti di una prozia ottantenne la quale portò alla fonte battesimale il piccolo Salvatore, trent'anni prima. Tornarono a Genova con una fiat 600 tutta scassata, che il padre di lei mise insieme con il nastro adesivo, e al seguito uno scatolone enorme, legato con lo spago, stracolmo di vettovaglie calabre dai dubbi odori e un rosario di nocciole gigante, donato dalla zia-madrina.

Preso possesso di un appartamentino sito in una costruzione apposita per il Regio Corpo dei Carabinieri, iniziarono una nuova vita. Per loro fu come toccare il cielo con un dito, nonostante dovessero ogni volta che entravano, fornire le loro identità. Ad Eufrasia sembrava di vivere un sogno, di conseguenza si mosse nel mondo lasciando che la leggerezza delle cose la sollevasse dalle brutture della vita. Dopo due anni di romantico matrimonio, in cui divisero equamente i ruoli di marito e moglie, tra doveri, diritti e godimenti, decisero di mettere in cantiere un bambino. Per anni rincorsero il sogno di diventare genitori, fino a quando rinunciarono, poiché Eufrasia mai si sarebbe sottoposta a visite invasive da parte di luminari in cerca di gloria, né avrebbe accolto dentro sé ormoni sintetici per agevolare il cammino degli spermatozoi verso la procreazione. Essendo essi osservanti Cristiani-Cattolici, mai e poi mai si sarebbero sognati di non accettare il destino che Dio aveva imposto loro. Fu così che Eufrasia si buttò anima e corpo nel lavoro di sartina e ricamatrice, arte che svolgeva con perizia da certosino, grazie alla scuola severissima che frequentò dalla prima elementare fino alle superiori, nel Convento delle Suore Incoronate dalle Spine di Gesù, nell'entroterra calabrese. Tutto procedette senza intoppi, fino a quando una mattina Eufrasia vomitò il latte nello scarico del water. Si mise a letto dandosi della stupida perché non aveva controllato la scadenza sul cartone. Il mattino dopo si fece un thè verde e mangiò due biscotti Digestive, ma poco dopo fu colta da due sequenze di conati non indifferenti, che la lasciarono prostrata e bianca come un cadavere. Si trascinò sul divano pensando di aver preso una botta di freddo e si ripromise di andare dal medico il giorno dopo. Giorno in cui per ovviare al vomito e alla nausea che la imperversava, non mangiò affatto, vomitando l'anima pochi minuti dopo. Qualche giorno dopo il medico le allungò il foglio con le analisi:

<< Congratulazioni signora Calogero Cocuzza, lei aspetta un bambino!>>

Così Eufrasia si ritrovò alla veneranda età di quarantadue anni incinta di un bebè, mentre Salvatore si ritrovò a quarantaquattro anni senza capelli e con una pancetta prominente che sporgeva dalla stretta cintura dei pantaloni. Il bambino venne chiamato Benedetto Innocente in gloria dei Santi in questione e nonostante fosse ancora in età infante, il suo modo di fare, di parlare, di atteggiarsi era esplicitamente, inequivocabilmente femmineo. I genitori ne presero atto con serenità, anche se il Maresciallo Capo dava la colpa di tutto ciò non alla divina provvidenza, ma alla mania di sua moglie Eufrasia, la quale presa nel vortice della maternità, vestiva Benedetto Innocente come una Barbie e gli pettinava i boccoli lucidi per ore. Boccoli che avrebbero fatto invidia a Jean Louise David in persona.

La loro vita procedette serenamente, fino a quando decisero di ritornare al paesello natio, poiché la nostalgia si faceva ogni giorno più forte. Il maresciallo Capo fece quindi domanda di trasferimento.

Quel mattino entrando nel suo piccolo ufficio, trovò una busta bianca posata sulla scrivania. Si tolse il cappotto e si accomodò nella poltroncina di finta pelle con annesse rotelle, di cui una piegata verso l'alto che non girava più e diede una scorsa al foglio. Quale sorpresa quando lesse che la domanda di trasferimento era stata respinta, anzi gli venne affidato un nuovo incarico. Lavoro che consisteva in una delicata ricerca di assoluta segretezza in alcune chat di gruppo nella città del genovese. Stanare dunque bande che preparassero atti di ribellione di qualsiasi tipo o di delinquenza in genere.

Pensò al suo paesello fatto di case bianche sul mare, "PIZZO CALABRO", anche solo pronunciarne il nome gli faceva venire in mente il mare turchese abbellito da trine di sabbia bianca, ricamata da mani sapienti, come quelle divine. Casa, prima o poi sarebbe tornato a casa. Si alzò intristito. A tempo debito avrebbe dato una festicciola d'addio, magari offrendo cannoli ripieni di crema pasticcera e un prosecchino fresco fresco, che va giù che è un piacere. Chissà Eufrasia come sarebbe stata contenta!! Avrebbe avuto il suo bel da fare. Preparare gli scatoloni, che sarebbero stati decine e decine, essendosi poi nel tempo spostati in un appartamento più grande. Avvisare le sei sorelle. Organizzare il trasloco. Erano riusciti a comprare una casetta solo pochi anni prima in previsione di una futura vecchiaia nel loro paese di origine. Nel frattempo ci trascorrevano le vacanze estive. Con quel pensiero si mise al lavoro senza accorgersi del tempo che passava. A mezzogiorno in punto stava ancora controllando dei verbali, quando il telefono sulla scrivania squillò, facendolo sobbalzare.

<< Pronto, Maresciallo Capo Cocuzza?>>

<< Si, pronto.>>

<< Scusi Maresciallo Capo Cocuzza, sono il Commissario Capo Campi, la chiamo per quella faccenda della chat. Ha letto la comunicazione?>>

 << Certo. Il controllo dei messaggi a chi è stato affidato?>>

<< A Fassino e Scibetta. Vorrei che lei li incontrasse oggi.>>

<< Dica loro che li aspetto per le 13.00 in punto. Buon pranzo Commissario Capo.>>

<< Altrettanto a lei Maresciallo Capo.>> messo giù il telefono il Maresciallo Cocuzza si alzò per prendere un piccolo porta vivande colorato. Stese una piccola tovaglietta di lino ricamata e tirò fuori le posate ed un bicchiere usa e getta. Odiava le stoviglie di plastica e mal si adattava a mangiarci dentro, ma faceva buon viso e cattivo gioco. Si gustò la pasta al ragù ancora tiepida. Mentre mangiava, il cervello pensava: " Gnam, gnam " e la pancia faceva eco "Gnam, gnam."

Avrebbe potuto mangiare in mensa o al bar, ma il senso del dovere lo teneva ancorato all'ufficio. Chissà, magari avrebbero potuto aver bisogno di lui per una cosa importante, in qualsiasi momento. Mangiando in ufficio era reperibile e presente, non fosse che accadesse qualcosa di incredibile. Ma per ironia della sorte, tutto ciò che poteva accadere, (incidenti stradali violenti, omicidi efferati, o rapine a mano armata) si verificava esclusivamente quando lui si trovava in malattia o in ferie. Ma fiero e orgoglioso di sé continuava a passare la pausa pranzo in ufficio. Mai era mancato, neanche quando nacque Benedetto Innocente, poiché appena sentite le prime contrazioni, Eufrasia salì in auto e andò all'Ospedale Gaslini da sola, senza farsi prendere dall'ansia. D'altronde era moglie di un Maresciallo Capo !!!

Alle 13.00 in punto mentre Cocuzza rimestava con perizia lo zucchero nel suo caffè, bussarono alla porta.

<< Avanti!>> ma gli girarono non poco le palle, dovendo ingollare il caffè in un solo sorso invece di gustarlo come solo lui sapeva fare, centellinandolo con calma, goccia dopo goccia. Ci pensò e si diede del cretino. Era stato lui o no a dire al Commissario Capo di farli andare da lui alle 13.00 in punto? E loro erano stati precisi come un orologio svizzero.

<< Ci scusi Maresciallo Capo, possiamo entrare?>>

<< Siete già dentro.>> rispose Cocuzza tamponandosi le labbra carnose con un fazzoletto da uomo di finissimo lino, orlato a mano e con le sue iniziali ricamate a punto croce. Di quei capolavori non se ne vedevano più, solo Eufrasia, incurante dell'incalzare del progresso continuava a ricamare simili gioielli di raffinata fattura. Pensando ciò Salvatore ripiegò il quadrato di leggera stoffa riponendolo poi nella tasca interna della giacca. I due appuntati si destreggiarono in un saluto da manuale.

<< Avvicinatevi.>> li invitò il maresciallo. I due si avvicinarono alla scrivania cercando di individuare il punto in cui fermarsi, guardandosi intorno circospetti.

<< Allora Fassino, che mi dite di questo incarico delle chat? Sapete che io sarò il vostro responsabile? Vorrei che foste attenti e accurati nei dettagli. Il mio scopo é di uscire da questa ricerca a testa alta. Mi sono spiegato?>>

<< Assolutamente Maresciallo Capo. Vi siete capito benissimo. Intanto le facciamo le nostre condoglianze per questo nuovo lavoro. Deve essere una bella senzazione.>> si azzardò a rispondere Scibetta, pensando che lui aveva solo venticinque anni e che a Genova c'era solo da sei mesi.

<< Grazie Scibetta, ma si dice spiegato e non capito, poi si dice congratulazioni e non condoglianze, poi si pronuncia sensazione e non senzazione. Piuttosto, voi avete capito di che si tratta?>> i due appuntati scattarono sull'attenti battendo i tacchi all'unisono.

<<Certamente Maresciallo Capo. Trattasi di controllo messaggi di persone appartenenti tutte allo stesso gruppo o setta, atti a perpetrare danni allo stato, o a ribellarsi allo stesso, con conseguente danno a cose o persone.>> Fassino lo disse tutto in un fiato trattenendo il respiro, ed osservando la sua cassa toracica c'era da averne paura. Alto un metro e ottantacinque probabile che non arrivasse al peso di settanta chili. Leggermente gobbo e con il bacino rivolto in avanti, non aveva certo le fisique du rolle.

Scibetta era l'opposto. Un metro e settanta circa, cioè un metro e sessantanove. Grassoccio e con il doppio mento già visibile, doppia pancia e doppio tutto. Se avesse avuto il doppio cervello gli si sarebbe perdonato il fisico poco prestante, ma così non era, poiché quando Dio distribuì l'acume, lui arrivò in ritardo e quando distribuì l'intuizione e la perspicacia lui spiccava per l'assenza.  Insomma encefalogramma piatto.

Ma anche Fassino non era da meno, forse più pronto, ma poco incline al genio, nonostante una conoscenza dell'italiano meno imbarazzante del Scibetta e con un accento torinese terrificante, da far morire di vergogna la sua ex fidanzata, tale Germana Fioravanti torinese di nascita e frequentatrice di un corso di dizione per corrispondenza. Per questo motivo il loro fidanzamento non aveva avuto futuro. Anche Scibetta non era fidanzato, ma non disperava, poiché a lui piacevano tutte: belle, brutte, giovani, anziane, grasse e magre. L'importante era che avessero due meloni di rilevante importanza e che respirassero, ma anche questa ultima capacità non era poi tanto richiesta.

<< Benissimo. Vi auguro buon lavoro. Appena scoprite una chat dove riscontrate anomalie, venite a fare rapporto. Intesi?>>

<< Si, Signorsì.>> e ambedue si misero sull'attenti nel medesimo istante.

<< Mi raccomando, totale silenzio su tutta la faccenda. Anche con i colleghi. Potete andare. Buon lavoro.>>

Rifatto il saluto d'ordinanza se ne andarono chiudendosi l'uscio alle spalle.

 

 

Capitolo 2

 

                                              

Due settimane dopo......il Maresciallo Capo Cocuzza guardando oltre la finestra vide un raggio di sole risplendere e il cuore gli si riempì di gioia ricordando la sua terra natia.

Novembre viveva la sua seconda settimana e quindi, a conti fatti, i primi giorni di febbraio avrebbe rifatto domanda di trasferimento. Mentre si cullava nel pensiero colmo di immagini di spiagge meravigliose, bussarono alla porta.

<< Avanti!>>

<< Maresciallo Capo buongiorno.>> salutarono Fassino e Scibetta sull'attenti.

<< Riposo. Che c'è?>> chiese Cocuzza scocciato per essere stato strappato dalle sue immagini oniriche vaganti.

<< Siamo venuti a fare rapporto.>> Fassino si inchinò al cospetto del superiore.

<< Bene. Ma la smetta di inchinarsi, sembra una damina del settecento. Sedete e spiegatevi. Siate sintetici che ho da fare.>> gli appuntati si sedettero con un gran stridore di sedie e rumori, poi Fassino si schiarì la voce:

<< Si. Dunque, controllando le varie chat di gruppo ne abbiamo scovato una che ci è sembrata particolarmente sospetta.>> Fassino fece un gesto con la mano come dire:

" Non ci vedo chiaro."  Scibetta ascoltava poiché le spiegazioni erano riservate a Fassino, il quale aveva una padronanza della lingua italiana meno imbarazzante del Scibetta, semmai quest'ultimo interveniva per sottolineare una parola di Fassino e quindi rimarcarla per darle più forza.

<< Sentiamo, sono tutto orecchie.>> il Maresciallo Capo si sistemò meglio sulla poltroncina di finta pelle, la quale avendo una rotella sbilenca ogni tanto prendeva una via tutta sua girandosi su sé stessa senza che l'occupante si fosse mosso. Cocuzza consapevole di ciò, dieci anni prima, aveva fatto richiesta per una sedia senza rotelle. Dai piani alti gli risposero che non c'erano fondi per cose inutili legate all'estetica, che si tenesse quella e stesse zitto, poiché c'erano colleghi che la sedia con le rotelle se la sognavano di notte e che avrebbero dato qualsiasi cosa per essere al suo posto. Detto, fatto. La sedia con le rotelle rimase sotto il suo deretano facendo incazzare Cocuzza come una bestia, poiché più volte davanti ad estranei o durante interrogatori severissimi, faceva figure di merda girando su sé stesso.

<< Dunque?>> domandò cercando di aggrapparsi al bordo della scrivania.

<< La chat o profilo di gruppo, come dir si voglia, ha aperto da poco i battenti. La cosa che ci ha messo subito in allarme è il nome con cui si chiamano le persone del gruppo. Non ci è sembrato normale.>> spiegò Fassino tutto serio.

<< E cioè?>> chiese il Maresciallo ancorandosi con i piedi al pavimento.

<< Si chiamano compagni o compagnetti.>> riferì ancora Fassino.

Il Maresciallo strizzò gli occhi cercando di mettere a fuoco il viso lungo lungo di Fassino, dal mento a punta, le guance scavate e gli occhi chiari piccoli piccoli dietro lenti di occhiali spessi come fondi di bicchiere.

<< Scusi Fassino, ma non comprendo.>>

<< Compagni, compagnetti, come se fossero all'asilo o alle elementari. Ha presente? Come quando a scuola si dice la mia compagna, il mio compagno.>>

<< Certo che l'ho capito, fin qui ci posso arrivare da solo. Intendevo cosa ci vedete di poco chiaro.>> non sapeva perché, ma stava per perdere la pazienza.

<< Io e Scibetta, qui presente, non ci siamo cascati. Ci siamo incollati a quella chat lasciando perdere tutte le altre. Siamo quindi venuti a sapere che c'è anche un seguito. Il nome completo è: " Compagnetti della sezione H.">>

<< Sezione H?>>

<< Si, sezione H. Quindi io e Scibetta siamo venuti a capo di questa mistificazione. A noi non la si fa!>> Fassino diede di gomito a Scibetta che dandosi delle arie ricalcò la frase del collega con enfasi: << A noi non la si fa!>>

<< Benissimo, ma vorrei ricordarle che si dice " Scibetta ed io " non viceversa. Comunque se a voi non la si fa, perché io invece non ho capito un'acca? Appunto.>> commentò il Maresciallo fermo nella sua poltroncina.

<< Mi scusi Maresciallo Capo, che forse non ci siamo capiti bene?>> domandò Scibetta quasi incredulo davanti alla presunta ottusità del superiore.

<< Scibetta la prego, si dice: " Ci siamo spiegati bene" e per la cronaca, non vi siete spiegati per un cazzo!>> disse il Maresciallo alzandosi di scatto mentre gli appuntati seguirono il suo esempio.

<< Lo scusi Maresciallo, sa che Scibetta con l'italiano ha qualche piccolo problema.>> Fassino tossicchiò per prendere tempo.

<< Da che pulpito parla Fassino?>>

<< Ci scusi ancora. Mi spiego meglio. Siamo arrivati alla conclusione che sia un gruppo di estrema sinistra, e che sezione H sia il nome del progetto di rivolta che stanno organizzando.>>

<< Come siete arrivati a questa conclusione appuntati Fassino e Scibetta?>> chiese il Cocuzza continuando a pensare di non averci capito un bel nulla.

<< Per la storia dei compagni compagnetti. La copertura in poche parole sarebbe di far finta di essere ex compagni delle medie che si sono ritrovati, e che hanno aperto una chat per poter parlare tra loro. In più hanno inventato la sezione H, facendo credere di aver fatto le medie in quella sezione. Ma noi siamo troppo avanti e abbiamo capito che è il nome di un progetto, insomma una copertura. Abbiamo controllato, sono persone sui cinquanta anni. Quindi anziane. Facendo due calcoli sarebbero trentasei anni che non si vedono e non si parlano. Capisce bene Signor Maresciallo Capo, che ciò non è assolutamente credibile.>> Cocuzza che aveva ascoltato con attenzione disse:

<< Bravi Fassino e Scibetta. Continuate a controllare. Appena avete novità venite a fare rapporto. Potete andare. A proposito, io ho cinquant'anni, per voi sono anziano?>>

I tacchi sbattevano mentre le mani sfioravano le divise:

<< No. Signornò Signor Maresciallo Capo.>>

Quella sera tornando a casa il Maresciallo pensò al controllo della chat gongolando dentro sé come un orsetto lavatore. Aveva appena trovato un alveare pieno di miele e se tutto procedeva come protocollo, e se gli appuntati Fassino e Scibetta portavano a termine il lavoro con un buon risultato magari ci scappava il trasferimento!

Il Commissario Capo si sarebbe congratulato con lui davanti a tutta la caserma.

Entrò in casa con un sorriso stampato sul viso a forma di spicchio d'arancia.

<< Eufrasia, amore, sono arrivato...>> ma non fece in tempo a finire che Eufrasia si catapultò verso di lui cadendo ginocchioni ai suoi piedi, apprestandosi a slegargli i lacci delle scarpe e a porgergli le pantofole di panno austriaco ricamate a mano. Più e più volte il Maresciallo le aveva detto che non era necessario proiettarsi sul pavimento in quel modo riverenziale, poiché le scarpe se le toglieva da solo, ma non c'erano state ragioni. Lei lo amava e una delle cose che più le piaceva fare era aiutarlo a rilassarsi. Ciò la riempiva d'orgoglio. Lui doveva solo accettare e stare sereno.  Egli ci provava, ma vederla ogni volta lustrare i pavimenti già di per sé lucidi, lo metteva un po’ a disagio, ma per farla felice taceva. Indossate le pantofole, fu la volta di sfilare la giacca, che lei, come il resto della divisa, curava come fosse il mantello di un re.

<< Pensavo di fare una doccia.>> disse Salvatore a voce bassa, poi baciò la moglie sulle labbra con grande dolcezza. Pensando a Benedetto Innocente si guardò intorno ma non lo vide.

<< Dov'è Benedetto?>> chiese guardando al di là della spalla di Eufrasia.

<< Guarda la telè. Oggi l'ho portato alla prima lezione di Katè.>>

Telè? Katè? Salvatore non chiese, abituato com'era alle nuove idee che sua moglie teneva in testa come in un cesto di lavatrice in funzione. Non chiese e si defilò dritto dritto in salotto.

<< Amore, ecco papà.>> il Maresciallo baciò il figliol prodigo sulla fronte e si sedette al suo fianco, sul lungo e largo divano bianco che Eufrasia aveva voluto a tutti i costi dopo aver visto in televisione la Ferilli che ci si sdraiava mollemente. Di colpo quel divano era diventato il suo chiodo fisso. Bel divano, nulla da obbiettare, ma Eufrasia non aveva mai voluto togliere la plastica di protezione trasparente, né al divano, né alle poltrone gemelle, né alle sedie della sala.  Tutto rimaneva incellofanato come da scarico camion e di conseguenza a Salvatore riusciva difficile sdraiarsi con serenità, soprattutto d'estate, quando in calzoncini e canottiera un po’ sudato aveva un contatto diretto e innaturale plastica-pelle umana, emettendo rumori strani quando si alzava, che lo portavano a conseguenti figure di merda. Per questo motivo si sedeva sempre in punta, stile Regina Elisabetta d'Inghilterra:

<< Cosa guardi di bello?>> chiese con gentilezza.

<< Una sfilata di moda.>> fu la risposta dell'ottenne.

<< Cartoni no?>> chiese il Maresciallo un po’ perplesso.

<< Scherzi? Una noia......> e Benedetto Innocente fece un gesto con la mano che il padre riconobbe come tipico di Alfonso Signorini. Si alzò e si diresse al bagno. Sotto la doccia si domandava perché il suo bimbo fosse così effeminato. Non era razzista, né aveva qualcosa da dire contro i vari aspetti delle persone che non rientrassero nella logica della maggioranza umana, ma nonostante tutto continuava a chiedersi il perché. Seduti a tavola, rigorosamente apparecchiata con la tovaglia ricamata a mano e un vaso di fiori posizionati al centro, Salvatore si gustò l’arista di maiale al forno con contorno di patate arrosto al rosmarino. Eufrasia riempì i bicchieri di vino rosso e gli chiese del lavoro. Il Maresciallo raccontò della chat e poi si passò a disquisire della lezione di Katè:

<< Allora come ti sei trovato a Katè? Ti è piaciuto?>> domandò il Cocuzza, anche perché non sapeva cosa fosse il Katè.

<< Si dice Karate>> corresse Benedetto Innocente. Il padre si volse verso Eufrasia:

<< Karate? Tu mi hai detto Katè!>>

<< Si Katè, ed io che ho detto?>>

<< Hai detto Katè. L'hai detto anche ora. Hai detto Katè.>> insistette lui.

<< Non ho detto Katè, ho detto Katè!>> rispose lei indispettita.

<< Mamma, si dice Karate e non Katè. Capito? Karate!>> ripeté Benedetto alzando gli occhi al cielo come a chiedere scusa al Padreterno.

<< Ed io che ho detto? Ho detto katè!>> Padre e figlio si guardarono con comprensione mettendo a tacere di comune accordo l'impossibilità di madre e moglie ad acchiappare, se pur per caso, la pronuncia di una sola parola straniera.

<< Ok, ok, va bene, l'hai detto giusto. Allora come è andata a Karate?>>

<< Uno schifo!>> fu la risposta sintetica di Benedetto.

<< Perché? Non ti piace?>> domandò la madre affrettandosi a tagliare il prosciutto cotto di Benedetto in miliardi di coriandoli.

<< Si picchiano. Terribile. Si tirano cazzotti e si trascinano per la giacca. Una vergogna. Poi si buttano sul pavimento e sporcano il Kimono. Non è che il Kimono mi piaccia, non lo trovo elegante, però potrebbe venire bene per asciugarmi dopo il bagno.>>

<< Il Kimò è fatto apposta. Per sentirsi liberi.>> disse Eufrasia tutta compita.

<< Il Kimono, Eufrasia.>> la corresse il marito.

<< Ed io che ho detto? Il Kimò>>

<< OK, ok, va bene così. Ho capito male. Benedetto se non ti piace non ti ci mandiamo più. Basta che tu lo dica. Se c'è qualcosa che vorresti fare, esprimiti e vedrai che papà e mamma ti accontentano.>> il Maresciallo si appoggiò allo schienale della sedia con rigida postura, dal momento che anche la spalliera era avvolta in plastica trasparente.

<< Voglio fare il modello!!>> Benedetto si alzò improvvisando una sfilata a dir poco perfetta intorno al tavolo. Cocuzza tossicchiò e sua moglie applaudì contenta.

<< Tutto ciò che vuoi amore. Vieni a mamma che ti vuole bene.>> Salvatore la guardò un poco pensieroso. Ma perché? Perché nonostante tutto sua moglie si ostinava a non imparare la lingua italiana? Se lo domandava sempre. Ma perché?

<< Eufrasia ti prego...si dice vieni da mamma.>>

<< Ed io che ho detto? Vieni a mamma.>> nel mentre il bambino-modello era salito sulle ginocchia materne per farsi coccolare. A quel punto il Maresciallo sbottò:

<< Mangia il prosciutto. Con quel che costa. E tu Eufrasia piantala, ha già otto anni, ti pare il caso di doverlo imboccare?>> Benedetto alzò le spalle e sparendo in salotto informò i genitori:

<< Quando sarò un modello ricco e famoso vorrò solo mamma.>>

" Certo" pensò il Maresciallo " così ti porta a Katè." poi si fece prendere dallo sconforto e si trasportò in salotto a seguire una puntata di " Mafia 7 " seduto scomodamente sul divano plasticato.

 

Capitolo 3  

 

                    

Il mattino dopo entrò in questura con la faccia scura. Non aveva digerito l'arista arrosto e il sonno era stato disturbato da un sogno terribile. La chat l'aveva inglobato rendendolo partecipe della vita degli scriventi, trascinandolo in un vortice di cose gradevoli, allegre e spensierate, mentre sua moglie lo rincorreva gridando: " Tu non vai a nessuna cena...capito? Chi sono questi? E come si presentano dopo trentasei anni? Con quale scusa pretendono di averti con loro? Se ci vai, io non ti mando più a Katè." e così via. Si era rigirato nel letto come un pollo infilzato nello spiedo. Un vero incubo!!! Però che carine quelle signore della chat, e poi c'era quella con il viso lungo e dolce dai capelli color miele...si chiamava Pamela...o si sbagliava?

Si sedette alla scrivania guardando storto i verbali da controllare, impilati in una torre di Babele che sarebbe potuta crollare da un momento all'altro. Doveva inserirli nel computer uno dopo l'altro, ma prima avrebbe dovuto stanare errori di qualsiasi forma. Lavoro da pazzi, poiché nei verbali riscontrava come minimo una decina di errori in una sola pagina. Si sistemò come meglio poteva nella poltroncina Killer e incominciò la sua giornata lavorativa svuotando la mente dal sogno-chat. Poco dopo le 10.00 bussarono alla porta.

<< Avanti.>> Il Maresciallo accolse con gioia l'interruzione. Alzandosi chiuse gli occhi e pensò a Pizzo Calabro e al suo mare turchese.

<< Maresciallo Capo buongiorno. Scusi il disturbo, ma dobbiamo fare rapporto, questo è il verbale.>> Fassino pose sulla scrivania un plico di numerosi fogli tenuti insieme da una graffetta.

<< Noto con piacere che vi siete dati da fare.>>

<< Come da ordini Maresciallo Capo.>>

<< Allora accomodatevi e illuminatemi.>>

<< E come facciamo?>> domandò Scibetta spalancando a dismisura gli occhi scuri e bovini << non abbiamo la torcia.>>

<< Scibetta, mi prende per il culo?>> scattò il Cocuzza rosso in viso come un peperone maturo.

<< Maresciallo Capo perdoni, Scibetta non ha capito.... Sa com'è, il suo vocabolario...>> Fassino non sapeva come trarsi d'impiccio.

<< Va bene, proseguite.>> rispose il superiore sedendosi con cautela sul mostro spaziale rotante.

<< Dunque, la prima analisi ci ha portato a capire che si tratta di estremisti di sinistra che stanno organizzando il progetto H. In seconda fase siamo riusciti a scoprire che hanno punti di riferimento e avamposti dell'organizzazione sparsi in vari siti.>>

<< Davvero? E sarebbero?>> domandò Cocuzza dubbioso, dal momento che una vocina interna gli trasmetteva informazioni negative sui i suoi sottoposti.

<< La maggior parte di loro sembra stazionino in Genova. Poi ci sono due punti di controllo verso est, Sori e Santa Margherita. Ma verso Ovest sembra ci siano i più pericolosi.>> Fassino si diede una pacca su una coscia, senza curarsi della propria magrezza. Fece una smorfia per il bruciore. Il Maresciallo era un po’ interdetto, ma non volendo esprimere concetti errati prima della spiegazione verbalizzata del Fassino si controllò e fece cenno di proseguire.

<< Quello che ci ha maggiormente preoccupato è il sito di Bordighera. Capisce Maresciallo Capo? Bordighera!>> esclamò l'appuntato facendo girare la mano in un gesto rotatorio, credendo così di aver spiegato tutto.

<< Fassino la prego, venga al dunque.>> lo invitò Cocuzza che incominciava a stufarsi.

<< Ma Maresciallo Capo!!! B-O-R-D-I-G-H-E-R-A!!!>> ripeté Scibetta gemellando il gesto del collega con la mano.

<< E quindi Scibetta? Bordighera.... E allora? Cittadina turistica ridente ed elegante. La chiamano la città degli inglesi, poiché è stata colonizzata nell'800. Ci è mai andato?>>

<< Per la verità no, ma la cognata di mia cugina in secondo grado ci passò due giorni, ospite di una sua amica, negli anni novanta credo. Mi ricordo la cartolina che arrivò ai miei genitori, ma non era Bordighera, bensì la passeggiata a mare di Sanremo.>>

<< Scibetta, ha finito di dire cazzate?>> il Maresciallo si alzò posizionandosi davanti alla finestra, immaginandosi di far sparire Scibetta in men che non si dica.

<< Si signore, signorsì.>> rispose Scibetta guardandosi la punta delle scarpe un po’ offeso. Cosa aveva detto di male?

<< La prego Fassino, concluda perché fra pochi minuti ho la visita del Commissario Capo.>>

<<Certo. Come lei sa Bordighera è sita a Km 15 da Mentone. Confine francese comodissimo per espatriare alla velocità della luce, oppure per raggiungere Parigi, da Nizza.>>

<< E Parigi cosa c'entra?>>

<<Eccome se c'entra. Ultimo e più importante posto di guardia dell'organizzazione.>> il Maresciallo scattò sull'attenti:

<< Siete sicuro Fassino?>>

<< Sicurissimo, come sono sicuro d'essere qui a parlare con lei.>> fece una pausa ad effetto e proseguì:

<<Abbiamo anche scoperto che si stanno mettendo d'accordo per incontrarsi. Non vorrei aver capito male, ma sembrerebbe una cena.>> il Cocuzza sussultò.... Bisognava prendere una decisione in merito.

<< Fassino si dia da fare per sapere dove si incontreranno e quando. Se questa cena si farà andrò in incognito a raccogliere informazioni.>>

<< Grazie per la fiducia Maresciallo Capo. Riferiremo quanto prima.>>

La sera il Maresciallo Capo cercò di scrollarsi di dosso le informazioni riguardanti la chat, poiché da quando era uscito dall'ufficio non aveva smesso un solo secondo di arrovellarsi la mente con pensieri contorti. Dopo una doccia rigenerante si strofinò nell'accappatoio di spugna che ormai aveva perso tutto il suo potere assorbente essendo mollo come la copertina di Linus. Aveva chiesto milioni di volte a sua moglie di non metterci litri di ammorbidente, non solo perché la spugna diveniva molla, ma perché poi lui odorava (per ore) di ciclamino chimico, come una puttana di Sottoripa. Cercò di tapparsi il naso e si incamminò verso il salotto, dove Benedetto Innocente ballava con un boa di struzzo fucsia intorno al collo.

<< Ciao gioia, hai fatto i compiti?>> gli chiese con gentilezza.

<< Li sto facendo.>> fu la risposta breve di Benedetto.

<< E come li staresti facendo?>> chiese ancora stupito.

<< La maestra ci ha detto di immaginare cosa vorremo fare da grandi e poi scrivere il nostro pensiero sul quaderno.>> Salvatore guardò il figlio fare una piroetta su sé stesso con il boa fucsia intorno al collo. Non volle domandare cosa stesse immaginando, quindi evitando la domanda accese la televisione e si sedette sulla plastica della poltrona ricordandosi solo dopo di avere ancora le cosce umide. Si stramaledì dandosi del deficiente. Cercò di alzarsi con cautela, ma emise un rumore di dubbia provenienza e Benedetto Innocente smise di pavoneggiarsi davanti alla specchiera della sala:

<< Papà ma fai le puzze? Sai che alla mamma fanno schifo.>> ci fu un momento in cui dalla bocca volevano uscire solo parole poco carine, ma si trattenne giustificandosi:

<< Non ho fatto nessuna puzza Benedetto. E' stato il suono della plastica.>>

<< Ah, bene, lo sai che ci tengo ad avere un padre ben educato.>> disse e sistemandosi sulle ginocchia paterne domandò: << Papà mi correggi i pensieri che ho scritto?>>

<< Certamente, passami il quaderno.>>

 

 Pensierino: " Cosa vorresti fare da grande?"

 

Da grande vorrei fare l'indossatore e il modello perché mi piace vestirmi bene ed essere sempre pulito, in ordine e profumato come papà che odora di ciclamino. Vorrei lavorare nel mondo della moda per guadagnare tanti soldini e far smettere di lavorare mamma e papà.

Salvatore si ritrovò ad asciugarsi una lacrima e a guardare con amore l'indossatore provetto.

<< Bene, ma se vuoi fare il modello devi studiare. Capito? Se studi con profitto papà e mamma ti faranno fare il modello.>> poi se lo strinse al cuore stritolandolo un po’.

Dio aveva voluto così, e per lui Dio aveva sempre ragione.

                                    

 

Capitolo 4

 

 

Il giorno dopo quando arrivò in ufficio non fece in tempo a togliersi il cappotto che Fassino e Scibetta lo tallonarono a giro di boa.

<< Siete già qui? Non fate colazione?>> chiese impaziente, dal momento che stava pregustando nel suo immaginario, cappuccio e cornetto da più di dieci minuti.

<< La faremo Maresciallo Capo. Aggiornamenti importanti da riferire non rinviabili in giornata hanno sicuramente la precedenza.>> rispose Fassino fermo sull'attenti.

<< Bene, seguitemi.>> disse, ma dentro di sé li avrebbe fatti volare volentieri giù dalla finestra.

<< Sedete e datemi gli ultimi, come dite voi, aggiornamenti.>>

<< Sarò breve Maresciallo Capo. >> Fassino si spostò il capello che per grazia ricevuta aveva la visiera che gli nascondeva metà fronte, donandole, per così dire, un'aria più gradevole.

<< Hanno cambiato il nome della chat.>> annunciò subito dopo.

<< E sarebbe?>>

<< Ricreazione forever. Capisce? Ricreazione per sempre.>>

<< Grazie, so cosa significa, ma non vedo cosa possa avere di così sinistro.>>

<< Stanno cercando di farci credere che scherzano e giocano come alle medie. Ma a noi non la si fa.>>

<< No, a noi non la si fa!>> Scibetta sgomitò Fassino facendo l'occhietto.

<< Benissimo Scibetta, visto che a voi non la si fa, mi spieghi lei il resto delle scoperte.>>

Scibetta iniziò a sudare freddo, ma sostenuto dallo sguardo incoraggiante del collega si azzardò a dire:

<< Abbiamo ragione di credere che ci sia un riciclaggio di lavori artistici. Per l'esattezza quadri di valore.>>

<< Caspita Scibetta!>> esclamò il Maresciallo.

<< Eppure è così.>> rispose questi strabuzzando gli occhi.

<< No scusi, sono rimasto a bocca aperta dalla sua sparata. E' la prima volta che le sento dire una frase completa senza strafalcioni grammaticali.>> disse il Maresciallo portandosi una mano davanti alle labbra per evitare di ridere. Appena ripreso il controllo si rivolse a Fassino:

<< Vada avanti lei. Quadri dite? Di che si tratta esattamente?>>

<< Ogni mattina viene postata la foto di un quadro. Pensiamo che ciò serva a far girare più in fretta l'immagine per potersene disfare il prima possibile.>> spiegò Fassino greve, sia nella voce che nello sguardo accigliato.

<< Chi posta queste foto?>>

<< Una certa Pamela.>>

<< E se non chiedo troppo, avete capito di che stile si tratta o chi sia il pittore?>> domandò Cocuzza fortemente interessato, mentre prendeva appunti su un blocco notes a quadretti.  Fassino guardò Scibetta un po’ meditabondo, poi quasi con timidezza esordì:

<< Sono specchi di vita visti con gli occhi di un bambino, ma non un bimbo vero e proprio, ma dal bambino che alberga dentro di noi. Esplosioni di colori nel mondo della fantasia. Ecco. Proprio così.>> Scibetta scattò in piedi ed applaudì.

<< Bravo, neanche Scarpi si spiega meglio.>>

<< Scibetta, non faccia il cretino. Per la cronaca il critico d'arte si chiama Sgarbi. Capito? Sgarbi. Fassino, il nome del pittore si sa?>>

<< Si, si chiama Checco Buzante. Faremo ricerche in merito.>>

<< Benissimo, per il momento potete andare. Tenetevi pronti per ogni evenienza.>>

<< Si, signore signorsì.>> e gli appuntati si destreggiarono in un saluto da manuale.

Appena uscirono il Maresciallo Capo Cocuzza si mise in contatto con il Commissario Capo raccontando per filo e per segno tutto ciò che era venuto a sapere. Il Commissario Capo si congratulò e gli disse di prenotare una cena nello stesso ristorante in cui si sarebbero incontrate le persone del gruppo, poiché se tutto ciò si fosse rivelato veritiero, sarebbe stato per l'arma dei carabinieri un colpaccio. Ne avrebbero parlato anche in televisione, e apparire in tivù era il sogno segreto che il Commissario Capo agognava da tempo. Che bella figura che avrebbe fatto!!! Il Cocuzza annuì per tutta la durata del discorso del superiore pensando al trasferimento come premio per il buon lavoro svolto. Da quel momento rimase concentrato sul lavoro della chat come mai aveva fatto prima di allora, e quella sera, anche a casa non prestò troppa attenzione ad Eufrasia che diceva:

<< Allora cosa ne dici Salvatore?>> il marito la guardò imbambolato.

<< Cosa ne dici, cosa?>>

<< Ma come cosa? Della mia idea.>>

<< Quale idea?>> chiese confuso.

<< Ma Salvatore, cosa tieni per la capa?>> domandò lei riprendendo a stirare tra sbuffi di vapore e sbuffi personali.

<< Eufrasia, si dice cosa hai per la testa.>> corresse lui tutto compito.

<< Misericordia, neanche più libera di parlare come voglio, sono?>> si lamentò Eufrasia piegando un canovaccio più volte tanto da trasformarlo in un origami.

<< Dicevo...>> ricominciò spazientita << che fra una settimana esatta ci sarà un piccolo esamino di Katè di Benedetto e per l'occasione pensavo di andare a cena fuori per festeggiare.>>

<<Penso che sia un'idea molto carina. Che giorno è esattamente?>>

<< Il 29, sabato 29 novembre. L'esame di Katè si tiene alle 17.00 in punto. Poi ci sarà la premiazione e poi andiamo a cena fuori. Ci mangiamo un cimburghe con patatine da Macdona.>> Salvatore la guardò con tenerezza e per una volta tanto non si arrischiò a correggerla, ma ci pensò Benedetto Innocente da dietro la copertina di Vogue Spose.

<< Mamma si dice Cheeseburger e il posto si chiama Mc Donald. Capito? E poi non mi va di mangiare in un posto così poco di classe. Non potremo andare alla Trattoria delle Ruote?>> Eufrasia rimase un attimo interdetta per la correzione del figlio. Era persuasa di averlo detto bene.

<< D'accordo andiamo dove vuoi tu. Ma che ne sai tu di questa trattoria?>> domandò ancora schiacciando il ferro da stiro su di un povero calzino, con tutta la sua forza. La voce di Benedetto Innocente uscì dalle pagine patinate della rivista un po’ scocciata:

<< Lo so perché un mio compagno di classe ci va con i suoi ogni sabato sera. Dice che si mangia benissimo, ed io ci credo perché i suoi genitori sono persone di classe.>>

<< Bene, vedremo cosa si può fare, ora fila a lavarti le mani che aiutiamo la mamma a cucinare.>>

<< Non ho ancora finito di leggere l'articolo sulla sfilata di Armani.>>

<< Lo finirai dopo cena. Un aiuto alla mamma è doveroso. Fila!>> Benedetto Innocente si alzò e schizzò fuori dalla cucina come un razzo. Salvatore ed Eufrasia si guardarono sgomenti.

<< Cercherò di sapere qualcosa su questa trattoria. Comunque andrà bene anche una pizza. Che ne dici Eufrasia?>> lei gli sorrise dietro una nube di vapore:

<< Ok per la pizza.>>

                                                         

                                                      

Capitolo 5

 

 

"Il mattino ha l'oro in bocca." Il Maresciallo si svegliò con questa frase nella testa, e considerando che non era un uomo pigro, l'accolse come un messaggio del Signore, accingendosi a prepararsi per andare in caserma.

In ufficiò si tuffò sui verbali dopo aver ripulito il bar dello spaccio da l'ultima brioche con marmellata e sorbito un cappuccino con schiuma doppia e cacao sparso. Prima di iniziare ingaggiò una lotta terrificante con la poltroncina e suddetta rotella fuori uso, poi rimasto in bilico piegato verso sinistra incominciò a lavorare rimanendo in quella posizione sino alle 11 e 30, momento in cui il telefono sulla scrivania lo staccò dal lavoro con uno squillo anni settanta, poiché anche il telefono era compagno d'armi della sedia-girello.

<< Maresciallo Capo Cocuzza, sono il Commissario Capo Campi, scusi se la disturbo, ma la informo che d'ora in poi dovrà comunicare con gli appuntati Fassino e Scibetta in zona neutra, senza orecchie indiscrete. Decida lei, quando, dove e come.>> il Cocuzza iniziò a sudar freddo, possibile che le ricerche sulla chat avessero già portato a scoperte così importanti da doverne parlare in segreto? Bisognava stare all'erta e dispiegare un piano d'azione assolutamente efficace e nello stesso tempo che non desse nell'occhio. Fu colto da un colpo di genio. Pochi secondi dopo chiamò Fassino:

<<Fassino si metta in borghese e si presenti a casa mia questa sera alle 19.00 in punto, per una cena di lavoro. Riferisca anche a Scibetta.>>

<< Si, signorsì signor Maresciallo Capo. A questa sera.>>

Subito dopo chiamò a casa informando Eufrasia, la quale per nulla sorpresa accolse la notizia con una esplosione d'euforia non giustificata.

Ore 17.30. Casa dell'appuntato Fassino.

Dopo aver parlato con il Maresciallo, Fassino rimase dieci minuti perso nei ricordi. Quanto tempo era passato da l'ultima volta che aveva cenato con decenza? Esattamente tre mesi, da quando era stato in vacanza a Torino dai suoi genitori. Ripensò con nostalgia ai Pavesini pucciati nel caffè-latte ancora caldo, ai tortelli in brodo, alla fettina di tacchino ai ferri e a sua nonna, che gli portava tutte le sere in camera da letto una camomilla setacciata con lo spicchio di limone e un cucchiaino di miele, poi gli rincalzava le coperte, come quando aveva sei anni. Che nostalgia!! Si scrollò di dosso i ricordi e senza perdersi in trastulli si abbigliò per la cena con l'unico abito elegante che possedeva e che aveva utilizzato l'ultima volta per la comunione di suo nipote Manfredi. Si lucidò le scarpe come solo un vero militare sa fare e indossò il giaccone blu’.  Si guardò nello specchio con soddisfazione, controllando che i capelli fossero ben tirati all'indietro. Prese le chiavi dell'auto ed uscì di casa per andare da Scibetta, il quale divideva un piccolo appartamento con due colleghi, nel centro storico di Genova. Arrivato sotto il portone Fassino pigiò il pulsante del citofono, dove una targhetta adesiva riportava i cognomi dei tre inquilini, scribacchiati a penna: " Boldoni, Pinna, Scibetta." aspettò un po’ prima che una voce si facesse sentire:

<< Ajò, chi va là?>>

<< Sono Fassino, sono venuto a prendere Scibetta.>>

<< Fassino chi?>>

<< Appuntato scelto Fassino, collega del Scibetta.>>

<< E a me chi me lo dice?>>

<< Lo può testimoniare Scibetta.>>

<< Un attimo che chiedo.>>

Fassino sbuffò, possibile che fosse così complicato? Poi non capiva, che bisogno c'era di urlare in quel modo, come se gli parlassero direttamente dall'alto dei cieli. Ma lo capì subito dopo, quando la voce dello stesso Scibetta disse urlando:

<< Ehi là Fassino, che minchia fai al freddo?>>

<< Aspetto che qualcuno mi apra il portone.>>

<< Vengo giù e ti apro, il citofono non funziona.>>

<< Ma tu mi stai parlando. Ti sento fin troppo bene.>>

<< Certo testa di minchia che mi senti bene. Sto urlando dalla finestra.>> Fassino alzò il viso verso l'alto e vide la testa a uovo del Scibetta spuntare da dietro le persiane. Il collega fece il gesto di aspettare e chiuse la finestra. Poco dopo il portone si aprì e Fassino entrò in un atrio umido e buio.

<< Ciao, ma perché non aggiustate il citofono?>>

<< Ma che, scherzi? Siamo stati noi a scollegarlo.>>

<< Perché?>>

<< In questa zona è meglio non fidarsi. Se il citofono non funziona sei costretto ad affacciarti. Verifichiamo di persona, così possiamo decidere se far entrare o no la persona che ha suonato. Una genialata. Minchia, siamo troppo avanti.>>

<< Sicuramente.>> rispose Fassino, ma mentre saliva i gradini di ardesia irti e consumati pensò che a lui non sembrava affatto una genialata, ma contenti loro, contenti tutti. Entrarono in casa e Scibetta lo fece accomodare in uno striminzito divano biposto giallo, sfondato e carico di indumenti da stirare.

<< Vado a vestirmi. Torno subito. Cosa posso offrirti? Abbiamo un po’ di orzata di mandorle e due cannoli ripieni di ricotta, avanzati da ieri. Sai, abbiamo festeggiato Pinna che ha compiuto ventisette anni.>> Fassino si guardò attorno osservando la confusione e il disordine, annusò l'aria pregna di sudore maschio e calzini sporchi, poi decise e con la testa fece cenno di no.

<< Fassino, non fare il minchione, fai i complimenti?>>

<< No, no, no. Sono a posto. Vai a vestirti o rischiamo di arrivare in ritardo.>> Scibetta sparì e pochi minuti dopo entrò nel salottino un ragazzo in mutande e canottiera bianche con calzini corti di spugna ai piedi e con le gambe più pelose che Fassino avesse mai visto.

<< Ajò, allora eri davvero tu al citofono, come stai?>> Pinna diede una manata sulla spalla del collega che non ruzzolò a terra solo per un pelo, poi si sedette al suo fianco sopra una montagnola di indumenti.

<< A cena dal Maresciallo Capo andate?>>

<< Si.>>

<< Per la faccenda della chat andate?>>

<< Si.>>

<< Cercate di non fare brutta figura. A tavola bene comportatevi. Mi raccomando. >> detto ciò Pinna si alzò e uscì dalla stanza grattandosi il sedere. Fassino scrollò il capo senza capire. Scibetta apparve dieci minuti dopo vestito di tutto punto e tirato a lucido.

<< Andiamo collega.>> poi rivolto verso la porta della cucina urlò:

<< Pinna sto uscendo, non mettere il ferro morto che Boldoni fa la notte e non svuotare il frigo come fai di solito.>>

<< Colpa mia è? Il verme solitario ho.>> rispose Pinna con la testa già dentro l'elettrodomestico.

<< Ma quale verme e verme. Una anaconda tieni nella pancia, minchia!>> rispose Scibetta chiudendosi l'uscio alle spalle.

 

                                                 

Capitolo 6

 

 

Alle 19.00 in punto il citofono di casa Cocuzza Calogero suonò ed Eufrasia si tolse il grembiule bianco reso rigido da svariati bagni nell'amido, facendolo passare sopra la testa con cautela e sperando di non sciupare i capelli tinti di un bel rosso magenta e lisciati con la piastra. Ma non c'era pericolo, poiché li aveva fossilizzati con un litro di lacca abbondante. Dopo aver saputo da suo marito che la sera stessa si sarebbe consumata da loro una cena di lavoro, passò il pomeriggio a balzare tra le stanze come una pallina da tennis, dividendo il tempo in varie fasi per progettare la cena stessa.

Fase 1 - 

Mezz'ora buona per inventarsi un menù che la facesse passare per una cuoca eccellente stile Master Chef.

Fase 2 -

Mezz'ora buona passata ad entrare ed uscire con la testa nel congelatore, con il rischio di morire per una bronco polmonite fulminante.

Fase 3 - 

Mezz'ora buona a scegliere stoviglie, posate e biancheria per la tavola con annessi ammennicoli vari.

Fase 4 - 

Mezz'ora buona a ripulire tutta la casa da cima a fondo, pulendo sul pulito.

Fase 5 -

Mezz'ora buona a scegliere la mise con cui abbigliarsi per l'occasione, con il risultato di rinunciare dopo che Benedetto Innocente diede il suo parere negativo: " No, assolutamente no. Mamma ci penso io."

Fase 6 -

Dieci minuti per farsi consigliare da Benedetto Innocente, con ottimi risultati.

Fase 7 -

Mezz'ora buona ad apparecchiare la tavola con Benedetto Innocente al seguito che con un centimetro da sarta, prendeva misure da un piatto all'altro, da un bicchiere all'altro, da una posata all'altra, spiegando a sua madre che lo faceva anche il maggiordomo Carson nella tenuta inglese di Downton Abbey.

Fase 8-

Cucinare per il resto del pomeriggio.

Fase 9-

Dieci minuti per farsi la doccia, asciugarsi e lisciarsi i capelli. Truccarsi. Ridarsi lo smalto. Vestirsi. Profumarsi. Ripulire il bagno e togliere dal collo di Benedetto Innocente una sciarpa di seta dipinta a mano, donatele da sua suocera il Natale precedente.

Appena entrato in casa Salvatore la riempì di complimenti per tutto il lavoro svolto, anche se rovinò tutto con la domanda sottoscritta:

<< Perché hai messo i ferma posto a forma di cuore? E' una cena di lavoro.>> Eufrasia lo guardò così storto che egli non osò più proferir verbo. Al suono del citofono Eufrasia era distrutta, ma felice. Amava avere ospiti.

Si sfilò quindi il grembiule e andò ad aprire la porta d'ingresso ticchettando sul pavimento di marmo più lucido che l'universo avesse mai visto.

<< Buonasera ragazzi, accomodatevi.>> disse spalancando l'uscio, mentre Fassino le porgeva una pianta grassa avvolta da una retina fucsia e Scibetta le allungava una bottiglia di finto champagne. Lei divenne tutta rossa seminando ringraziamenti a destra e manca. Il Maresciallo intervenne per aiutare la moglie ad accogliere gli ospiti. Posata la pianta su un mobile dell'entrata Eufrasia precedette tutti in salotto pregandoli di accomodarsi. Fassino e Scibetta si bloccarono entrando. Scibetta esclamò:

<< Uh, avete ricevuto ora ora il divano e le poltrone nuove. Sembrano comodi, bianchi poi, una bellezza. Aspetti che l'aiuto a togliere il cellophane.>> e con mossa veloce e fulminea, che per Scibetta era una novità, diede uno strattone al velo trasparente. Sul viso di Eufrasia passò una smorfia di puro terrore, che provvide a mitigare subito, trasformandola in un sorriso sghembo.

Raccogliendo tutta la forza interiore che possedeva sussurrò:

<< Grazie di cuore, mi sono arrivati oggi alle 15.00 e non ho fatto in tempo a togliere la protezione. Sapete com'è, tra lavoro, casa e il resto...>> si fermò per deglutire con fatica mentre Scibetta continuò alacremente nel lavoro di svestizione.

<< Non si deve scusare signora. Ci siamo noi ora.>> la consolò Fassino unendosi al collega con altrettanta energia. Il Maresciallo Capo rimasto basito per alcuni istanti si riscosse e si unì al duetto distruttore per far prima. Benedetto Innocente si apprestò a riunire la plastica in una palla gigante, trascinandola per tutto il salotto ridendo come un matto. Eufrasia farfugliò delle scuse e sparì in cucina, dove in silenzio fece cadere qualche lacrima in un foglio Scottex. Quanto sarebbe durato ora tutto quel biancore? Se lo chiese mentre posizionava su un piatto da portata dei piccoli quadratini ripieni di maionese, salmone affumicato e lattuga. Si armò di coraggio e prosecco dirigendosi in salotto:

<< Se volete accomodarvi a tavola.>> annunciò guardando il divano e le poltrone gemelle, bianche e nude come la luce divina.

Tutti si alzarono affrettandosi verso il tavolo rettangolare, posto nella parte destra della stanza. Fu lì che Eufrasia quasi svenne, poiché anche le sedie non avevano più la loro custodia gommosa.

<< Hai visto mamma come sono gentili Egidio e Giuseppe? In un baleno hanno tolto la plastica.>> disse Benedetto Innocente sistemandosi sulla sedia tutto contento.

<< Senza la plastica non si fanno più le puzze!>> continuò ridacchiando. Risero anche Fassino e Scibetta aspettando che il loro Capo si sedesse. Fassino spostò la sedia per Eufrasia, la quale rimase piacevolmente colpita.

Il Maresciallo versò il prosecco, poi alzò il calice per fare un piccolo brindisi, dopo di che si rivolse agli appuntati:

<< A che punto siete con le scoperte?>>

<< Siamo molto avanti.>> rispose Fassino tutto rigido come fosse in caserma << abbiamo grosse informazioni che potrebbero portarci in un batter d'occhio alla soluzione del caso. Prima d'ogni altra cosa siamo a conoscenza del giorno della cena.>>

<< Devo prendere appunti?>> domandò Cocuzza interessato.

<< No, abbiamo la copia di tutti i messaggi inviati. Li abbiamo portati con noi in una valigetta.>> rispose Fassino dopo essersi tamponato le labbra con il tovagliolo. Poi si rivolse a Eufrasia:

<< Signora Cocuzza le faccio i miei complimenti. Non ho mai assaggiato delle tartine più gustose di queste.>> Eufrasia si dimenò nella sedia come una ragazzina di sedici anni davanti al proprio idolo:

<< E' un salmò speciale.>> Fassino sorrise, ma non capì cosa fosse il salmò. Scibetta invece le rispose pronto:

<< Salmò ottimo, ma costa parecchio. Io non me lo posso permettere.>> " Ecco" pensò Salvatore " si sono trovati. Almeno si comprendono." poi deviò la conversazione sulla chat:

<< Quindi che giorno hanno scelto per la loro riunione?>> chiese.

<< Il 29 Novembre.>> rispose Fassino, poiché Scibetta era troppo occupato a masticare con voracità, tutto ciò che gli capitava sotto gli occhi.

<< No, il 29 Novembre no!>> esclamò Eufrasia con impeto. Tutti la fissarono.

<< Eufrasia, ma che ti importa della data?>> chiese il marito stupito, non era da Eufrasia intromettersi nelle sue questioni lavorative.

<< Per carità Salvatore, niente, ma vedi il 29 è la serata in cui festeggeremo l'esamino di Katè di Benedetto Innocente. Ti sei dimenticato?>>

<< No, certo che no, non mi sono dimenticato, ma il lavoro è lavoro. Non posso dire ai miei superiori che non vado a lavorare perché dobbiamo portare nostro figlio fuori a cena. Che dici? Mi direbbero faccia pure?>>

<< No, immagino di no.>> rispose Eufrasia comprensiva, poi si scusò defilandosi con grazia in cucina per controllare il punto di cottura degli spaghetti. Quando tornò in sala con la terrina colma di pasta allo scoglio profumata di mare, tutti applaudirono.

<< Allora si incontreranno il 29 Novembre. Si sa anche l'ora e il posto?>> chiese il Maresciallo.

<< Si vedranno alle 20.00 davanti alla Trattoria delle Ruote.>>

<< Ma dai!!! Grandi, devono essere persone di buon gusto.>> sentenziò Benedetto Innocente, poi senza lasciare il tempo al padre per rispondere aggiunse:

<< Perché non andiamo anche noi a cenare lì? Tu potrai controllare quei signori e mamma ed io passiamo una bella serata. Almeno il mio compagno la smetterà di darsi delle arie, la Trattoria delle Ruote qua, la Trattoria delle Ruote là. Che palle!>>

<< Benedetto attenzione con le parole, sai che non mi piace. Comunque anche volendo non posso mischiare lavoro e vita privata.>>

<< Ma se lo stai facendo anche adesso.>> Benedetto lo disse mettendo il broncio. Resosi conto che il figlio aveva tutte le ragioni di questo mondo, il padre promise di portarlo alla Trattoria delle Ruote il sabato seguente alla cena del 29, sempre che si fosse trovato bene tra prezzo e qualità. Finito di pulire il piatto dal branzino sul letto di patate, dalla fetta di tiramisù alla calabrese, che consiste nel versarci mezzo litro di liquore, e bevuto un caffè con ammazza caffè già incorporato, il Cocuzza e i suoi appuntati trasportarono le chiappe sul divano immacolato, dove si misero comodi a questionare della chat. Eufrasia incominciò tranquillamente a ripulire la tavola.

<< Amore di mamma che dici se andiamo in cucina a spettegolare?>>

<< Assolutamente sì.>> rispose Benedetto Innocente facendo l'occhietto << Avrei giusto una cosa da chiederti. Che impressione hai dei colleghi di papà?  Voi donne avete o no il sesto senso?>> continuò Benedetto passandole un piatto sporco.

<< Noi donne siamo il sesto senso. Non dimenticarlo mai.  Io di te so tutto e vedo tutto, anche quando tu non mi vedi.>>

<< Mamma, non stiamo parlando di me! Volevo sapere cosa pensi dei colleghi di papà.>>

<< Giusto. Per la verità li ho odiati nel momento esatto in cui hanno strappato la protezione del divano. Due cretini, ecco cosa sono.>>

Lontana dagli ospiti Eufrasia si infilò il grembiule sul vestito elegante, poi aprì la lavastoviglie e con l'aiuto di Benedetto inserì le stoviglie.

<< Mamma mi dispiace. Domani andiamo alla Coin e compriamo un bel copri divano e dei copri poltrona. Che ne dici di un bel rosso Valentino?>>

<< Certo sì, ma le sedie?>> chiese Eufrasia con le lacrime appese agli occhi.

<< Mamma ma dai, esistono dei copri sedie elegantissimi. Compriamo anche quelli. Che ne dici? Le ho viste su AD, che hai comprato la scorsa settimana. Ci sono le foto della casa di Valentino.>>

<< Devo ancora leggerlo, ma mi fido di te. Domani facciamo sciopin e domani sera papà avrà una bella sorpresa.>> Benedetto Innocente applaudì festoso e per non rovinare il sorriso di Eufrasia sorvolò sull'errore della parola shopping. Nel frattempo in salotto si stavano definendo le ultime disposizioni per beccare gli scriventi della chat in flagrante.

<< Vorrei dimostrarvi la mia riconoscenza per il lavoro svolto, quindi ho deciso che andrete voi due a spiare la cena del 29. Potete mangiare ciò che volete. Pagherà la caserma. Mi raccomando discrezione e attenzione ai minimi dettagli. Avete altre informazioni che possano aiutarci a sgominare questa banda?>>

<< Si, signor Maresciallo Capo. Abbiamo individuato delle fotografie postate da un certo Alex. Sono foto d'ogni genere che sembrerebbero d'autore, ma noi pensiamo si tratti di un modo per depistarci.>> rispose Fassino dandosi importanza.

<< Perché lo pensate?>> domandò Cocuzza che iniziava a rilassarsi un po’ merito del divano senza plastica, un po’ del prosecco con cui aveva innaffiato la cena, e anche del caffè corretto al cognac.

<< Non solo lo pensiamo, ma ne siamo certi. In mezzo alle varie foto artistiche ne ha postate alcune di vari aeroporti. Sicuramente di Johannesburg, Melboourne, Munich, avvisando tutti della sua partenza e dell'arrivo. Strano no? In più abbiamo constatato che non fa altro che viaggiare. Quindi la conclusione è che sia lui a gestire la vendita di quadri.>>

<< Questa è una notizia importante. Pensate che si muova da solo?>> chiese il maresciallo risvegliato completamente.

<< Qui sta il bello.>> rise Fassino prendendosi forse un po’ di confidenza, ma si sa che il vinello l'aveva bevuto pure lui.

<< Io e Scibetta siamo d'accordo nel credere che sia una certa Pamela a rubare i quadri. Ogni giorno posta la fotografia di un quadro in modo che i colleghi truffaldini sparsi nei vari punti strategici la possano diramare per poterlo rivendere, infine questo Alex prende il quadro e lo porta a destinazione, fingendo ovviamente d'essere in viaggio per questioni di lavoro. Siamo certi poi, che due persone, tali Titti e Leo, che in chat non scrivono e non appaiono mai, lo aiutino a passare i vari confini di Stato con un'organizzazione ormai collaudata da tempo.>>

<< Accidenti, dobbiamo sbatterli tutti in galera!>> esclamò il Maresciallo alzandosi di scatto: << Andate a riposare ragazzi. Ottimo lavoro.>>

<< Si, signorsì. Buonanotte.>> Fassino scrollò per le spalle Scibetta che nel frattempo si era comodamente addormentato.

<< Ah, Fassino, si dice Scibetta ed io, non viceversa.>> detto questo il Maresciallo li accompagnò alla porta non prima che salutassero e ringraziassero Eufrasia dell'ospitalità.

 

                

Capitolo 7

 

 

Benedetto Innocente si svegliò in piena notte perché gli scappava la pipì, accese quindi la lampada posta sul comodino e si trascinò in bagno strofinandosi gli occhi. Mentre tornava indietro gli venne in mente l’involucro trasparente del divano strappato da Fassino e Scibetta, e per essere sicuro che fosse successo veramente andò in salotto a guardare.  Si, il divano e le poltrone non avevano più il vello protettivo. Alzò le spalle ripromettendosi di andare con la mamma alla Coin. Ma cosa era quella macchia scura ai piedi del tavolino in cristallo? Si avvicinò con cautela e scoprì essere una valigetta in pelle nera. La prese e la portò in camera sua.

Passò quindi il resto della notte a leggere uno per uno tutti i messaggi della chat "Ricreazione forever" conoscendo così tutti gli scriventi con le loro peculiarità, dubbi, certezze, difetti, pensieri e stralci tristi o allegri di vita privata, nonché le loro facce. Riempì poi la valigetta di vecchi giornali e nascose i messaggi originali in fondo al baule dei giochi, ridendo tra sé per le barzellette sconce, che aveva letto. Si infilò sotto le coperte e spense la luce nell'attimo esatto in cui scoccavano le cinque del mattino. Svenne. Due ore dopo Eufrasia andò a svegliarlo e lui chiese se poteva saltare la scuola poiché non aveva chiuso occhio e non si sentiva tanto bene. Eufrasia colpita nel cuore di mamma gli fece due carezze, gli rincalzò le coperte e uscì dalla camera chiudendo la porta con delicatezza. Benedetto si girò sul fianco destro e sprofondò nel sonno sognando tutti gli scriventi della chat.

La sera della cena Fassino e Scibetta andarono insieme alla Trattoria delle Ruote, dove avevano prenotato per le 20.00. Lasciarono l'auto lontano dalla trattoria per non dare nell'occhio.  Notarono che non c'era ancora nessuno.

<< Dovranno ancora arrivare. Andiamo, non dobbiamo destare sospetti.>> disse Fassino. Scibetta annuì. Entrando nel locale sentirono un bel calduccio, preludio della cena che li aspettava da lì a poco. Un' elegante signora dai capelli biondi che si presentò con il nome di Laura, li fece accomodare ad un tavolo per due, lasciandoli liberi di dare una scorsa al menù. Si guardarono intorno meditabondi. Come mai non c'era una tavola grande apparecchiata per più persone? Poco dopo la signora Laura tornò chiedendo cosa avessero deciso di prendere. Ordinarono. Mentre aspettavano che arrivasse il risotto al nero di seppia si accorsero che tutti i muri del locale erano completamente rivestiti di quadri del pittore Buzante. Fu come essere colpiti da un fulmine a ciel sereno.......ah, ecco il perché dell'incontro in quella trattoria...avrebbero voluto rivolgere tremila domande alla proprietaria, ma senza ordini diretti che venissero dall'alto, non potevano fare nulla. Avevano le mani legate. Ma almeno ora sapevano. Nella realtà dei fatti non c'era neppure il bisogno di stare lì a spiare la rimpatriata dei " Compagnetti", ma dovevano andare sino in fondo, e poi perché perdersi una cena gustosa completamente gratis? Rimasero tutta la sera ad aspettare la comitiva, la quale non si presentò. Arrivarono invece alcune coppiette innamorate che si tennero per mano persi l'uno negli occhi dell'altro, e una famiglia con due bambini maschi che passarono la serata a correre tra i tavoli con la riprovazione della signora Laura, che a giudicare dall'espressione, avrebbe voluto farne polpette per gatti. Pagato il conto i due appuntati scelti uscirono nella serata fredda, bagnata da una pioggerellina umida che sembrava spruzzata dal cielo con un inalatore per asmatici. Si strinsero ambedue nei piumini incamminandosi verso l'auto.

<< Non capisco cosa possa essere successo. Non si sono presentati.>> disse Fassino sistemandosi la sciarpa intorno al collo magro.

<< Vero.>> sospirò Scibetta << ma a noi non la si fa.>> aggiunse infilandosi i guanti di lana.

<< Cosa potrebbe essere accaduto?>> chiese Fassino al collega, il quale bisticciava con il guanto destro poiché non riusciva a trovare il buco dove collocare il pollice.

<< Fassino, che minchia ne so! Magari hanno l'influenza. Con questo minchia di tempo.>>

<< Tutti? Tutti con l'influenza? Ma dai Scibetta!! Ma fammi il piacere! Sono convinto che ci sia qualcosa sotto. Qualcosa di misterioso.>>

<< Spiegami cosa ci può essere di misterioso in un tempo di merda come questo.>> esclamò Scibetta nervoso. Fassino non rispose, mentre i passi sul selciato accompagnavano i pensieri serpentini che viaggiavano nei labirinti senza uscita delle loro menti.

Fassino cercava nel suo raggio di visuale limitata un perché ragionevole al mancato appuntamento dei compagni di classe.

Scibetta pensava che dovevano fare presto a tornare all'auto, poiché gli scappava la cacca e voleva farla a casa con i suoi tempi e una gazzetta dello sport a tenergli compagnia.

Fassino mise in moto l'auto, mentre inseriva la marcia frenò di colpo, tanto che il Scibetta, non ancora sistemato nella cintura di sicurezza, mise le mani avanti per non sbattere la testa.

<< Fassino, che minchia fai? Sei impazzito?>> urlò con tutto il fiato che possedeva.

<< Ti chiedo scusa, veramente, scusami, ma mi è venuto un dubbio. E se avessero saputo per vie traverse che li stiamo controllando?>> chiese con voce ansiosa.

<< Ma per favore, che ti sei mangiato un giallo di Agata Crista?>>

<< Non si dice Crista, si dice, va beh, lasciamo perdere. Era solo un'idea. Un dubbio. Non si sa mai, potrebbero avere delle spie.>> rispose il Fassino meditabondo.

<< Si, come no! Spie. Magari spie russe, eh? Che ti sei fumato Fassino?>>

<< Mi sbaglio di certo. Era solo un pensiero. Vabbè, andiamo che si è fatto tardi e domani mattina siamo di turno.>> Fassino rimise in moto l'auto non prima di essersi assicurato che il collega avesse fatto scattare la sicura della cintura. Non parlarono per un po’, fino a quando Scibetta guardò l'orologio sul cruscotto.

<< La data Fassino, la data!>> urlò contorcendosi sul sedile come un'anguilla. << La data, minchia. Minchia la data! Che figura di merda! Minchia!!!>> Fassino fu costretto ad accostare l'auto in un punto sicuro.

<< La data? Spiegati, non capisco.>> lo pregò con un leggero allarme nel tono della voce.

<< La cena era prenotata per il 29 novembre, minchia! Oggi è il 25. Minchia, minchia!!>>

Il sangue defluì dal viso dell'autista, che già di per sé non poteva certo vantarsi di avere un colorito sano. Deglutì, tossicchiò, si tolse gli occhiali e se li rimise sulla gobba del naso aquilino.

<< Porca vacca!!>> esclamò d'impeto, in realtà la prima imprecazione nella storia della sua esistenza.

<< E ora che si fa?>> chiese Scibetta, che per il caso di essere riuscito a scoprire l'enigma, era passato di fatto da ultimo a primo della classe.

<< Dobbiamo stare uniti. Ci presentiamo dal Maresciallo Capo il 30 raccontando che parlavano di stupidaggini e che non abbiamo riscontrato nulla di significativo né di anomalo. Diciamo che abbiamo perso lo scontrino del conto. Non dobbiamo farci scappare niente di ciò che è successo. L'unione fa la forza. Capito?>>

<< Capito collega. Zitto come un morto sto’!>>

<< Bene, anche perché rischiamo il posto. E' stato un grave errore. Mi raccomando.>>

<< Puoi contare su di me. Croce sul cuore ch'io possa morire.>> e Scibetta si diede una stretta ai coglioni beneaugurante. Ripartirono rinfrancati nello spirito.

<< Comunque>> riprese Fassino << ti devo un favore.>>

La serata si chiuse così, con i colleghi complici di una bugia madornale, ma almeno mangiarono bene, e per loro fu una gran bella soddisfazione.

 

                                                 

 

Capitolo 8

 

 

Due giorni dopo chiesero udienza presso il Maresciallo Capo Cocuzza, il quale li ricevette nell'ora della pausa e al bar dello spaccio, sempre per non dare nell'occhio. Ordinarono tre toast al prosciutto e formaggio e tre coca-cola light, sempre per non dare nell'occhio.

<< Avete novità?>> chiese il Cocuzza curioso.

<< Assolutamente sì e così pesanti da doverlo riferire subito. Non potevamo aspettare di vederci fuori di qui.>> riferì Fassino serissimo.

<< Messa in questo modo sembra una cosa enorme. Dite pure, vi ascolto. Qui possiamo parlare tranquilli.>>

<< Bene, in primo luogo abbiamo preso tutte le informazioni sul pittore Checco Buzante e abbiamo riferito ogni cosa al Commissario Capo. Seconda informazione...>> qui Fassino fece una pausa attoriale, però di bassissimo livello.

<< E?>> incalzò il maresciallo.

<< Spacciano cocaina.>> sbottò Scibetta intromettendosi e rovinando così la pausa attoriale di Fassino.

<< Cosa? Avete fatto il colpaccio! Come ne siete venuti a conoscenza?>> domandò il superiore fiero dei suoi sottoposti.

<< Un certo Cesarino, ha cominciato a parlare di neve, e come lei sa bene, in gergo "neve" significa cocaina. Da quel momento tutti hanno cominciato a chiedere: " Come sta neve? Salutami neve. Dai un bacio a neve. Neve mi piace tanto" ecc.  Ovviamente tutte frasi in codice per avvisare il Cesarino che avevano bisogno di un'altra dose.>>

<< Ragazzi questa è una cosa grossa. Molto grossa. Lasciatemi andare, è meglio che ne parli con il Commissario Capo. Vi farò chiamare io al momento opportuno.>> Si lasciarono così. Nel tardo pomeriggio il Maresciallo Capo Cocuzza rimase quasi due ore chiuso nell'ufficio del Commissario Capo. Non sappiamo cosa esattamente si dissero, ma il Cocuzza ne uscì fiero di sé, come mai si era sentito prima. Si preparò quindi ad eseguire l'ordine affidategli che consisteva nel parlare a tu per tu con il pittore Buzante, il quale sarebbe arrivato dal Maresciallo Capo alle 15.00 del giorno dopo.

Alle 15.00 precise del giorno seguente il pittore Buzante fu introdotto nell'ufficio del Maresciallo Capo, il quale per l'occasione era aiutato da un carabiniere semplice, per riportare il dialogo, parola per parola, nel computer.

<< Signor Buzante,>> iniziò il Maresciallo << riteniamo dovervi informare che sia probabile che alcune vostre opere siano state trafugate e rivendute all'estero. Per tanto le chiediamo se ultimamente ha notato qualcuno di sospetto aggirarsi nel suo studio o nelle vicinanze della sua abitazione.>> il signor Buzante, il quale chiameremo Maestro per onore d'arte, anche se sappiamo che non pretenderebbe niente di ciò, guardò il Maresciallo con un punto di domanda negli occhi così esplicita che il Cocuzza pensò che non avesse sentito, e gli rifece la domanda.

<< Ho compreso molto bene. Vi ringrazio per l'informazione, ma la trovo del tutto infondata, dal momento che se mi mancassero delle opere me ne sarei accorto sicuramente, o se ne sarebbe accorta la mia compagna e tutti coloro che collaborano alla vendita delle mie opere o all'allestimento delle mie mostre. Ad ogni modo per rispondere alla vostra domanda, non ho notato nulla di anormale nella mia vita, né ho avvistato qualcuno seguirmi rasente i muri nella notte, e né tanto meno mi sono state rivolte minacce. Davvero non saprei cosa dirle a riguardo. Posso sapere almeno come avete avuto queste informazioni? A meno che, si intende, non potete parlarne per ovvi motivi riguardanti le ricerche.>>

<< Non posso dirle nulla fino a che non sapremo qualcosa con certezza matematica. Possiamo invece assicurarle che controllando alcune chat, ne abbiamo trovata una dove si parla di lei e delle sue opere, e che alcune di queste vengono postate aspettando che il migliore offerente si faccia avanti, e siccome abbiamo la certezza che non si tratta di agenzie in regola atte a vendere opere d'arte, abbiamo ritenuto fosse nostro dovere informarla. Le sapremo dire di più quando arriveremo a capo di tutta la questione. La ringraziamo comunque per essere venuto.>> e il Maresciallo Capo si alzò dalla sedia zoppicante lieto di non aver fatto figure di merda davanti al maestro, il quale si alzò a sua volta stringendo la mano tesa del Maresciallo, congedandosi ringraziando. Quella sera stessa in studio, il Maestro prese foglio e matita e disegnò con gesti ampi ed eleganti, un omone senza capelli e una pancetta prominente, il quale volava leggero appeso ad un palloncino bianco. Gli disegnò un piccolo nastro svolazzante con la scritta "Libertà" alla caviglia sinistra e lo vestì con pantaloncini corti da mare e una camicia di fresca battista. L'omone si tuffava dentro un piatto di bucatini al sugo, abbellito da un centrino ricamato, simile a quelli delle torte, e tutt'intorno, vaganti nell'etere, decine di cuoricini rossi. Sotto di lui la spuma dolce delle onde imbiancava la sabbia dorata. Rifinì il bordo con delle parole, legandole l'una all'altra con un ago da ricamo che volteggiava tra le lettere attraversandole con un nastro verde smeraldo.

Le parole erano: " Benedetta innocenza dell'amore che rende liberi i cuori semplici."

A lavoro ultimato lo firmò e sorrise. Un sorriso colmo di bontà e di conoscenza dell'animo umano.

                                                              

                                                              

Capitolo 9

 

                

Il mattino del 30 novembre Fassino e Scibetta si presentarono davanti al Maresciallo Capo con un po’ di preoccupazione, ma uniti dal comune accordo deciso la sera del 25.

<< Maresciallo Capo buongiorno, vorremo darle i fogli con le nostre considerazioni sulla cena di ieri sera. Se ci può dire dove potremmo incontrarci...>> Fassino si zittì aspettando fiducioso. Il Maresciallo fece cenno a gli appuntati di sedersi, accomodandosi anche lui sul girello monco che si ritrovava per sedia ma si ritrovò improvvisamente riverso sul pavimento, mentre Fassino e Scibetta si slanciarono all'inseguimento della seggiolina bastarda, la quale continuava a roteare come una trottola impazzita. Riuscirono a bloccarla e poi corsero ad aiutare il fantino offeso, senza riuscire a tirarlo su, poiché costui si era fatto male davvero. Dopo i primi istanti di costernazione e sorpresa capirono che il superiore era stato vittima di qualcosa di grave. Chiamarono un'ambulanza e il Maresciallo fu accompagnato all'ospedale dai suoi salvatori.

Mentre il Maresciallo Capo aspettava sdraiato sulla barella al pronto soccorso, Fassino fece la denuncia dell'accaduto e Scibetta telefonò ad Eufrasia, la quale con una calma da infermiera della grande guerra, non si scompose e si apprestò a preparare la borsa con tutto il necessario per l'infermo, anche se il cuore le batteva all'impazzata. Poi andò a scuola a prendere Benedetto Innocente.

<< Papà rimarrà su una sedia a rotelle?>> chiese Benedetto alla madre mentre in auto si avviavano all'ospedale San Martino di Genova.

<< Ma Benedetto, ma che dici, ma no, si è slogato un polso. Non si cammina con i polsi. Vedrai che tutto va bene. Papà è una roccia.>>

<< Ma cosa stava facendo? Inseguiva dei ladri?>> chiese curioso Benedetto pensando che finalmente poteva raccontare ai suoi compagni di classe che suo papà era un eroe.

<< Non lo so gioia. Però tu non puoi entrare, per cui resterai ad aspettare in auto con Fassino. D'accordo?>>

Ma in auto con lui ci restò Scibetta, il quale convinto che tutti i bambini sono esseri sotto sviluppati, per tenergli compagnia, passò il tempo a fare scoregge, rutti e smorfie varie. Benedetto Innocente dal canto suo portò pazienza, pensando, a ragion veduta che Scibetta fosse un errore caduto dall'alto dei cieli, e che non poteva fare nulla per questo.

Il Maresciallo Cocuzza si ruppe il femore e il polso sinistro. Fu operato e poi dopo alcuni giorni mandato a casa per la convalescenza. In ospedale gli arrivarono fiumi di auguri di pronta guarigione e mazzi di fiori multicolori, che le infermiere si portarono a casa senza chiedere il permesso.

<< Dovrò sicuramente lasciare in mano d'altri il lavoro sul controllo della chat. Proprio ora che tutto procedeva per il verso giusto.>> disse sconsolato Salvatore a sua moglie, la quale gli sprimacciava i cuscini dietro le spalle.

<< Non ha importanza adesso. Devi solo pensare a guarire e recuperare le forze.>> rispose Eufrasia circumnavigando il letto matrimoniale per tirare le coltri con precisione maniacale.

<< Non è così semplice. Questo lavoro poteva essere un aiuto per una promozione. Magari potevo richiedere il trasferimento.>> rispose abbassando gli occhi e lisciando il bordo del lenzuolo candido intarsiato di ricami rococò.

<< Mo’ non devi pensare. Capito? Dimmi che cosa vuoi per cena... che ti coccò un po’.>>

<< Cosa?>> chiese il Maresciallo non capendo che "Coccò" significasse "Coccolo". Lasciò perdere.

<< Fai tu Eufrasia. Tu fai sempre bene.>> lei si trasportò in cucina tutta contenta mentre Benedetto saltò sul letto dei genitori facendo sussultare il padre.

<< Papà posso farti una domanda?>>

<< Si, ma fai piano che ho male. Ti prego.>>

<< Ok, scusa. Ma Scibetta è scemo?>> Salvatore scoppiò in una risata fragorosa.

<< Credo di sì!>> rispose, poi giocarono a dama fino all'ora di cena. Benedetto Innocente fece in modo di perdere tutte le partite, per tirare su il morale di suo padre.

Il mattino dopo Eufrasia ricevette una telefonata. Chiusa la comunicazione corse in camera da letto tutta sconvolta.

<< Gesù, Giuseppe e Maria, oggi alle 16.30 viene il Commissario Capo Campi a parlare con te. Non mi ha detto il perché, ma immagino sia per lavoro. Stai fermo che devo pulire.>> il Cocuzza non rispose chiedendosi dove mai sarebbe potuto andare conciato com'era e fissò Eufrasia svolazzare di qua e di là mentre spolverava, strusciava, lucidava pavimenti ed arredi. Dopo pranzo venne il suo turno e la moglie lo lavò, lo pettinò, lo profumò. Dopo di che si smaterializzò per preparare il necessario per un thè elegante.

Benedetto Innocente si sdraiò sul divano con una copia di Cosmopolitan in mano, ma non leggeva poiché pensava all'arrivo imminente del Commissario Capo.

Quando il campanello suonò Eufrasia sobbalzò come se avesse ricevuto una scarica elettrica. Benedetto si guardò nella specchiera della sala sistemandosi i boccoli rafaelliti mentre Salvatore dormiva della grossa.

<< Prego, si accomodi.>> invitò Eufrasia ospitale.

<< Grazie. Cercherò di non rimanere troppo per non affaticare il collega.>> disse il Commissario Capo tutto compito e imbustato nella divisa.

<< Se vuole accomodarsi in salotto......>> ed Eufrasia lo precedette indicandogli il divano ricoperto da un copri divano rosso Valentino. Il Commissario Capo Campi si sedette accanto a Benedetto Innocente.

<< Oh, e chi è questo bel figliolo?>>

<< Nostro figlio Benedetto Innocente.>> rispose Eufrasia colma d'orgoglio.

<< Bene. Piacere Benedetto. Entrerai anche tu nell'arma dei Carabinieri come papà?>>

<< Neanche morto.>> fu la lapidaria risposta di Benedetto << Farò l'indossatore.>> aggiunse sorridendo al Commissario con un finto sorriso che più finto non si poteva. Il Commissario lo guardò stranito. Fece per parlare ma poi rinunciò. Eufrasia tornò dalla camera da letto in punta di piedi.

<< Commissario perdoni, ma Salvatore dorme, sa com'è...le medicine...il dolore...posso offrirle del thè nell'attesa?>>

<< Molto volentieri. Grazie. Magari mi intrattengo un pochino con questo bimbetto.>>

" Bimbetto a chi? "  pensò Benedetto  " Ma pensa te...sto stordito."

<< Allora Benedetto che classe fai?>> chiese il Commissario tanto per chiedere qualcosa.

<< La terza. Ma non parliamo di me. Parliamo di lei. Penso che il suo lavoro sia più interessante.>>

<< Certamente mio piccolo amico.>>

<< A che punto siete con la storia della chat?>>

<< Tu di questo non dovresti parlare. Sono cose delicate che non ti riguardano.>>

<< Perché no? E' papà che segue il caso.>> il Commissario rise, ma dentro di sé pensò che il bimbetto era insolente e saccente. Eufrasia arrivò con il vassoio carico di tazze e piattini in porcellana, zuccheriera e pasticcini invitanti alla panna.

<< Prego signor Commissario.>> si sedette industriandosi a versare il thè nelle tazze come vedeva fare nei film inglesi.

<< Come saprà signora Cocuzza sono venuto per parlare con suo marito di lavoro. In realtà il lavoro della chat che stava appunto seguendo suo marito. Non possiamo permetterci di rallentare le ricerche proprio nel momento più delicato. In poche parole prenderò le redini della situazione e andrò avanti di persona. Ormai siamo quasi alla conclusione. Ricettazione di quadri e spaccio di droga. Ci sarà un soggiorno considerevolmente lungo in galera per tutti i partecipanti della chat.>> annunciò il Commissario.

<< Comprendo benissimo Commissario. Di che quadri si tratta?>>

<< Opere del Buzante. Sembra che la ladra di nome Pamela, li posta in chat aspettando che due elementi esterni, tali Titti e Leo cerchino i compratori, dopo di che portano il quadro a un certo Alex che a sua volta li porta ai compratori, in qualsiasi angolo di mondo in cui essi si trovano.>>

<< Oh, proprio dei malviventi!>> esclamò Eufrasia con la mano davanti alla bocca. Benedetto chiuse la rivista di colpo.

<< Mi scusi Commissario, ma si dice " il Maestro " Checco Buzante. E poi per la cronaca Pamela è la sua fidanzata. Tutte le mattine posta un quadro del suo compagno per inaugurare il nuovo giorno e far felici i suoi compagni. Il Maestro lo sa.>>

<< E tu cosa ne sai?>> chiese la mamma preoccupata.

<< L'ho capito, non sono mica scemo come Scib...... ehm.>>

<< Ah, ah, ah, ah, ah,>> rise il Commissario << Questi bambini d'oggi, che fantasia!!>>

<< Si, noi lo sappiamo, Benedetto è un bambino particolarmente fantasioso, ma anche molto intelligente e sveglio. Capisce tutto al volo.>> commentò Eufrasia fiera.

<< Certo, certo.>> rispose il Commissario << ma Fassino e Scibetta hanno verbalizzato tutt'altro, ed io mi fido dei miei uomini. Comunque sia, il caso non è più responsabilità di suo marito. Ora è sotto il mio controllo, ed è meglio così, poiché c'è di mezzo lo spaccio di cocaina, e questo non è uno scherzo. Caro Benedetto sei ancora troppo piccolo per capire il mondo dei delinquenti. Sono cose troppo grandi per te. Un giorno, forse, capirai…>>

<< Ho già capito. Titti e Leo sono i gatti di Pamela.>>

Il Commissario scoppiò in una risata extra large che lo fece traballare tutto, tanto che si asciugò due lacrime all'estremità esterna degli occhi.

<< Sei simpatico nonostante tutto, Benedetto. Davvero. Hai ancora qualche chicca sulla chat che io non conosco?>>

<< Certamente. Alex viaggia per esigenze di lavoro. Posta le foto degli aeroporti e le foto dei posti dove va per rendere partecipi i suoi compagni, e forse così si sente meno solo e meno lontano da casa. Tra l'altro è un fotografo eccellente. Bravissimo. Penso che lo contatterò per farmi fare un bel book fotografico quando sarà il momento e poi chiamerò Vania.>>

<< E Vania chi sarebbe?>>

<< Una consulente d'immagine e visagista. E per la cronaca non c'è spaccio di droga. Fassino e Scibetta hanno capito male. Neve non è cocaina.>>

<< Ah no? E cosa sarebbe?>> chiese il Commissario Capo Campi che continuava a ridere di gusto.

<< La coniglietta di Cesarino.>>

<< Certo, certo, e magari c'è anche Alice e un cappellaio matto.>> rise il Commissario mentre si infilava in bocca un cavolino con la panna.

Eufrasia sorridendo fra sé pensò: " Benedetto ha un'intelligenza straordinaria."

<< E' arrivato il momento di parlare con suo marito. Se volete scusarmi...>> e il Commissario si alzò dal divano. Eufrasia lo imitò accompagnandolo da Salvatore.

Il Commissario rimase un'ora al capezzale dell'ingessato. Prima di uscire di casa pescò un altro cavolino con la panna dal vassoio del thè e si leccò poco elegantemente le dita. Benedetto lo seguì facendogli le boccacce dietro le spalle.

<< Buon lavoro Commissario e grazie della visita.>> lo congedò educatamente Eufrasia.

<< Grazie. Ancora auguri di pronta guarigione a Salvatore.>> poi si rivolse a Benedetto Innocente, che in quel momento aveva un'espressione tutto meno che innocente.

<< Ciao birichino. Non volare troppo con la fantasia. Nella vita bisogna tenere i piedi ben piantati a terra o si rischia di non combinare nulla di buono.>>

<< Certo così divento come Fassino e Scibetta? E anche no. Grazie.>> ma il Commissario non lo aveva sentito intento a congratularsi con sé stesso per aver soffiato il lavoro della chat al collega, senza aver fatto nulla per meritarsi il successo della ricerca.

 

 

                                                             

Capitolo 10

 

 

Passarono tre giorni e il Cocuzza sembrava caduto in una specie di depressione. Eufrasia cercò di tirargli su il morale:

<<Prendila come una vacanza.>>

<< Ma quale vacanza, se non mi posso muovere. Il punto è che quello stronzo del Commissario mi ha tolto il caso.>>

<< Ma è ovvio, non puoi certo lavorare dal letto. Su Salvatore, quando fai così sei più infantile di Benedetto!>> rispose Eufrasia allungandogli un libro.

<< Tieni, leggi questo libro sulla meditazione Zin. Almeno ti calmi un pochino.>>

<< Zin?>> chiese lui senza capire.

<< Certo, meditazione Zin. Quando lo finisci ti leggi quello della ginnastica Yoca.>>

<< Cos'è una ginnastica in cui ci si spalma di formaggio light?>>

Eufrasia era già uscita dalla stanza e non sentì la battuta di Salvatore, il quale fece volare il libro di meditazione Zen oltre il letto con il braccio sano. Non era abituato all'inoperosità e la giornata gli sembrava composta da cinquanta ore.

Quella sera stessa Eufrasia e Benedetto prepararono la pizza e decisero di fare una sorpresa a Salvatore, mangiando in camera da letto davanti alla tivù, che avevano amorevolmente portato dal salotto per tenere compagnia all'infermo.

Quando il Cocuzza vide la pizza esultò e stava per applaudire, ma si trattenne onde evitare altre tragedie.

<< Accendo la telè?>> chiese Eufrasia mentre il marito già affondava i denti nella croccante pizza calabrese, la quale veniva chiamata calabrese per il quantitativo di peperoncino sparso a pugni nel pomodoro.

<< Si, accendi, vorrei sentire il TG. Poi magari guardiamo un film. Che ne dici Benedetto?>> chiese il Maresciallo al figlio, il quale si era arrampicato sul letto aspettando la sua fetta di pizza, ovviamente senza peperoncino.

<< D'accordo papi, questa sera sei il festeggiato. Puoi scegliere ciò che ti piace di più.>>

Eufrasia accese la tivù programmandola su Italia Uno per ascoltare il telegiornale che piaceva a Benedetto, poiché verso la fine davano notizie sui Vip e sulle ultime tendenze della moda, poi spense la luce del lampadario e accese le due piccole lampade poste sui comodini per creare un ambiente più rilassante. Accostò una poltroncina al letto e si sedette per gustarsi la pizza.

La colonna sonora del telegiornale invase la stanza, e dopo due annunci di morti ammazzati e una sempre verde crisi di governo, la giornalista diede la notizia:

<< Sgominata a Genova una banda di estrema sinistra con centri organizzati in tutta la Liguria e in Francia. Il gruppo di malviventi controllava un giro di riciclaggio d'opere d'arte del pittore Checco Buzante e un giro gigantesco di spaccio di cocaina. La notte scorsa, durante una retata i colpevoli, colti nel sonno, sono stati arrestati. Latitanti due componenti del gruppo di cui si conoscono solo i nomi: Titti e Leo. Di seguito l'intervista del nostro inviato in Liguria, al Commissario Capo Campi del Regio Corpo dei carabinieri.>>

La famiglia Cocuzza al completo rimase con la forchetta a mezz'aria e la bocca aperta.

<< Non ci credo.>> esclamò il Maresciallo << non c'era nessuna prova a loro carico. Aspettiamo di sentire cosa dice il Commissario.>>

Il Commissario Capo Campi tutto fiero di sé, spiegò nell'intervista, come aveva fatto ad arrivare a capo della mistificazione della chat e dei suoi scriventi, ommettendo i nomi del Maresciallo Capo Cocuzza e degli appuntati scelti Fassino e Scibetta, che per la verità erano i veri artefici della scoperta. Si prese tutti i meriti e le lodi per il lavoro svolto.

<< Brutto figlio di una puttana!!!>> urlò Cocuzza posando la forchetta sul piatto.

<< Salvatore ti prego, non davanti al bambino.>> implorò Eufrasia.

<< Eufrasia non ti intromettere, brutto figlio di una puttana. Tutto il merito si è preso. Hai capito lo stronzo? Eufrasia cambia canale che mi stanno girando le palle come due eliche d'elicottero.>> lei eseguì mentre Benedetto si divertiva come un matto dal momento che non aveva mai sentito suo padre dire la più piccola parolaccia. Appena Salvatore mise in bocca un pezzetto di pizza disse:

<< Papà, se vuoi puoi vendicarti.>>

<< Ah, e come? Ormai...quel brutto figlio di una p....>>

<< Salvatore!!!>> urlò Eufrasia << Non davanti al bambino.>>

<< Mamma, papà, vi devo parlare.>> Salvatore si zittì ed Eufrasia tese le orecchie. Ci fu un silenzio prolungato in cui Benedetto Innocente stimò mentalmente quanti castighi avrebbe accumulato dopo aver detto la verità sul furto delle copie degli sms della chat.

<< Papà hai conservato la lettera in cui chiedevi la sostituzione della sedia rotta?>>

<< Certamente. I documenti non si buttano mai via. Trattasi di prove certe.>>

<< E hai tenuto la risposta, vero?>>

<< Ovviamente. Ma perché me lo chiedi?>>

<< Perché ti sei ferito nell'adempimento del tuo dovere e per giunta per colpa loro, in più hai Fassino e Scibetta come testimoni. Devono risarcirti i danni.>>

Per qualche secondo marito e moglie lo fissarono senza comprendere, poi si posero la domanda guardandosi a vicenda capendo di colpo la portata della verità espressa dal figlio. Festeggiarono con un'altra fetta di pizza.

<< Però>> aggiunse Benedetto timidamente << vi devo dire un'altra cosa.>> Lo sguardo dei genitori era amorevole, poiché convinti di aver messo al mondo un piccolo saggio. Saggio in erba che formulò la frase sottoscritta:

<< Ho le prove che i signori della chat non hanno fatto nulla di male e che sono poveri innocenti.>> detto ciò scese dal letto e si avviò in camera sua, tornando poco dopo con un plico di fogli. Inutile dire che padre, madre e figlio passarono la serata a leggere uno per uno gli sms del gruppo, da dove si evinceva senza ombra di dubbio, la loro estraneità ai fatti. Salvatore chiese aiuto al Colonello Capo, il quale dovette andare a casa del Maresciallo per disquisire di tutta la faccenda, ritirando anche la valigetta con tutti gli sms.

E' il caso di dire " LA VERITA' VI RENDERA' LIBERI."  Ah, ah, ah, ah.

                                                               

                                                                      

Epilogo.  

 

Il gruppo venne completamente scagionato e liberato. Il Commissario Capo Campi venne trasferito in un paesino di venti anime, tra la nebbia e l'umidità della Pianura Padana. Al Maresciallo Capo Cocuzza fu riconosciuto l'incidente nell'adempimento del proprio dovere e di conseguenza gli fu devoluto un gruzzolo di tutto rispetto e fu onorato per il merito di aver scoperto l'errore. Ma non basta. Il trasferimento fu accettato e per la felicità organizzò una festa invitando anche gli scriventi della chat, sotto richiesta di Benedetto, il quale affermava che la causa della fortuna del padre fosse da attribuire al gruppo stesso. Per l'occasione si consumarono interi vassoi di cannoli ripieni di crema pasticcera e fiumi di prosecco freddo.  E Fassino e Scibetta? Sono convinta che ve lo state chiedendo.

Fassino chiese il trasferimento per tornare nella sua cara Torino poiché nostalgico dei Pavesini pucciati nel caffè e latte. Partì pochi mesi dopo. Scibetta appese la divisa al chiodo perché senza Fassino si sentiva spaesato e triste. Partì verso la sua Sicilia e tornò a Palermo dove rilevò la macelleria di suo zio Antonino passato a miglior vita e si distinse in tutta la città come il macellaio-corteggiatore più capace.

Esattamente due mesi dopo il trasferimento a Pizzo Calabro, in casa Cocuzza arrivò un pacco. Non si può descrivere la felicità della famiglia quando scoprirono che il pacco conteneva l'opera del Maestro Checco Buzante.

Il giorno dopo arrivò il telegramma di un notaio in cui si annunciava la dipartita della zia-madrina di Salvatore, che lo nominava erede di una cospicua fortuna.

Benedetto Innocente divenne un figo pazzesco e a 18 anni già sfilava sulle passerelle di tutto il mondo per i migliori stilisti, conservando le sue grazie per il suo fidanzato, titolare di una galleria d'arte esclusiva nel centro di Londra, e fece per sempre sua una massima che si tatuò sulla pelle:

" E' DIFFICILE SAPERE SEMPRE LA VERITA', MA A VOLTE E' MOLTO FACILE RICONOSCERE UNA FALSITA'."

Gli ex compagni della 3 H rimasero in contatto, rivedendosi per un aperitivo il 27 dicembre, giorno in cui Cesarino non poteva essere presente perché di turno al lavoro, ma ogni volta che i componenti del gruppo facevano la lista di chi sarebbe andato all'aperitivo del 27, qualcuno del gruppo chiedeva: " Cesarino vieni il 27? " Ogni volta Cesarino rispondeva educatamente che il 27 era di turno al lavoro e quindi non avrebbe potuto partecipare. Questo accadde almeno una ventina di volte. Poi due giorni prima del 27, mentre Vania e un compagno definivano la lista di chi sarebbe stato presente, qualcuno chiese: " Cesarino viene il 27?" Cesarino dimentico e puro come un bimbo chiese: " Perché Vania? Che si fa il 27? " le risate si sprecarono, poiché tutti accomunati dallo stesso sentimento di gioia.

                                                                                                                                                 The End.

Come disse A. Gruf: “Triste è l'uomo in cui nulla è rimasto del fanciullo."

                                                                                                                              

                               

 P.S Nessuno venne mai a sapere della cena mancata di Fassino e Scibetta, da cui si deduce che non sempre gli errori si rivelano tali.